LA RIFLESSIONE La storia non si cancella

Sergio Mattarella e Borut Pahor si tengono per mano davanti alla Foiba di Basovizza. Foto: quirinale.it

In un’estate insolita, ancora contraddistinta dal coronavirus, dall’uso della mascherina e dal distanziamento fisico, abbiamo assistito a un avvicinamento che, per quanto ci riguarda, è già rientrato nella storia. Quel mano nella mano dei Presidenti d’Italia e di Slovenia in due luoghi impregnati di memoria ed emotività, che condensano il bagaglio di ferite, violenze e calpestamento della dignità umana delle collettività presenti in questo angolo dell’Adriatico nord-orientale nel corso della prima metà del secolo breve, non è passato inosservato. Nessuno era in grado di pronosticare un gesto di quel tenore, tanto più che le norme igienico-sanitarie sconsigliano i contatti fisici. Eppure è successo l’inaspettato. Talvolta sono proprio i gesti che assumono un valore che nessuna parola o discorso, nemmeno i più attenti e sensibili, sono in grado di trasmettere. Certo, non vuol dire che dal giorno dopo tutto sarà diverso, è stato però un segnale forte, che arriva dalle istituzioni, che guardano in una prospettiva futura di cambiamento, a differenza di certa politica che vive alla giornata ed è alla costante ricerca del consenso facile (anche strumentalizzando il passato), specie negli ultimi periodi in cui nel vecchio continente il populismo e il sovranismo (un eufemismo per non usare la parola nazionalismo) stanno andando per la maggiore.
È stata una giornata intensa, ricca di momenti pieni di significato, non pochi si sono emozionati, mentre per taluni – piccole frange che fanno del dissenso la loro ragione d’essere – quegli omaggi non dovevano avvenire, ossia i capi di Stato avrebbero dovuto recarsi in un sito oppure in un altro, non in entrambi. Chi ha un minimo di senno può immaginare che uno scenario del genere non sarebbe mai avvenuto (e forse avrebbe fatto comodo perché determinati ambienti stanno in piedi grazie alla contrapposizione e mantenendo viva una tensione che a nostro avviso lascia il tempo che trova). Se l’appuntamento protocollare avesse riguardato esclusivamente la restituzione del Narodni dom (si chiami quell’edificio correttamente e non Balkan, giacché l’albergo che portava quel nome era solo una delle realtà ospitate dalla struttura polifunzionale) alla Comunità nazionale slovena in Italia a cent’anni esatti dalle fiamme che lo avevano divorato (e per gli sloveni rappresenta l’inizio della loro odissea) ci saremmo indubbiamente trovati davanti a un evento di rilievo ma sicuramente privo di quella carica rappresentata dalle mani unite dei presidenti Mattarella e Pahor. Quest’ultimo è stato aspramente criticato da alcune frange rimaste con il pensiero bloccato al secondo dopoguerra, non accorgendosi che il mondo sta ormai marciando in tutt’altra direzione. È stato apostrofato d’essere un traditore della Patria, probabilmente perché andando controcorrente ha manifestato la volontà di riconoscere anche il dolore e i traumi degli altri, abbandonando la vulgata secondo la quale tutto ciò che accadde fu la conseguenza delle nefandezze provocate dal fascismo. Non si tratta nemmeno di allineare i morti, mentre non è possibile accettabile in toto la tesi secondo la quale gli infoibamenti sarebbero la conseguenza sia del rogo del 1920 sia dei fucilati di un decennio più tardi nonché della politica snazionalizzatrice del regime del littorio. Sebbene asserzioni del genere contengano una porzione di verità, perché ritorsioni e vendette ci furono, è forviante e disonesto definire ‘fascisti’ tutti coloro i quali furono trucidati, perché non tiene conto del processo rivoluzionario messo in atto con il fine di conquistare il potere, liquidando quanti si trovavano fuori dal perimetro; la stragrande maggioranza aveva ben poco a che fare con l’ordinamento politico di Mussolini. Quel periodo tetro fu anche la prosecuzione di uno scontro politico, ideologico e nazionale,che si caratterizzava per l’uso della violenza, ma affondava le radici nel secolo precedente con gli antagonismi nazionali i cui interessi andarono a cozzare entro la compagine asburgica. È storia, va studiata, presentata e tramandata, senza infingimenti e/o enfatizzazioni. Il passato non si cancella, lo ha sottolineato palesemente Mattarella. L’ammissione dei torti inflitti (anziché puntare il dito soltanto su quelli subiti) non significa cancellare ciò che fu, anzi, serve per voltare pagina, bisogna farlo per le giovani generazioni e per quelle future, benché ai traumi non si possa rimediare, perché non è possibile riavvolgere il nastro e procedere diversamente. Pertanto ci sono due sole strade e le parole di Mattarella non lasciamo spazio all’interpretazione. In Prefettura ha dichiarato che “il tempo presente e l’avvenire chiamano al senso di responsabilità, a compiere una scelta, tra fare di quelle sofferenze, patite da una parte e dall’altra, l’unico oggetto dei nostri pensieri, coltivando risentimenti e rancore, oppure, al contrario, farne patrimonio comune, nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione, amicizia, condividere il futuro”. I più hanno optato per la seconda strada, guardando al futuro e facendo propri i valori europei della libertà, della democrazia e della pace. Queste parole mi hanno rimembrato il piranese Diego de Castro, illustre personalità del ‘900 istriano, che sul piano diplomatico si era battuto a favore dell’Italia ma una volta venute meno le tensioni con la Jugoslavia, e in tempi non sospetti, auspicava il dialogo, la conoscenza reciproca, l’integrazione, mentre in età avanzata in più occasioni ribadì la necessità che vengano meno le divisioni e le incomprensioni tra gli italiani dell’Adriatico orientale, perché la posta in gioco era alta, cioè la sopravvivenza di una presenza che l’inclemenza della storia aveva stravolto. Un visionario? No, un lungimirante e il tempo gli sta dando ragione. Lo stesso presidente Pahor in Prefettura ha ribadito che l’odio non richiede impegno, giacché è sufficiente farsi trasportare dai pregiudizi, l’amicizia, invece, richiede coraggio e impegno attraverso i quali curare le diversità e rafforzare l’unione. Quello di Basovizza è stato un atto di speranza. Il percorso è stato indicato, ancora una volta spetta a tutti noi intraprendere il percorso.

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