INSEGNANDO S’IMPARA Italiani all’estero. Emigranti

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INSEGNANDO S’IMPARA Italiani all’estero. Emigranti

Una delle caratteristiche degli italiani che piace ai miei studenti è quella di riuscire a mantenere la propria italianità anche quando emigrano all’estero. Siccome pure gli irlandesi sono un popolo da diaspora, conoscono le sfaccettature della questione. Con la classica ironia mi fanno notare che con due italiani all’estero c’è già un ristorante, mentre tre bastano a fondare l’ennesima Little Italy in qualche città straniera. Ribattendo a tono faccio loro presente che gli emigranti italiani hanno certamente dimostrato storicamente la tendenza ad aggregarsi e a mantenere intatte le tradizioni, ma che gli irlandesi, forti del loro parlare inglese dopo aver aperto un pub, puntano molto più in alto e riescono in poco tempo ad infiltrarsi senza problemi nelle strutture pubbliche e politiche dei Paesi d’adozione (soprattutto USA e Australia) ed arrivare addirittura al centro del potere. Dopotutto ben 23 presidenti americani, tra cui anche Barak Obama e Joe Biden (ma non Donald Trump), risultano avere ascendenze irlandesi.
In ogni caso il mito dell’emigrante italiano è ben definito, immediatamente riconoscibile e fissato nell’immaginario collettivo grazie alla letteratura e a tutta una serie di trasposizioni cinematografiche sia italiane che internazionali. Il punto è vedere se il mito sia ancora valido o se si sia estinto già parecchi decenni fa. È indubbio che gli italiani continuano a spostarsi e una volta via da casa, si frequentano tra di loro, ma oggi è un modo diverso di relazionarsi; una scelta piuttosto che un bisogno dettato dalle circostanze.
In Irlanda del Nord c’è una nutrita comunità di italiani che presenta le stratificazioni delle varie ondate migratorie che sono cominciate a metà Ottocento con le solite modalità di gente che lasciava la povertà di specifiche zone dell’Italia per cercare fortuna all’estero. Così anche a Belfast arrivarono le prime gelaterie, ristoranti, ma anche gente con svariati talenti come musicisti e i mastri marmisti che hanno lavorato ai rivestimenti del municipio e di varie chiese. Vale la pena menzionare una curiosità: nel 1898 Marconi, che non era un emigrante, ma figlio di padre italiano e madre irlandese, effettuò la prima trasmissione senza fili sul mare da Ballycastle all’isola di Rathlin in Irlanda del Nord.
Comunque a fine Ottocento a Belfast c’erano quasi 24mila italiani che vivevano in un quartiere denominato, l’avete già intuito, Little Italy, che purtroppo non c’è più, un po’ perché nel secondo dopoguerra la comunità si è dispersa, un po’ perché la città ha subito modifiche. Di questa prima ondata adesso abbiamo i discendenti di terza o quarta generazione che di italiano conservano il nome e poco altro. Sono quelli che noi insegnanti, che rappresentiamo l’ultima ondata di arrivi, ci ritroviamo in classe, come studenti principianti della lingua dei loro bisnonni.
E noi chi siamo? Come ci percepiamo? La risposta è arrivata chiara recentemente quando in cinque del gruppo di italiani che frequento e con cui collaboro più assiduamente, abbiamo partecipato ad un’iniziativa in collaborazione tra l’università e il Migrant Centre dal titolo “Vite da migranti – presenti e futuri”. È stato un equivoco interessate perché ognuno di noi era convinto che il nostro ruolo fosse quello assistere alle storie di emigrazione che ci sarebbero state presentate, solo per scoprire, a cose iniziate, eravamo noi ad essere considerati emigranti e che il progetto era quello di raccogliere le nostre testimonianze. Confusi e sbalorditi abbiamo tutti espresso lo stesso sentimento, e cioè che non ci sentivamo affatto degli emigranti e che la nostra esperienza non poteva compararsi a quella delle persone che lasciavano il proprio Paese spinte dalla necessità in circostanze più o meno drammatiche. In fondo noi ci eravamo spostati per questioni familiari o per opportunità di lavoro migliori e comunque il nostro “salto” era stato fatto con un atteggiamento mentale completamente diverso. C’è una grossa differenza tra partire per fame, per guerra, o per trovare una situazione più appagante che apporti ulteriori vantaggi personali. In fondo le persone del mio gruppo hanno tutte come minimo una laurea e basterebbe spulciare tra gli organici delle facoltà di una qualsiasi università britannica o irlandese, per scoprire che dappertutto si trovano italiani che fanno all’estero la carriera universitaria che viene loro ostacolata o addirittura negata a casa. Opportunità, non necessità, dunque.
Quello che però abbiamo in comune con gli emigranti di tutti i tempi è il nostro attaccamento all’italianità che viene sempre vissuta con sereno orgoglio e vista come una risorsa extra che portiamo nel nuovo Paese di residenza in cambio dell’ospitalità che ci viene fornita. Questo è anche il motivo per cui ci frequentiamo tra di noi, ma come detto prima, non è per un istinto di sopravvivenza, ma per dar vita a progetti che riguardino noi, la lingua che parliamo, la cultura che rappresentiamo. Nel corso degli anni ci siamo industriati in iniziative come le celebrazioni di importanti anniversari, (150° dell’Unificazione italiana con una presentazione sull’Inno di Mameli; 2 giugno con una ricostruzione dei “giochi di strada” che ha coinvolto tre quarti degli italiani e non di Belfast), didattica per i figli degli italiani, iniziative culturali (celebrazione del carnevale, eventi musicali) e così via. Personalmente non vedo contraddizioni tra l’abitare all’estero e mantenere la propria identità, la tradizione non si mantiene a scapito dell’integrazione, ma vanno di pari passo. In fondo lavorare sull’italianità ci ricorda chi siamo, mentre comprendere e immergerci nel mondo intorno a noi, ci ricorda dove siamo. Non può che emergerne una personalità più ricca e articolata.

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