ECONOMIA E DINTORNI Il risparmio delle famiglie e la prova del debito

Ad alti rendimenti, alti rischi. È necessario ascoltare sempre con la dovuta prudenza chi propone operazioni con reddito elevato e facilmente conseguibile. Oggi è possibile acquistare e vendere titoli, opzioni e derivati 24 ore su 24, in tutte le borse mondiali.

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La pandemia da Covid, come noto, ha portato come conseguenza diretta l’aumento del debito pubblico di tutti gli Stati europei. Ma anche il debito privato aziendale è pericolosamente aumentato, ipotecando il futuro dell’economia nell’Eurozona per centinaia di miliardi di euro. È palese che per sopravvivere in questa fase di forte crisi le piccole imprese hanno fatto ricorso quanto più possibile al credito bancario, e le più grandi alla creazione di nuove emissioni obbligazionarie per compensare le perdite di flusso di cassa. La conseguenza di ciò è quasi un paradosso: sopravvivere fino alla durata dell’emergenza coronavirus, rischiare il default quando terminerà l’erogazione degli aiuti di Stato.
Il rischio recessione
L’indebitamento delle imprese private europee nella prima metà del 2020 ha superato i 400 miliardi di euro, rispetto ai meno di 300 miliardi complessivi del 2019. In particolare il 40 p.c. delle piccole e medie imprese rischia il fallimento o comunque la necessità di promuovere procedure concorsuali. È evidente che non onorare la restituzione di denaro verso le banche o verso i sottoscrittori di titoli di debito sta portando l’Eurozona verso la recessione.
La Bundesbank prevede che in Germania le insolvenze aumenteranno del 35 p.c. entro il primo trimestre del 2021, nonostante la indubbia tradizionale solidità del loro sistema produttivo. Le società italiane, francesi e spagnole sono sottocapitalizzate per oltre 130 miliardi. Dopo l’Italia, è la Francia a registrare il maggiore incremento del volume di debito delle aziende produttive. Contrariamente al consueto immobilismo del sistema bancario italiano, le banche francesi stanno mantenendo bassi i costi finanziari per le imprese e contemporaneamente sostengono azioni e obbligazioni per i fondi di investimento e per il risparmio privato.
Trasparenza: una tutela
Le istituzioni europee e nazionali devono quindi attuare strategie che riducano la dipendenza delle aziende dall’indebitamento bancario, creando il presupposto per l’Unione dei mercati dei capitali, che renderebbe più facile la possibilità di attingere a finanziamenti alternativi rispetto a quelli bancari e migliorerebbe la trasparenza dei bilanci aziendali; la trasparenza sarebbe la prima tutela per il risparmio delle famiglie, che investirebbero con maggiore serenità nei titoli emessi.
I risvolti socio-economici
I mercati finanziari rappresentano ormai un argomento talmente vasto da rischiare che il relatore sia tanto noioso quanto inevitabilmente superficiale, abituati come siamo ai quotidiani fiumi d’inchiostro spesi in materia anche dai più piccoli giornali di provincia. Aspetto fondamentale dei mercati è ovviamente la localizzazione territoriale: oggi è possibile infatti acquistare e vendere titoli, opzioni e derivati 24 ore su 24, in tutte le Borse mondiali; in ogni momento della giornata c’è nel mondo almeno una Borsa con contrattazioni aperte. È addirittura possibile comprare titoli di una società a Wall Street e rivenderli contestualmente a Londra e viceversa, è possibile intermediare tranche in divisa estera in tempo reale, calibrando la vendita proporzionalmente al livello di profitto raggiunto nel corso della transazione. In ogni famiglia è ormai presente un computer, o un tablet, o uno smartphone con cui accedere ai mercati finanziari per operare acquisti addebitando in automatico il proprio conto corrente.
La circolazione dei capitali
Ma per mercati intendiamo anche le logiche di circolazione dei capitali, rivolte alle varie tipologie di operazioni: si parla quotidianamente di mercato azionario, di mercato obbligazionario, di derivati su cambi e su titoli, di mercato istituzionale e di periferia, di mercati sottili e di listini specialistici (tecnologici, biomedici, ecc). Percepiamo cioè quanto complessa e, per certi versi, confusa sia l’interpretazione della circolazione del denaro e quindi di quanto sia tormentata la determinazione delle relative regole.
Troppo spesso si parla di rispetto dei piccoli azionisti e dei piccoli investitori e regolarmente abbiamo la sensazione di quanto sia difficile dalla periferia incidere con forza nelle grandi operazioni centrali (teniamo presente che per piccole operazioni si intendono quelle da alcuni miliardi, piccole rispetto alle centinaia di miliardi circolanti ogni ora nel mondo e destinati ad obiettivi di notevole quantità). Prendiamo ad esempio le famose offerte pubbliche (di acquisto, di vendita, di scambio, ostili e non): sono sempre promosse da grandi istituzioni e sostanzialmente subite dagli investitori di provincia, che si devono accontentare di ruoli da “arrotondamento” della massa azionaria.
I fondi d’investimento
Alla fine degli anni 70 nascono i fondi comuni di investimento, con lo scopo di rendere più fruibile e più mediato il mercato di acquisto titoli, facendo divenire la quota del fondo a sua volta un titolo negoziabile, secondo le seguenti caratteristiche: valore definito giornalmente dai bollettini ufficiali; valore influenzato dall’andamento di più titoli aggregati, che singolarmente potrebbero dare maggiore soddisfazione, ma anche perdite in caso di calo dovuto anche a semplici voci di carattere speculativo; possibilità di disinvestimento agevolato rispetto alle procedure di vendita dei titoli di stato a medio e lungo termine.
I fondi bilanciati
Per avvicinare anche i risparmiatori più prudenti al mondo dei fondi comuni, all’inizio degli anni Ottanta nascono i fondi bilanciati, i cui gestori creano le singole quote con valore derivante dal mix fra titoli a valore non costante (azioni), a reddito semivariabile (obbligazioni convertibili) e a reddito fisso (obbligazioni con o senza cedola, zero coupon bond, titoli di stato). I prudentissimi hanno trovato congeniale rivolgere i loro risparmi ai fondi obbligazionari puri, accontentandosi di rendimenti di poco superiori ai titoli di stato, ma senza correre praticamente alcun rischio nella gestione.
Moltiplicare i prodotti
Affinando la ricerca per individuare nuove metodologie di remunerazione dei capitali investiti, il mondo anglosassone ha moltiplicato i prodotti, fino ad arrivare ai junk bonds (i famosi titoli spazzatura), che negli anni 80 servivano a finanziare aziende a bassa capitalizzazione, ma forse ad alto reddito prospettico; le operazioni hanno causato forti perdite ai piccoli risparmiatori, facendo arricchire i pochi grandi organizzatori delle reti di promozione, che nella fase iniziale hanno costruito notevole liquidità, poi investita oculatamente alla faccia dei perdenti.
Gli eventi devastanti
Dai junk bonds ai successivi prodotti definiti “aggressivi” il passo è stato breve, e abbiamo assistito ai devastanti eventi causati dai titoli argentini, dai derivati di varia natura e dalle azioni non garantite di banche prossime al default (Veneto Banca, Banca Marche, Carige, Banca Etruria, a puro titolo esemplificativo). Ciò ha confermato la validità di un detto tanto ovvio quanto sacrosanto: ad alti rendimenti, alti rischi! Per cui è necessario ascoltare sempre con la dovuta prudenza chi propone operazioni con reddito elevato e facilmente conseguibile.
I titoli tecnologici
I mercati in forte ascesa sono allo stato attuale quelli che privilegiano le medie imprese ad alto contenuto tecnologico e ad alta presenza nell’e-commerce; il Nasdaq esiste negli Stati Uniti già da diversi anni, assicurando buoni rendimenti ai risparmiatori e permettendo di reperire risorse fresche per le imprese in progresso nei propri piani di sviluppo. Conseguendo mezzi nel mercato dei capitali anziché nel sistema bancario, le imprese tecnologiche hanno prodotto nella maggior parte dei casi nuovi utili da distribuire agli azionisti (perciò anche agli investitori di provincia) e hanno formato nuove figure professionali corroborando la dinamica occupazionale. In Italia il fenomeno dei titoli tecnologici ha poco più di 20 anni di vita (tutti ricordiamo i fenomeni Tiscali, Finmatica, ecc) e ha subìto il vuoto normativo che potesse moderarlo al di là dei facili entusiasmi: teniamo presente che si è verificato il caso di aziende con mezzi propri di pochi milioni di vecchie lire che sono giunte a capitalizzare vari miliardi, non potendo in larga misura sostenere e garantire i costi di un eventuale pesante “buy back”. È pertanto ovvio che concentrare settori di risparmio sulle piccole e medie aziende produttive con progetti coerenti nei settori ad alta redditività e a costanti performance di sviluppo è un grande aiuto alle economie locali.
I circuiti informativi
Obiettivo di una corretta politica socio- economica dovrebbe essere creare circuiti informativi che avvicinino i capitali di rischio circolanti (o circolabili) in un determinato territorio alle imprese operanti nel territorio stesso, assicurando la massima tutela per gli investitori non istituzionali. In un prossimo intervento si tratterà il tema del crowdfunding, che almeno in Italia non è facilmente applicabile a progetti di medio alta dimensione, ma più idoneo a sostenere la creazione di piccole start up di nicchia.
L’esempio rende comprensibile il principio del cosiddetto federalismo economico, che potrebbe stimolare la nascita di nuovi progetti imprenditoriali, la crescita delle imprese, il perseguimento della trasparenza contabile e procedurale (perciò il rispetto per i risparmiatori – investitori – azionisti nella presentazione dei conti, e per la lealtà fiscale) e le conseguenti soddisfazioni reddituali, nell’ambito di un determinato comprensorio ove tutti si possono conoscere e riconoscere, ciascuno nel proprio ruolo di creatore dell’idea, divulgatore e investitore/risparmiatore.
L’intermediario finanziario
Per chiudere il cerchio che si compone tra l’erogatore delle risorse (ad es. la famiglia), il redattore delle regole di trasparenza del mercato (il legislatore), coloro che esercitano il controllo e la coerente ridistribuzione di parte delle risorse (pubblica amministrazione), i fruitori dei flussi finanziari (imprese) e il ritorno di reddito alle famiglie (profitto dell’investimento), occorre l’indispensabile elemento di raccordo che deve essere un autorevole intermediario finanziario, al fine di ottenere il modello economico della concertazione circolare. Banche, SIM, autorevoli strutture di consulenza fiscale e gestionale collegate a reti di elevata statura e comprovata serietà o tutte queste realtà insieme (in una parola gli advisors), devono mettersi a disposizione di potenziali investitori (soprattutto se non particolarmente acculturati) per suggerire i percorsi più idonei ed evitare errori di noviziato.
La cultura dell’investimento
Per interpretare correttamente e affrontare serenamente i mercati finanziari è perciò necessario completare la crescita della cultura dell’investimento consapevole in periferia (parte integrante della cultura d’impresa) per facilitare l’incrocio tra programmi e risorse. Trasferire il modello a livelli più elevati permette maggiore difesa di fronte ai “potenti” più di quanto non possa fare singolarmente il “parco buoi”, secondo la definizione cara ai tradizionali dominatori della finanza italiana, che hanno finora approfittato della scarsa preparazione degli operatori minori e delle modeste informazioni centellinate ad arte per evitare eccessiva competizione ed eludere la doverosa trasparenza. Non dimentichiamo che tradizionalmente la famiglia coltiva il risparmio quale prudente virtù economica, e non come speculazione finanziaria.

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