DIARIO DI UN DIPLOMATICO Gabinetti bulgari e cravatte croate

Il Colosseo a Roma. Foto: EXPA/ laPresse/ Cecilia Fabiano

Prima d’insediarmi a Roma all’Ambasciata croata, nel quartiere di Vigna Clara, mi imbattei in un libro divertentissimo. Si trattava di “Missione Londra”, una proiezione ironica, anzi sarcastica, dell’élite diplomatica bulgara.
L’autore Alek Popov, ora un noto scrittore tradotto spesso anche all’estero, aveva scritto una parodia dei suoi anni trascorsi a Roma come addetto culturale dell’Ambasciata bulgara. Nel libro l’autore descriveva le vicissitudini dell’Ambasciatore bulgaro Varadin, inviato da un governo postcomunista a Londra, dove gli erano capitate di tutti colori. Si era imbattuto in un personale inetto e confuso dai cambiamenti avvenuti in patria, le casse erano vuote e dunque era costretto ad arrangiarsi; quelli che lo avevano mandato a Londra si aspettano da lui dei favori assurdi e così l’Ambasciatore aveva dovuto arrangiarsi alla bell’e meglio.
Ad esempio, non avendo ricevuto i soldi per un ricevimento in occasione della Festa nazionale, il cuoco dell’Ambasciata aveva deciso di provvedere procurandosi della gustosa carne d’anatra che l’Ambasciatore avrebbe offerto ai suoi ospiti su delle tartine, tanto per fare bella figura e promuovere l’immagine di una Bulgaria che si preparava a entrare nell’Unione europea. Non essendoci i soldi, il cuoco era uscito di notte, si era recato al parco – i famosi Kensington Gardens – e lì aveva fatto man bassa delle povere anatre che scorrazzano nel laghetto, con grande diletto specialmente dei bambini ai quali piace dare loro del cibo. Detto, fatto. Ma c’era un piccolo inconveniente: le anatre del parco di Kensington sono animali protetti, e ognuna ha un suo chip elettronico impiantato, così da poter essere seguita e, in caso di bisogno, assistita e curata.
Ma il cuoco non lo sapeva, e tanto meno l’Ambasciatore. E così gli ospiti del ricevimento bulgaro, diplomatici stranieri e molti personaggi della vita politica britannica, giornalisti, attori e attrici, si congratularono con l’Ambasciatore per le “ottime specialità bulgare” di carne d’anatra.
Ma quando i guardiani del parco si accorsero che le anatre del laghetto erano sparite così ad un tratto, tutte, avevano fatto scattare l’allarme. E attraverso i computer si erano messi sulle tracce dei chip impiantati nei corpicini di queste creature. Ed era scaturita una situazione quanto mai imbarazzante: i chip erano stati trovati, alcuni, nelle pance di lord inglesi, altri nel sistema circolatorio di famose attrici. Inoltre molti chip, evidentemente riciclati dall’apparato digestivo degli ospiti illustri, erano stati trovati nella discarica di Londra, nel Tamigi. Naturalmente, tutto venne coperto dalla “discrezione diplomatica”, perché l’Ambasciata bulgara, come tutte le altre sedi diplomatiche, gode dello status di extraterritorialità, per cui non si può procedere mandando a giudizio i diplomatici.
Poi, il povero Ambasciatore Varadin ricevette l’ordine di allestire, a Londra, una mostra sui water – gabinetti con sciacquone, presunta invenzione bulgara. Dietro a quest’iniziativa c’erano gli imprenditori bulgari e i vertici dello Stato, che con il pretesto di questa mostra se l’erano spassata a Londra per un bel po’, a carico dell’erario.
Ci avevo riso su a leggere di queste avventure grottesche, surreali e, avevo pensato allora, assolutamente impossibili. Ci avevano girato anche un film, una coproduzione bulgaro-britannica, che aveva raggiunto anche una discreta popolarità nel Regno Unito.
Così quando conobbi l’Ambasciatore bulgaro a Roma, prudentemente confessai di aver letto un libro un po’ strano sulle vicende di un suo predecessore. Per non offenderlo, dissi che ero pienamente conscio che l’autore aveva un’immaginazione viva, esagerata… Però lui accolse il mio “tatto diplomatico” con una sonora risata: “Ma erano cose vere al 90 per cento, realmente si erano verificate quelle stupidaggini!”. L’Ambasciatore bulgaro a Roma, Marin Rajkov, aveva il senso dell’humour e diventammo presto amici. E poi, parlava un croato, cioè un serbo, anzi un serbo-croato fluente, dato che aveva trascorso ben quattro anni a Belgrado come consigliere politico dell’Ambasciata bulgara. E io gli dissi che speravo che non sarebbe accaduto a me quello che era descritto in quel libro. Non avendo nemmeno io i soldi per i ricevimenti, per fortuna mi arrangiai con le donazioni della Città di Fiume, della Contea litoraneo-montana e della Città di Zagabria. Poi, quando organizzai il primo ricevimento all’Ambasciata, nel piccolo giardino che in verità era solo un accesso al garage, capitò che dovemmo camuffare le crepe nel pavimento affinché gli ospiti non inciampassero. Però, una giornalista, un po’ brilla, riuscì comunque a cadere in un buco mal celato e si ruppe una gamba; in seguito ci citò in Tribunale. Invece della mostra sul gabinetto bulgaro, dovetti lottare per non far venire a Roma il Reggimento della Cravatta croata, che voleva venire a cavallo e “vestire” il Colosseo con una gigantesca cravatta “croata”, a quadretti bianchi e rossi. E dovetti combattere con le unghie e con i denti per ostacolare quest’“impresa patriottica di grande valenza”, come mi avevano telegrafato i miei colleghi del Ministero degli Esteri….

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