Zoran Žmirić. Un successo che diventa film

Chiacchierata con lo scrittore, poeta e musicista fiumano il cui romanzo «Blockbuster», dopo essere stato tradotto in russo, avrà prossimamente un adattamento cinematografico in Ucraina

Zoran Žmirić. Foto: Carmela Perica Žmirić

Zoran Žmirić, scrittore, poeta e musicista fiumano, ha conquistato negli ultimi anni la scena letteraria croata con il romanzo “Pacijent iz sobe 19” (Il paziente della stanza 19) considerato, assieme al suo “Blockbuster” (pubblicato nel 2009) una delle opere migliori nel campo della narrativa antibellica in Croazia e fuori dai suoi confini. Lavorando con costanza e tenacia, Žmirić (classe 1969) ha costruito una carriera letteraria di tutto rispetto, che qualche anno fa è stata riconosciuta anche in Ucraina, dove è stata pubblicata la traduzione di “Blockbuster” e che presto, sempre in Ucraina, avrà pure un adattamento cinematografico.
Žmirić non è soltanto un rinomato scrittore e poeta, è anche ex bassista di gruppi che hanno segnato la scena musicale fiumana, come Laufer, Grad e Grč. I suoi interessi spaziano in diversi campi, tra cui pure videogiochi e cinema – è stato ideatore e redattore del primo portale croato per i videogames, Gamer.hr, e del primo portale dedicato al cinema, Popcorn.hr –. Il suo hobby è la fotografia ed è autore di alcune copertine di dischi delle band Grad e Fit, del cantautore Vava e di copertine di alcuni libri. Una persona generosa e gentile, un interlocutore coinvolgente, i cui pensieri riflettono un rigore morale e un’onestà intellettuale che si rispecchia pure nelle sue opere.
Iniziamo dall’ultima notizia, ossia che dal tuo romanzo “Blockbuster” in Ucraina verrà tratto un film. Che cosa significa per te e in che modo prenderai parte alla produzione?
“Dopo che il mio romanzo ‘Pacijent iz sobe 19’, che parla della Guerra patriottica, è stato pubblicato in Serbia, l’adattamento cinematografico di ‘Blockbuster’ in Ucraina è una dimensione nuova, della quale non sono ancora del tutto consapevole. Per quanto riguarda la scrittura, prima di cominciare a scrivere immagino la storia con tutti i particolari possibili. Li conosco praticamente tutti, dall’inizio alla fine, i personaggi sono elaborati e ho già pronti i dialoghi, per cui l’atto di scrittura assomiglia a un resoconto dettagliato di un film che ho visto sul mio schermo mentale. Era la stessa cosa con ‘Blockbuster’, che abbonda di riferimenti cinematografici, per cui sono impaziente di vedere il risultato finale. Ho sentito che questo è il primo romanzo di un autore croato che sarà trasposto in un film di coproduzione straniera, il che mi entusiasma molto. Tutto ciò è successo in breve tempo, per cui sto ancora cercando di assimilare le mie impressioni. Mi è stato offerto il ruolo di consulente per la sceneggiatura; entro l’estate dovrebbe iniziare il lavoro al film.”
In Ucraina sei uno scrittore molto apprezzato. Come ti sei fatto conoscere?
“È tutto merito del traduttore ucraino Volodymyr Krynytsky, che è perdutamente innamorato della cultura slava. Adora la lingua croata, conosce benissimo la letteratura croata e segue tutto, dai classici alle edizioni più recenti. Sul portale letterario Književnost uživo, che un tempo gestivo assieme all’amico e collega Milan Zagorac, Volodymyr si è imbattuto nella mia poesia e da lì l’interesse per il mio lavoro letterario. Dopo aver letto ‘Blockbuster’ mi ha contattato e ha chiesto il permesso di tradurre il romanzo, convinto che si tratti di una storia estremamente importante per l’Ucraina. Lo ha tradotto e lo ha offerto alla rinomata casa editrice Fabula, che lo ha subito pubblicato. In seguito la casa editrice mi ha invitato al maggiore Festival letterario in Ucraina, Arsenal, dove scoprii di essere l’ospite più atteso, assieme al poeta e scrittore Sjón dall’Islanda. Mi spiegarono che il mio arrivo era stato preceduto da eccellenti recensioni nei mass media ucraini, di cui alcune erano firmate da rinomati scrittori e accademici. In tre giorni di soggiorno a Kiev ho concesso più di venti interviste, tra portali web, emittenti radio, giornali e tv private e nazionali. Soltanto tornato a casa capii ciò che mi era effettivamente successo. Gli ucraini seguono la letteratura, leggono molto e conoscono i nostri autori. Ad esempio, l’edizione ucraina del saggio ‘Žrtve sanjaju veliku ratnu pobjedu’ (Le vittime sognano una grande vittoria di guerra) di Miljenko Jergović è stato proclamato la migliore edizione straniera l’anno scorso, anche se, per motivi a me sconosciuti, nei nostri mass media non ne troverete nemmeno menzione”.
”Pacijent iz sobe 19” è stato accolto favorevolmente da critica e pubblico. Assieme a “Blockbuster” rientra tra i migliori esempi di narrativa antibellica in Croazia e in Europa, stando al critico letterario Denis Derk, del Večernji list. Si può dire che questi romanzi siano stati un modo di sfogarti e mettere su carta ciò che hai vissuto nella Guerra patriottica?
“Ciò che è accaduto è rimasto nel passato e, dal momento che il passato non esiste perché è, appunto – passato, non voglio che questa esperienza annebbi la mia vista. Di tutto quel periodo è rimasta un’atmosfera indelebile che rimane parte di me, come pure numerose domande che all’epoca sorgevano da certe oscurità interne. La mia preoccupazione principale durante la scrittura è la questione dell’identità, mentre le situazioni straordinarie, come la guerra, sono un palcoscenico perfetto in cui questa si palesa. Qui sento di controllarla e questa è l’unica ragione per la quale riprendo spesso questo tema”.
Da giovane ti occupavi con successo di musica suonando in importanti band fiumane; hai pure lavorato come opinionista e redattore. Quando e come hai sentito il bisogno di scrivere un romanzo?
“‘Blockbuster’ è nato da un senso d’indignazione. Non potevo più osservare passivamente il clima nella società, diventata ostile verso lo sviluppo di qualsiasi pensiero critico. Scrivevo un capitolo al giorno e lo conclusi in 23 giorni. È praticamente sgorgato da me”.
Perché hai smesso di suonare?
“Non lo so. Probabilmente perché in campo musicale non avevo più niente da dire. Proprio di recente commentavo con un amico il mio lungo slalom parallelo tra la musica e la letteratura. Scherzando ho detto che bisognerebbe proibire ai rockettari di suonare dopo i trent’anni d’età, visto che la maggior parte di ciò che ha valore sulla scena musicale lo hanno creato musicisti fino ai trent’anni, perché dopo inizia il riciclo di cose già fatte. L’ho detto per scherzo, ma con una buona dose di autocritica. Per anni l’energia e il bisogno di creare musica si ritiravano pian piano, per dare spazio a un bisogno più maturo, quello di scrivere.“
Al termine delle presentazioni dei tuoi libri hai l’abitudine di raccomandare un fumetto al pubblico. Com’è nato l’amore per questo genere?
“I fumetti sono il mio primo amore. Mia madre mi comprava ‘Zagor’ perché ero entusiasta delle copertine. Lo ‘leggevo’ quando ancora non conoscevo le lettere. Sfogliavo le pagine, osservavo i disegni e immaginavo che cosa stesse veramente succedendo. Seguivo le interazioni tra i personaggi e in base alle loro espressioni immaginavo il motivo del conflitto e in che modo si svilupperà la trama. Semplicemente, creavo una mia storia osservando le scene nel fumetto. Così è nato l’amore verso la narrativa. Se non fosse stato per i fumetti, se non fosse stato per Sergio Bonelli e soprattutto Gallieno Ferri, oggi forse non scriverei. Con il passare degli anni ho scoperto il lato artistico dei fumetti e familiarizzavo con il lavoro di autori i cui romanzi grafici reggono il confronto con i grandi classici della letteratura mondiale. Oggi la mia collezione contiene la maggior parte delle opere di Hermann Huppen, Alejandro Jodorowsky, Milo Manara, Alberto e Enrique Breccia, mentre il mio personaggio preferito dei fumetti, Corto Maltese di Hugo Pratt, è il protagonista intorno al quale si intreccia la trama del mio romanzo ‘Putovanje desnom hemisferom’ (Viaggio nell’emisfero destro)”.
Sulle reti social commenti occasionalmente gli eventi attuali. In questo momento, come il resto del mondo, siamo in lotta contro il coronavirus. Come affronti questo stress?
“Dipende. Generalmente bene. Se qualche volta mi lascio sopraffare, mia moglie mi caccia in macchina e mi porta nel bosco. Lì accarezzo gli alberi e chiedo loro scusa perché sono costretti a sopportarci. Cerco di non dimenticare che siamo qui di passaggio, molto meno importanti di quanto crediamo e che condividiamo lo spazio con esseri migliori di noi”.
Nel tuo ultimo libro, “Kaleidoskop”, tutte le storie accadono a Fiume. Qual è il tuo rapporto con la città natale?
“Quando si tratta di Fiume, confesso che sono completamente di parte e poco oggettivo. È la città che mi ha partorito e modellato. Fiume è l’unica città in Croazia nella quale posso vivere. Non posso immaginare la mia crescita senza i Laufer, le serate al Kont e a Torretta, i concerti al Palach e a Lovorka Kukanić, le estati alle Skalete. Tutto ciò mi ha definito. In seguito ci sono state le riviste Val, Kamov, le serate al Python e al Quorum e poi gli articoli di Velid (Đekić, nda) sull’industria fiumana, i concerti dei Let3, l’annuale ascolto rituale della seconda fase dei Paraf… e tante altre cose. Fiume è un tema ricorrente nella mia narrativa: ho scritto pure una dedica al rock fiumano, il libro ‘Riječke rock himne’ (Gli inni rock fiumani); il romanzo ‘Snoputnik’ si svolge in parte a Fiume, come anche l’azione del ‘Paziente della stanza 19’”.
Secondo te, gli scrittori hanno una visione differente del mondo, una percezione più profonda di ciò che ci circonda?
“Non lo so, credo che io non ce l’ho. È forse possibile che osservo ciò che ci circonda in maniera diversa; credo che non esistano dettagli irrilevanti e che sia possibile costruire una storia da una frase sentita di passaggio”.
In veste di lettore, che cosa ti entusiasma in un libro?
“Esclusivamente la storia. Preferisco leggere racconti popolari scritti con un linguaggio modesto che ornamenti poetici senza una trama”.

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