Sabina Damiani e l’infinito mondo della fotografia

Curatrice, pedagoga dell’arte e artista, è una delle promotrici del Festival aMore, dedicato esclusivamente ai tanti temi legati al mare e che unisce arte, cultura, scienza e nuove tecnologie, volto alla conservazione di mari e oceani dall’inquinamento

Sabina Damiani, artista umaghese, formatasi all’Accademia di belle arti di Venezia e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano

Sabina Damiani è curatrice, pedagoga dell’arte e artista umaghese, formatasi all’Accademia di belle arti di Venezia e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. La sua occupazione copre diverse discipline, ma si può ricondurre alla creazione e divulgazione dell’arte visiva, in svariate tecniche. Fa parte del comitato organizzativo del Festival aMore ed è membro dell’associazione Zona, il cui scopo è migliorare la qualità della vita; insieme a Petra Počanić, Ines Dojkić e Tea Terzić, ha promosso il Festival aMore, la prima manifestazione dedicata esclusivamente ai tanti temi legati al mare e che unisce arte, cultura, scienza e nuove tecnologie, volto alla conservazione di mari e oceani dall’inquinamento. Il Festival si svolge a Parenzo ed è aperto ad artisti e fotografi dilettanti e professionisti di tutto il mondo. Lo scorso anno Sabina Damiani ha presentato il Festival aMore a Fiume, agli incontri Retox, organizzati nell’ambito dei tanti programmi di Fiume Capitale europea della Cultura.
Lei allestisce mostre, conduce workshop ed è anche fotografa; come riesce a combinare queste attività? Quali sono stati i suoi mentori, gli esempi che ha seguito?
“È difficile elencare in breve chi ha influito sulla mia formazione. Sin dall’inizio del percorso universitario ho scelto una duplice attività che comprendeva una parte teorica di formazione in Pedagogia e didattica dell’arte e una legata alla pratica artistica in Arti visive. Questo mi ha indubbiamente permesso di avere fin da subito un ampio sguardo sia sulla pratica teorica, ma anche filosofica, educativa e formativa dell’arte, sia su quella prettamente legata al mio percorso artistico individuale, che dopo varie sperimentazioni in campo pittorico e grafico, ha trovato casa nella fotografia e nei nuovi media. Dapprima un ruolo importante ha avuto il corso di Arti e musica contemporanee, condotto dal professor Nicola Cisternino, con cui mi sono anche diplomata, che è stato una rivelazione in quanto riusciva a mettere in correlazione in modo organico e naturale le arti visive, la musica contemporanea e sperimentale, come ad esempio le prime sperimentazioni nel campo della musica elettronica e la filosofia, soprattutto quella orientale. Poi, all’Accademia di Brera, vorrei ricordare il fotografo italiano Mario Cresci e l’artista e docente Davide Tranchina”.
Perché proprio loro?
“Sono alcune delle figure grazie alle quali mi è stato possibile capire il respiro più ampio della fotografia quale forma d’arte, della fotografia concettuale e quella contemporanea, il che mi ha dato modo di capire quali erano i miei interessi e la strada da percorrere. Ho inoltre sempre amato il fotografo Luigi Ghirri la cui particolare attenzione rivolta al territorio fa sì che questo diventi il campo d’indagine della trasformazione. È stato questo uno dei pilastri del pensiero di Ghirri e della Scuola italiana del paesaggio in genere, corrente nata negli anni Settanta che segue un modo di documentare il passaggio verso una società post industriale attraverso l’indagine della provincia e delle periferie. Insomma, l’anti-cartolina”.
Le mostre sono spesso itineranti, viaggiano tra varie gallerie e spazi museali e devono venire adattate all’ambiente che le accoglie. Come si fa ad adattarle ad ambienti diversi?
“Sono dell’idea che un’opera non possa essere pensata del tutto senza dei riferimenti allo spazio (o alla tipologia di spazio) in cui verrà presentata. Mi piace vedere opere site-specific, ovvero concepite prettamente per lo spazio (interno o esterno) in cui vengono esposte. Ovviamente, il mondo dell’arte dà la possibilità alle mostre di viaggiare e di poter esser viste da un numero maggiore di persone, il che è ovviamente positivo. Sono però dell’idea che non è possibile replicare semplicemente un lavoro, ma che bisogna ripensarlo di volta in volta, dipendentemente dallo spazio in cui viene portato, soprattutto per quanto riguarda installazioni dove spesso il dialogo con lo spazio stesso è fondamentale. Nel caso in cui si tratti di mostre collettive, con più autori, diventa molto impegnativo e c’è bisogno di fare tanta ‘pulizia’ per evitare un mix di stili e linguaggi diversi, che spesso, quando messi in stretta relazione, diventano caotici e non danno allo spettatore il tempo e lo spazio necessario alla fruizione. Bisogna trovare un giusto equilibrio, procedere per tentativi e soprattutto avere una profonda conoscenza delle opere e dei loro autori. Il lavoro del curatore e la collaborazione con l’artista in questi casi diventa fondamentale”.
Lei ha viaggiato molto, ha acquisito un’importante esperienza internazionale e conosce una grande quantità di tecniche ed espressioni d’avanguardia.
“Più che la conoscenza delle tecniche, trovo sia importante la conoscenza e lo sviluppo del pensiero. La condivisione delle idee e le discussioni che nascono nel corso dei viaggi, le residenze artistiche, lo scambio con altri artisti e non solo, sono imprescindibili allo sviluppo sia personale che professionale di ognuno”.
La fotografia è entrata nell’era digitale da molto tempo, le immagini hanne sempre meno un supporto cartaceo e spesso non si salvano neanche nelle memorie. Che cosa ci attende nel futuro prossimo?
“Penso che continuerà ad esistere una convivenza tra i vari media. Se da un lato abbiamo una produzione di immagini che vive esclusivamente in rete, dall’altra abbiamo chi continua a usare sia metodi tradizionali o comunque prevedere diversi supporti per le proprie immagini. Lo stesso vale in ambiti diversi, ad esempio seppur ci sia una grossa fetta di popolazione che preferisce leggere su supporti elettronici, ci sono sempre (e tanti) cultori della parola stampata e del libro cartaceo. Idem per la musica: dischi in vinile stanno di nuovo vivendo un momento di grande successo”.
L’attuale pandemia ha sicuramente interrotto qualche progetto artistico che non è andato ancora in porto.
“Non ha esattamente interrotto un progetto in corso, ma diciamo che ha fatto slittare ulteriormente un progetto che pianificavo già da un po’ e che comprende il ripercorrere un viaggio in treno e la conseguente documentazione, per un confronto poi con il viaggio originale che ho trovato negli archivi di famiglia. A parte questo, sono dell’idea che la pandemia sia anche un’opportunità per fermarsi a riflettere, approfondire delle ricerche iniziate e lasciate a metà, per le quali di solito non si ha mai abbastanza tempo a disposizione, o per finire quei progetti che non hanno bisogno di molti spostamenti e finanze. Devo dire che questa pandemia ha inflitto un duro colpo a tutti noi che lavoriamo nel settore culturale, soprattutto quello indipendente, e ha ulteriormente sottolineato la fragilità in cui tutto questo settore opera e vive; glorificato quando è utile al ‘branding’ del momento e abbandonato a sé stesso nei momenti di bisogno”.
Tra l’ispirazione del momento e la contemplazione e la pianificazione, che cosa sceglie e perché?
“In generale, sono più propensa al ‘work in progress’, ai progetti a lungo termine, che si sviluppano nel corso del tempo. Nel mio lavoro mi occupo di temi quali la memoria e l’identità, dove spesso c’è bisogno di un periodo più o meno lungo di ricerca, dove il processo ha lo stesso valore del lavoro finale. Non disdegno l’ispirazione del momento, ma diciamo che mi è più congeniale la processualità”.
Il progetto “Absent memories”, che consisteva nell’inserire la propria immagine in vecchie foto di famiglia, si tratta di una nostalgia dell’infanzia o nasconde un messaggio contemplativo?
“Si trattava di una mia duplice riflessione, di un confronto tra memoria personale e memoria collettiva. In un certo senso mi impossesso delle memorie inserendomi nelle fotografie altrui, creando un mio itinerario immaginario di come sarebbe stata la mia vita se fossi nata solo qualche anno prima. Questo è sì un passato immaginario, ma in un qual modo mi appartiene, in quanto è pur sempre il passato della mia famiglia e del Paese in cui sono nata. Un’epoca cronologicamente vicina, ma ideologicamente molto lontana, porta con sé un rapporto molto diverso anche con la cultura stessa dell’immagine. La destabilizzazione data dalla precarietà, dal crollo delle certezze, si specchia nel nostro essere sociale, nel modo in cui apparteniamo a una comunità. È una riflessione che va oltre il mio personale coinvolgimento, ma diventa punto di partenza per un discorso più complesso. Lo stesso vale per le stazioni degli autobus che ho fotografato dal 2010 al 2014. Mi interessava l’assurdità della fermata dell’autobus su una strada vuota, la sua incompletezza. L’immagine è fredda, distante e statica. Attraverso una serie di scatti si analizzano le condizioni di attesa e incertezza, guardando attraverso le tematiche del viaggio e del paesaggio in ‘non luoghi’ del territorio, che appaiono impossibili da localizzare geograficamente. Nei miei lavori prendo spesso il territorio come punto di partenza per una riflessione e questo varia anche dal posto in cui mi trovo in un dato momento”.
Quale degli autori contemporanei, a suo avviso, merita di essere meglio evidenziato e perché?
“Ultimamente mi interessano di più gli artisti interdisciplinari, che usano una varietà di media nella produzione delle opere, dal suono alla performance, al video, come ad esempio l’artista slovena Robertina Šebjanič con cui abbiamo lavorato all’edizione del 2018 dell’aMore Festival, che co-organizzo e di cui curo la parte artistica. Lei fonde i nuovi media e la tecnologia con la ricerca scientifica e crea opere che sensibilizzano al rispetto e alla conoscenza dell’ambiente, soprattutto del mare. Ho avuto modo di conoscere pure alcuni giovani fotografi che lavorano su una varietà di temi importanti, come ad esempio l’egiziana Heba Khamis, vincitrice del prestigioso premio PHmuseum’s Women Photograhers Grant e del World Press Photo”.

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