«Le fabbriche agli operai», un documentario fuori dai canoni

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«Le fabbriche agli operai», un documentario fuori dai canoni
| Sabina Pešić, Srđan Kovačević e Slobodanka Mišković. Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

All’Art cinema di Fiume è stata inaugurata la terza parte del programma “Kino magistrala” (Cinema litoranea), un progetto comune dei cinema di Fiume, Spalato e Ragusa, che mira a far tornare il pubblico nelle sale cinematografiche dopo il biennio pandemico, che ha portato alla ribalta i servizi di streaming. La terza parte del progetto riguarda il documentario “Le fabbriche agli operai” (Tvornice radnicima), del regista Srđan Kovačević, presente alla première fiumana. La pellicola tratta un tema decisamente inusuale ai nostri tempi e riguarda l’autogestione operaia di una fabbrica di macchinari in un Paese democratico e capitalista come la Croazia di oggi.

Un decennio di alti e bassi

L’équipe ha iniziato le riprese a dieci anni dall’inizio del nuovo sistema di gestione e ha continuato a seguire gli sviluppi della situazione per alcuni anni, conquistandosi la fiducia degli operai. La fabbrica ITAS, situata a Ivanec, nei pressi di Varaždin, è stata fondata nel 1960 per sostenere le attività nella vicina miniera costruendo macchinari per l’estrazione del carbone, ma successivamente si è rivolta al mercato tedesco. Nel 2005, dopo un tentativo fallito di privatizzazione, i lavoratori si sono ribellati e hanno occupato la fabbrica. Circa 250 persone hanno iniziato a produrre macchinari e parti di macchinari autonomamente, pur non essendo retribuite per ben 8 mesi. Con il passare del tempo il progetto è diventato sostenibile e nel 2016 la maggior parte dei lavoratori possedeva le azioni della fabbrica ed era dunque anche formalmente in possesso di parte dello stabilimento. Ovviamente, però, non è tutto rose e fiori e nel documentario vengono rappresentati diversi momenti drammatici legati al ritardo degli stipendi, ai mancati pagamenti, ai mutui da pagare e ad altri problemi di natura finanziaria e non. Un grosso problema dell’ITAS è pure la difficoltà nell’assunzione di manodopera competente e all’altezza dei compiti produttivi.

La difficile vita dei dipendenti

A colpire lo spettatore non sono soltanto le problematiche a livello direzionale, ma anche le difficili condizioni di lavoro di centinaia di uomini e di donne stipati in un grande complesso, dai pavimenti in terra battuta e con mobilio risalente al socialismo. Praticamente in ogni scena sono visibili uomini dal viso solcato con la sigaretta in mano. Il fumo e l’alcol rappresentano per molti una fuga dall’abbruttimento di una vita difficile e da un lavoro sottopagato ed estenuante. Il documentario è interessante anche per il fatto che dà voce agli operai ed espone i loro desideri e i pensieri più profondi. Se non fosse per i sottotitoli, in lingua inglese, il pubblico dei cinema lungo il litorale farebbe sicuramente fatica a comprendere il dialetto kajkavo parlato dai lavoratori.
In sostanza, quello che chiedono gli operai, soprattutto quelli più giovani, è stabilità. Questi vogliono soltanto uno stipendio dignitoso e regolare.

Necessario il sostegno della comunità

La conclusione del film è piuttosto buia, con il direttore che viene destituito e la fabbrica che sta per chiudere per debiti, ma al dibattito che è seguito il regista Srđan Kovačević ha spiegato che l’ITAS ha superato la crisi ed è ora in un periodo piuttosto tranquillo. Alle domande del pubblico riguardo alla sostenibilità del sistema d’autogestione, Kovačević ha risposto che non è impossibile, ma che nel caso concreto dell’ITAS è mancato il sostegno non solo della comunità locale, ma anche dello Stato.

“Qualche anno fa la Banca per il rinnovo e lo sviluppo (HBOR) ha assicurato, tramite concorso pubblico, quasi due milioni di kune per la modernizzazione dell’impianto – ha spiegato -, ma qualche mese più tardi i soldi sono stati ritirati con la scusa che il direttore Varga ha soltanto un diploma di scuola media superiore e che quindi non è all’altezza dei finanziamenti. Quale sia il vero motivo di questo scandalo non è noto, fatto sta che la fabbrica ha sempre lottato da sola con i mulini a vento. Da parte nostra abbiamo stipulato con i lavoratori un contratto solidale e tutti i profitti del film vengono divisi in maniera equa tra la squadra cinematografica e i lavoratori della fabbrica”. In conclusione della serata, moderata dalla direttrice della cineteca fiumana, Slobodanka Mišković, il pubblico ha posto delle domande sia al regista che a Sabina Pešić, della casa produttrice Fade In, i quali hanno parlato non soltanto del documentario appena presentato, ma anche del prossimo progetto, che riguarderà un piccolo sindacato di Lubiana. Alla proiezione ha preso parte anche il sindaco della Città di Fiume, Marko Filipović.

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