«D’Annunzio non amava il fascismo»

Ivor Hreljanović
Giordano Bruno Guerri

FIUME | Nel 2019 verrà celebrato il centenario dell’Impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio. In Italia la figura del Vate sarà certamente messa in evidenza e ricordata come ad essa compete. Per il capoluogo quarnerino, che per un periodo è stato la seconda casa del Poeta Soldato, potrebbe essere un’occasione da non perdere – anche in virtù di Fiume – Capitale europea della Cultura 2020 –, una data per rivalutare – o almeno tentare di comprendere – l’immagine di un personaggio fuori dal comune, il cui comportamento e modo di essere sono spesso stati equivocati e oggetto di discussioni, sia nel Bel Paese che in Croazia.

Una persona che forse meglio di tutti conosce e può spiegare il fenomeno dannunziano è Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani – ospite di Fiume nei giorni scorsi –, ovvero l’ex dimora di Gabriele D’Annunzio a Gardone Riviera, cui ha ridato slancio con nuove creazioni museali e l’acquisizione di opere d’arte contemporanea e d’importanti documenti. Interpellarlo per un’intervista è stato d’obbligo.
“Non è la prima volta che visito Fiume – ha esordito –. Ebbi modo di conoscerla da ragazzo, quando feci un lungo viaggio in tutta l’ex Jugoslavia. All’epoca però non avevo alcun interesse per la figura di Gabriele D’Annunzio. Di quell’epoca la ricordo come una città vivace e spassosa, caratteristiche che ho riscontrato anche oggi. Ho conosciuto tante persone che amano la loro città, atteggiamento piuttosto raro, soprattutto in Italia”.

Che sensazione ha provato nel ripercorrere i luoghi storici di Gabriele D’Annunzio?

“In teoria non avrebbe dovuto farmi alcun effetto, perché oltre a essere il presidente della Fondazione del Vittoriale, ci vivo pure. Trascorro volentieri il mio tempo in questo maestoso edificio che è stato la casa del Vate, anche da solo, soprattutto di sera, che è il modo migliore per viverlo. Anche se non me l’aspettavo, entrare nelle stanze in cui D’annunzio visse, seppur per un breve periodo della sua vita, mi ha provocato invece un grande effetto, anche in virtù del fatto che sono impegnato attualmente nella stesura di un libro sull’Impresa di Fiume. Sarà un ampio volume sulla Fiume dannunziana, che si baserà su fonti dirette conservate presso l’archivio del Vittoriale. Il Vate, infatti, in qualità di capo della città Stato, al momento del suo abbandono aveva preso con sé l’intera documentazione che lo riguardava. Capirete allora che questa stesura mi ha dato modo d’immergermi completamente nella Fiume di cent’anni fa. È come se stessi ripercorrendo di persona quegli anni, il 1919 e il 1920. Avere avuto pertanto l’opportunità di viverla di persona, visitare il Palazzo del Governo, entrare nell’ufficio del Poeta Soldato, meditare al suo tavolo, vedere con i miei occhi la finestra colpita dalla cannonata dell’Andrea Doria, è stato come uno splendido viaggio nel tempo, che mi ha emozionato profondamente”.

Qual è stato lo scopo di questa sua visita?

“Incontrarmi con i rappresentati di vari enti e istituzioni, dimostratisi tutti molto disponibili a collaborare e a dare il proprio supporto alle celebrazioni del centenario dell’Impresa di Fiume, cosa che per me non era per niente scontata. So benissimo quante ferite essa ha lasciato”.

Sono stati presi accordi specifici?

“Per il momento di accordi in senso stretto non ce ne sono ancora stati, però è stato fatto un primo passo. Sia il direttore del Museo civico, Ervin Dubrović, che Tea Perinčić del Museo di Marineria e Storia del Litorale croato, si sono detti disponibili a collaborare in quell’occasione. Ho ottenuto sostegno anche da parte della Municipalità, sapendo perfettamente della percezione negativa che si ha in città dell’Impresa di Fiume. Penso che con questa mia visita siano state gettate le basi necessarie per realizzare un qualcosa tutti assieme”.

Secondo alcuni aspetti della storiografia italiana, D’Annunzio è stato un rivoluzionario, alcuni aggiungono di stampo socialista. Per la storiografia croata, è stato invece il protofascista, il primo fascista, della storia. Che cos’era politicamente Gabriele D’Annunzio?

“Escludiamo che fosse socialista, anche se Lenin lo considerava più di sinistra di molti altri socialisti italiani. Lenin lo vedeva principalmente come un rivoluzionario, cosa che, in effetti, lui era. Basta leggere la Carta del Carnaro, in cui oltre a ribadire la volontà del popolo della libera città di Fiume di fare parte dello Stato italiano, vengono garantiti i diritti alle donne, il salario minimo, l’assistenza sanitaria, la pensione, il sussidio di disoccupazione, il multietnicismo e multiculturalismo. In tal senso, è stato uno che ha saputo rompere tutti gli schemi borghesi. In Italia, purtroppo, prevale l’idea che D’Annunzio sia stato il Giovanni Battista del fascismo, addirittura il precursore. La realtà è ben diversa. D’Annunzio era stato un nazionalista, che all’epoca era un fenomeno particolarmente diffuso e in contrapposizione al socialismo. Ai miei studenti dico sempre che la storia non può essere giudicata con gli occhi di oggi. Va valutata, invece, con quelli di una concreta epoca, altrimenti si crea confusione. D’Annunzio, inoltre, non poteva essere concepito come un sincero democratico, perché si sentiva un super uomo. Si considerava e si comportava come un essere superiore agli altri. Però non amava il fascismo. Non c’è nessuna prova di questa sua connessione con il fascismo. C’è l’opposto invece. Nei suoi scritti non parla mai di camicie nere, soltanto di quelle sordide, dice di amare tutti i bambini, tranne quelli vestiti da balilla, che non voleva attorno”.

Perché vige quindi la convinzione che l’Impresa di Fiume sia stata l’anteprima del fascismo?

“Perché il regime mussoliniano imitava e copiava tutto quello che D’Annunzio aveva inventato. A iniziare dal culto della bandiera, dei morti, passando per la marcia e i saluti vari. D’Annunzio insegnò involontariamente a Mussolini che lo Stato Liberale poteva essere sfidato con la forza e vinto”.

Secondo lei la figura di Gabriele D’Annunzio può diventare un “brand” per Fiume?

“Certamente. Potrebbe diventare un punto d’attrazione, soprattutto nella fortunata coincidenza del centenario dell’Impresa dannunziana con Fiume – Capitale europea della Cultura 2020. Per il Vittoriale, ho in progetto la pubblicazione del mio volume; sarà allestita poi una mostra e organizzato un convegno che spero di poter riproporre anche a Fiume. Presenteremo, inoltre, su Rai Storia, uno spettacolo televisivo del giornalista e saggista italiano, Paolo Mieli, che si occupa principalmente di politica e storia. Di Fiume si parlerà quindi molto in Italia, illustrandola come un importante fenomeno europeo. È chiaro che sorgeranno tante domande e si accenderà grande interesse verso la sua travagliata storia. Sarebbe un peccato allora non sfruttare quest’occasione per promuoverla sia in patria che all’estero. Devo dire però che arrivare a Fiume, e non trovare niente che ricordi l’Impresa di D’Annunzio, ha provocato in me un certo turbamento. Non dico che bisogna ergergli un monumento, ma fare più attenzione a quello che rappresentò la sua presenza in città”.

D’Annunzio non ha rappresentato la scelta iniziale del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume di organizzare e promuove la manifestazione plebiscitaria del popolo con cui richiedere l’annessione della città alla Madre Patria. Che cosa sarebbe accaduto se il Consiglio avesse scelto un altro dei candidati?

“Gli altri possibili candidati non si sarebbero mai presi un tale carico, perché non osavano puntare così in alto. Nessun altro avrebbe avuto il seguito di uomini – che erano tutti disertori e quindi rischiavano la condanna a morte in caso di cattura – necessario a occupare la città quarnerina e rivendicare la sua italianità. Senza la figura carismatica di Gabriele D’Annunzio, che riusciva a smuovere le masse, Fiume sarebbe stata immediatamente attaccata e sgomberata dall’esercito italiano. Con la sua Impresa, invece, e il suo essere, il Vate riuscì a rimanere a Fiume per tutto quel tempo”.

Di recente l’Onorcaduti italiana assieme all’omologo organismo croato, ha organizzato una Site Survey nella località di Castua al fine di verificare le condizioni adatte per organizzare delle attività di ricerca, e l’identificazione ed esumazione dei possibili Caduti italiani in zona. Tra questi figura, presumibilmente, anche la salma di Riccardo Gigante, il senatore di Fiume legato a D’Annunzio da una profonda amicizia, tanto che il Vate lo avrebbe voluto vedere sepolto nel suo personale Mausoleo del Vittoriale. Come si muoverà il Vittoriale nel caso in cui la salma del Senatore fiumano venisse identificata?

“D’Annunzio scelse dieci compagni, i 10 Fedelissimi, persone care che voleva attorno a sé nel Mausoleo. Sono tutti lì, tranne Riccardo Gigante. In caso di rinvenimento della salma, se otterrò i necessari permessi e se non ci saranno polemiche, che io in tutta sincerità non intendo sollevare, sarò felice di poter trasferire le spoglie di Gigante nel luogo in cui D’Annunzio voleva che fossero. Sarà un grandissimo segno di civiltà, per entrambe le parti”.

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