Antonio Mozina: «Orgoglioso di essere tra i vincitori»

Il grande tenore connazionale «fiumano purosangue» racconta la sua carriera, all'indomani della consegna dei premi della Città di Fiume

Antonio Mozina Foto: Ivor Hreljanović

In occasione della Giornata della Città, ovvero del Santo patrono di Fiume, San Vito, ogni anno i cittadini più meritevoli vengono premiati per il contributo dato nei vari settori della società. Tra i vincitori di quest’anno, la targa d’oro con lo Stemma della Città di Fiume è andata alla voce storica della “Fratellanza”, già primo tenore dell’Opera di Sarajevo e dello “Zajc”, Antonio Mozina, per il suo ruolo nel campo musicale come promotore della città.

 

Il tenore più conosciuto della CNI di Fiume, un personaggio che non ha bisogno di presentazioni, in quanto il suo nome e la sua voce sono più che noti negli ambienti di Palazzo Modello, ma anche del TNC “Ivan de Zajc”, Antonio Mozina, classe 1931, ci ha concesso un’intervista per raccontarci a grandi linee la sua lunga carriera canora e ciò che significa per lui ottenere finalmente un riconoscimento a livello cittadino.

Come ci si sente ad aver ottenuto un premio così importante?

“Devo dire che sono molto contento, soprattutto in quanto fiumano. È un premio di grande importanza per tutti coloro che lo ottengono, indipendentemente dalla nazionalità, ma nel mio caso ci tengo a ribadire che lo reputo ancor più significativo perché ad ottenerlo è stato un fiumano purosangue. Mi rendo conto che ormai siamo in pochi e sono orgoglioso di essere tra i vincitori siccome non sono numerosi coloro che sono stati premiati e fanno parte della nostra minoranza. Sinceramente non ci speravo, ovvero non credevo che sarei stato scelto, ma penso che sia stata cruciale la presentazione fatta dalla Comunità degli Italiani di Fiume e dalla sua presidente Melita Sciucca. Anche in passato ero stato candidato al premio della Città di Fiume, ma la candidatura non è mai stata ricca e dettagliata come quest’anno, anche perché mi hanno consultato sui dettagli della mia carriera, in modo da trasmettere accuratamente tutto quello che ho fatto”.

Come ha avuto inizio la sua carriera e dove?

“La mia carriera è iniziata a Fiume, dove ho studiato canto per un periodo pure alla Scuola di musica, ma i primi passi li ho fatti in un piccolo gruppo di conoscenti tra cui c’erano Marino Sfiligoi e la moglie di Vinko Kalačić, ancor prima del gruppo che poi è diventato noto come ‘I virtuosi fiumani’. Non è assolutamente da trascurare nemmeno il Coro della ‘Fratellanza’, che per me è sempre stato molto importante e nel quale canto dal 1947-48. Ricordo ancora la gara canora tra la ‘Fratellanza’ e ‘Rijeka Primorje’ nella quale il grandissimo Maestro Lovro von Matačić, purtroppo coinvolto pure in politica dalla parte dello Stato indipendente di Croazia, ci diede il primo premio”.

C’è stato un momento particolarmente importante, che l’ha segnata profondamente?

“Il colpo di fulmine nella mia carriera è stato il momento quando l’Opera di Sarajevo giunse a Fiume col ‘Trovatore’ nel 1959. In quell’occasione mi rivolsi al bravissimo Maestro e compositore Mladen Pozajić perché volevo un suo parere sulle mie capacità vocali in modo da decidere se continuare la carriera o occuparmi di altro. Gli proposi ‘L’elisir d’amore’ di Donizetti, ‘La Traviata’ e ancora un’aria e lui mi chiese immediatamente, su due piedi, se volevo venire a Sarajevo a cantare nell’Opera. Dopo cinque giorni mi giunse anche un invito scritto per partecipare all’audizione e seppur indeciso, alla fine mi lanciai in quest’avventura e dal 1960 al 1980 lavorai nella capitale bosniaca. Fui accolto a braccia aperte, nonostante le non poche iniziali difficoltà. Sotto la guida del valentissimo Maestro Mladen Pozajić pian piano crebbi artisticamente fino a interpretare ruoli di primo piano in ‘Elisir d’amore’, in ‘Butterfly’, ne ‘La Traviata’, ‘La Figlia del Reggimento’, ‘Il Barbiere di Siviglia’, ‘Rigoletto’ e via dicendo. A Sarajevo c’erano dei bravi soprani solisti, tra cui la grande Ljiljana Molnar, ottima collega, con la quale cantai in ‘Faust’, ‘Madama Butterfly’, ‘Don Giovanni’, ‘La Bohème’. Dovete sapere che l’Opera di Sarajevo contava ben 22 solisti ed era una delle più grandi nell’ex Jugoslavia”.

Come mai ha deciso di ritornare a Fiume?

“È stata la nostalgia ad attirarmi nuovamente qui. A Sarajevo stavo bene, non mi mancava niente, dopo il primo anno mi raggiunse anche mia moglie, quindi non ero più solo. Nel 1980, però, mi giunse voce che l’Opera fiumana non riusciva a trovare un tenore, a causa di certe incomprensioni interne riguardo ai pagamenti in seguito alle quali un tenore aveva abbandonato il Teatro. Il Maesto Vladimir Benić mi contattò telefonicamente illustrandomi la difficile situazione e specificandomi che avrei dovuto cantare in italiano, come se questo rappresentasse un deterrente. Feci allora una recita alla Casa croata di Cultura di Sušak (HKD), visto che il Teatro era in fase di ristrutturazione e subito dopo cantai la ‘Madama Butterfly’ a Lussemburgo. Devo aggiungere che all’epoca c’erano quattro grandi Opere in Jugoslavia: quella di Zagabria, di Lubiana, di Belgrado e di Sarajevo. Mi chiamarono a interpretare il Faust a Fiume con Zorka Wolf e dopo quest’interpretazione mi giunse pure l’invito ufficiale da Fiume, dove peraltro tornavo ogni estate a visitare la mia famiglia e mantenevo i contatti con parenti e amici, che mi inviavano regolarmente la ‘Voce’, quotidiano che leggevo assiduamente. Una volta ritornato a Fiume ho continuato a cantare in Teatro come solista fino al 1990, anno del mio pensionamento”.

Il pensionamento, però, non l’ha fermata…

“No, ho continuato a cantare con i miei coristi anche per mantenere viva la lingua e le nostre SAC. Quando iniziai a cantare nella ‘Fratellanza’ il Coro maschile contava quasi cinquanta cantanti, mentre ora siamo sei o sette, ma non per questo ci arrendiamo. Qualche giorno fa abbiamo cantato al Festival Porto Etno presentando la nostra minoranza e facendo una bellissima figura. Ho cantato ‘O sole mio’ e ‘Funiculì Funiculà’ invitando il pubblico ad accompagnarmi e alla fine mi viene soltanto da concludere: ‘Grazie a Dio che semo qua!’”

Com’è la situazione ora nel mondo del canto rispetto a qualche decennio fa?

“Ora a dettare legge è il denaro e spesso si canta per quello e non per passione o amore. Tanto tempo fa spesso si facevano altri lavori e si cantava nel tempo libero senza retribuzione, persino a Teatro. Tra i cantanti di oggi devo lodare Ariana Bossi, la quale si impegna e dà tutta sé stessa per la Mandolinistica e le altre sezioni della CI. Sono poche le persone che sentono sinceramente la fiumanità e si impegnano senza altri fini se non per mandare avanti la nostra Comunità. Personalmente, per me gli applausi hanno sempre valso più del denaro e dovesse essere il mio ultimo respiro, ma lo esalerò cantando”.

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