Una coincidenza non celebra l’Impresa

Giordano Bruno Guerri oggi alla Comunità degli Italiani per parlare di Gabriele d'Annunzio e della sia avventura fiumana. Sul centenario, l'ombra delle polemiche... triestine

Giordano Bruno Guerri

Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, è oggi protagonista nel Salone delle feste di Palazzo Modello (ore 17) con il suo libro “Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920” (Mondadori), dopo che la settimana scorsa ha promosso il convegno internazionale “Fiume 1919 – 2019. Un centenario europeo tra identità, memoria e prospettive di ricerca”, tre giornate che hanno coinvolto una trentina di studiosi, anche croati, e di cui si attendono gli atti.
Per Guerri, storico, saggista, giornalista e accademico italiano, il bilancio è positivo. A un secolo di distanza, l’Impresa di Gabriele d’Annunzio è stata scandagliata dal punto di vista politico (nei complessi rapporti tra le varie forze in campo in Italia), delle relazioni anche internazionali, sotto la dimensione sociale e culturale, riservando una serie di inediti e sorprese. Tra questi, l’intervento del direttore del Museo civico di Fiume, Ervin Dubrović, sulla rivolta del “Gabbiano” – alias “Galeb”, il nome informale che aveva assunto l’organizzazione clandestina, che tra l’altro era molto fluida –, ideata e preparata in segreto dai croati, mai scattata per il temporeggiamento e le indecisioni (leggi anche disinteresse) delle autorità di Belgrado, capitale del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Un fatto praticamente ignorato dai ricercatori, anche se va detto che finora la storiografia croata si è dimostrata poco interessata all’argomento d’Annunzio e Reggenza italiana del Carnaro.
Soprattutto Dubrović e Natka Badurina, professoressa fiumana docente dell’Università di Udine, meno Vjeran Pavlaković, che ha ricostruito l’eco della vicenda nei giornali del Regno SCS – da Belgrado a Zagabria e persino in Slovenia (dove comunque non se ne sono curati quasi per niente) – e statunitensi, hanno cercato di richiamare l’attenzione dei colleghi italiani sulla necessità di consultare anche le fonti jugoslave e croate. Sulla stessa linea, il presidente della Società di studi fiumani a Roma, Giovanni Stelli. La scusante della lingua, è stato rilevato, regge soltanto fino a un certo punto. E hanno indicato, a esempio, l’esistenza del settimanale politico per l’informazione all’estero “Adriatico jugoslavo”, pubblicato a Zagabria dal 1.mo marzo 1918 al 25 maggio 1920, redatto da Hugo Werk. Nel periodo in cui i confini fra il Regno d’Italia e il Regno SCS non erano ancora stati definiti, seguiva a fondo gli avvenimenti in Istria e Dalmazia, con una linea che riteneva inaccettabile l’occupazione italiana e si premurava di comunicarlo al mondo.

Soddisfatto?

“Molto, perché gli interventi sono stati tutti di altissimo livello, sui più svariati temi, dai più svariati orientamenti di studi e tutti sono arrivati a delle conclusioni molto simili a quelle che io ho scritto nel libro ‘Disobbedisco’. E quindi questo è un passo avanti significativo per affermare una maggiore equità nel giudizio storiografico su Fiume – rileva Guerri –. È un lavoro lungo, perché la vulgata (quella del Fiumanesimo come un’anticipazione e preparazione della marcia su Roma, o come un fenomeno di stampo protofascista, nda) è difficile da estirpare, però alcuni risultati si vedono già anche dalla stampa nazionale (italiana, nda) che si è occupata dell’argomento in questi giorni. E non poteva andare meglio”.

Un primo obiettivo sembra dunque essere stato centrato, restituendo la complessità dell’Impresa. Gli studi, la ricerca, non si fermano qui. Quello futuro, qual è?

“Riuscire ad arrivare a una condivisione culturale e storiografica dell’Impresa. Non a caso, per la prima volta in un convegno italiano su questo tema, sono stati invitati degli storici croati che hanno portato un contributo notevole, importante, naturalmente anche sottolineando aspetti che magari la storiografia italiana ignora. È chiaro che gli italiani – alcuni italiani, non d’Annunzio – che si sentivano conquistatori non erano proprio gentilissimi se vedevano un’insegna in croato o altre cose di questo genere. La questione è stata analizzata con serenità e credo che lo si farà sempre di più, a parte contingenze politiche del momento, che niente hanno a che veder con gli studi”.

Quanto ha pesato e peserà la faccenda della statua di Trieste, anche in vista di una distensione dei rapporti, di una collaborazione che era stata ritrovata proprio lo scorso anno, quando era venuto a Fiume, per i primi contatti tra il Vittoriale e la Città?

“Purtroppo, ha pesato oltremisura. Perché da un lato bisognerebbe considerare che la città italiana dedica una statua a un grande poeta italiano e tra i maggiori scrittori. Come c’è già quella di Saba, di Svevo, Joyce e anche d’Annunzio certamente non sfigura. Poi c’è l’aspetto dell’irredentismo. A chi mi chiede perché a Trieste una statua di d’Annunzio rispondo che d’Annunzio era soprattutto un irredentista. Lui pensava di completare il Risorgimento, annettendo Trento e Trieste al Regno d’Italia. E quindi Trieste in questo senso l’onora. Non è che si voglia onorare l’Impresa di Fiume. Ora, la coincidenza vuole che siano in contemporanea la mostra al Salone degli Incanti e la scultura bronzea a Trieste, per cui due cose vengono strettamente legate, come se la statua fosse messa lì in ricordo dei fatti di Fiume di cent’anni fa. Non è così, naturalmente. Non mi aspetto che la mostra venga allestita anche a Fiume, ma che si capisca che l’Italia onora un uomo che prima dell’Impresa di Fiume ha fatto molto per la cultura italiana e mondiale”.

L’Archivio di Fiume al Vittoriale, tra carte, documenti, carteggi e fotografie, addirittura cinquemila nuove lastre… Che cosa c’è ancora da esplorare, è stato tutto quanto catalogato, oppure possiamo sperare in altre sorprese?

“In realtà le lastre sono ottomila. D’Annunzio ha avuto un’attività talmente frenetica e intensa, che noi continuiamo a trovare documenti della sua vita, autografi, inediti. In quanto all’Archivio fiumano, ancora c’è materiale per fare decine di studi su ogni possibile aspetto. Io per il mio libro ‘Disobbedisco’, avvalendomi dell’aiuto di tre giovani storici, ho setacciato molto. Ma, ovviamente, non è ancora uno studio a fondo, basti pensare che ai 1.200 processi che si celebrarono in quei sedici mesi a Fiume. Qui ne abbiamo tutti gli atti del tribunale e quelli meriterebbero un’analisi a sé. Altri sono in corso e sono molto contento dell’esposizione di Tea Perinčić al palazzo del Governo; sono contento a priori, anche se non l’ho ancora vista (l’intervista è stata fatta a Pescara, prima dell’inaugurazione, che si terrà stasera alle ore 19, nda). Insomma, gli argomenti da trattare sono veramente tanti. Credo che il convegno, con il contatto fra tanti storici, produrrà certamente altro”.

La mostra fiumana è centrata sulle esperienze delle donne. Natka Badurina nella sua relazione, parlando dei lati negativi del governo dannunziano a Fiume, ha usato la parola maschilismo.

“Certamente, si può parlare anche di questo, ma con un distinguo fondamentale. Era un’epoca maschilista, in cui normalmente le donne davano scandalo se fumavano, se guidavano le auto, se vestivano con la gonna appena due centimetri più corta. A Fiume tutto questo non c’era. A Fiume, a parte il riconoscimento della parità assoluta fra uomini e donne fino a fare il servizio militare, quindi non solo i diritti ma anche i doveri, si era instaurata la parità assoluta anche nei costumi e nella morale. Sì, i soldati erano maschi e come i legionari lo erano, ma c’era una grande apertura al mondo femminile”.

Veniamo alla testa dell’aquila fiumana…

“La storia è nota. Il sindaco me l’ha chiesta, essendo un bene dello Stato non un mio bene personale, io l’ho fatta riprodurre. È una copia perfetta e sono pronto a consegnarla alla Città di Fiume nel momento in cui me la chiederà gentilmente”.
Nel pomeriggio, presso la sede della Comunità degli Italiani, appuntamento con Guerri, esperto del ventennio fascista e della storia del XX secolo, ma soprattutto il massimo conoscitore di d’Annunzio. Per parlare di che cos’è stata l’avventura fiumana, su cui si è detto molto e di tutto. Nel saggio “Disobbedisco”, in oltre cinquecento pagine, ricostruisce la poliedrica personalità del Comandante attraverso migliaia di documenti inediti provenienti dagli Archivi del Vittoriale. Questo libro, in particolare, apre una visione nuova sulla storia non solo di Fiume e di d’Annunzio, ma dell’intero Novecento, perché fu uno snodo da cui nacquero idee, movimenti, personalità che si svilupperanno per tutto il secolo.

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