Pola. Misure anti-Covid? Ormai nessuno le rispetta

Mascherine, distanziamento sociale, assembramenti... Durante il periodo di lockdown Pola era un esempio per tutti. Ma ora è soltanto un lontano ricordo

La grande movida al mercato cittadino

Confini chiusi, città in lockdown, voli sospesi, abbracci vietati, rischio di recessione globale: sembra che tutti si siano dimenticati di essere più fragili di quanto avessimo immaginato. In centrocittà regna la movida, una vitalità sociale del tutto spensierata. Tacitamente era stata proclamata la fine dell’epidemia, l’Istria corona free, e subito dopo ecco l’inaugurazione ufficiale della stagione turistica. Ben venga la valuta straniera sia dai Paesi a ovest che a est della Croazia. Basta incassare, perché Pola deindustrializzata fino all’osso può accontentarsi soltanto di questo e sopportare l’assai poca consapevolezza di quel mare di gente che in questi giorni si riversa nel centro. A occhio e croce ogni 50.esima persona di passaggio in via Sergia indossa la mascherina, ogni decima la veste entrando nelle rivendite. I più “tosti” la portano abbassata sotto il naso o a mo’ di collana sul collo sudaticcio. I turisti esultano per la libertà non concessa nel loro Paese di provenienza: area germanica soprattutto perché lungo le vie più battute si parla sempre più tedesco.
Fare lo gnorri, atteggiamento comune
Fare lo gnorri è un atteggiamento comune e di massa, di ospiti e residenti che sono parte della mischia e si adeguano e adattano a vicenda. L’esempio più eclatante arriva dal mercato cittadino. Un vespaio come prima e più di prima. Famiglie con bimbi in carrozzella, anziani col bastone, giovani escursionisti con zaino in spalla, gente che fa spesa frettolosa nella pausa di lavoro, gruppi di turisti che esaminano i frutti locali sbirciando dietro alla difesa di cellofane. “Che vadano a farsi friggere. Vengono in quattro per comprare due mele! E magari ci portano il Covid”: sbotta una commerciante evidentemente insoddisfatta di una siffatta utilità dalla stagione delle vacanze e che dice chiaramente di preferire l’acquirente locale. Dall’altra parte, invece, si sfodera il sorriso e si fa opera di convincimento: “Aggiungiamo ancora un po’ sulla bilancia e facciamo zwanzig kune ja?” Affare fatto. Tutti contenti. Assieme appassionatamente a condividere rischi e pericoli, senza pensarci su, anche perché il subdolo nemico (virus) è sempre invisibile e osservabile soltanto da coloro che tentano ancora di violarne l’intimità del codice genetico. “Che cosa ci puoi fare” (disse Vasco Rossi) è la salubre mentalità del popolo: credono che se è destino ci si contagerà, inutile vivere una vita assettica dietro ad un barricata.

Un popolo multilingue sotto il tendone

Bar invasi e posti aggiuntivi
Gli “irresponsabili” del rito collettivo del caffé, intanto, continuano a invadere i bar di via Flanatica. È un treno di tendoni, perché la possibilità di espandersi su suolo pubblico si è dimostrata assai utile a piazzare un’infinità di posti aggiuntivi. Distanza di due metri tra un tavolino e l’altro? Non sembra, a meno che non si usino unità di misura differenti. E anche se tra un tavolo e l’altro la distanza è rispettata, sono gli avventori che siedono fianco a fianco o appiccicati di schiena al gruppo dei clienti adiacenti. Vogliamo stare vicini vicini… Ancora niente messa in atto di misure tampone anti-movida, controlli, castighi. Almeno finora è seria assenza di progettualità, libero assembramento, incoscienza nei confronti della vulnerabilità umana. Ma l’irresponsabilità va ripartita a pari merito? Le commesse di un grande negozio di scarpe mettono le cose in chiaro:”Gli stranieri acquistano poco e tentano di farci ribassare i prezzi manco fossero alla fiera, ma a differenza della nostra clientela sono molto più attenti all’uso del disinfettante all’ingresso… La disparità di cultura e di disciplina è più che lampante…”.

Qualcuno indossa persino… la mascherina

La «nuova normalità»
D’altra parte in via Sergia ha riaperto soltanto una parte di negozi che puntano le scommesse sulla stagione piazzando souvenir. Rivenditore giù di tono:” Vendiamo poco o niente. Covid a parte vedremo quello che recheranno con sé i mesi di luglio e agosto”. Non certo la cuccagna, anche perché luglio è a ogni modo alle porte e via Sergia, via dei negozi, è ancora praticabile, quasi percorribile, mentre in questo periodo dell’anno passato era demanio straniero e sotto l’Arco passava già la fiumana di gente. Grosso svantaggio per la cassa pubblica, piccolo vantaggio per chi di casa. Sfociando in piazza Port’Aurea, ancora tavolini e refrigerio di massa che rafforzano nuovamente il paradosso della riapertura e la mancata ripartizione delle responsabilità. Le attività in cui vengono somministrati cibo e bevande devono riacquistare forza e recuperare i guadagni, il pubblico può e deve tornare a frequentare i locali per rimpinguare le casse senza obbligo di mascherina sia negli spazi chiusi che in quelli aperti (altrimenti che consumo è…) Ed ecco in atto il riavvicinamento sociale, il respirare o il sospirare economico dei nostri commercianti, il turismo sfaccendato, il gruppo di giovani che scatta il selfie, la coppia con bimbi al seguito che leccano tranquillamente il gelato. Si siedono in ogni dove su panchine, attorno alle fontane, sopra le strutture di ricostruzione archeologica di piazza Port’Aurea. Vivono la “nuova normalità”, mentre i bollettini delle unità di crisi epidemico-sanitaria vanno esprimendo l’esatto contrario…

La “riunione” dei pensionati di casa

A giudicare da quanto sta capitando, determinate situazioni potrebbero venire trattate con tolleranza zero: multe, sigilli per i locali o i negozi che non rispettano le regole (mancanza di disinfettante alla porta come appurato in più casi, persino all’ingresso di alcuni grossi supermercati), potrebbero non essere intese come restrizioni, ma dei leciti diritti alla salute. A meno che non ci si impari a comportare…

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