Nave Galeb. Uno scrigno di tesori nascosti

All’architetto connazionale Marko Franković è stato affidato il compito di restaurare parte degli interni

La sala conferenze

Storie che affascinano e che nemmeno il passare del tempo riesce a offuscare e rendere meno interessanti. Una di queste riguarda la storica nave Galeb, meglio nota per essere stata, ai tempi della Jugoslavia, il panfilo presidenziale di Tito, sulla quale il Maresciallo amava ospitare, nei suoi viaggi in giro per il mondo, numerosi influenti Capi di Stato dell’epoca. Incontri di cortesia, nel corso dei quali nascevano volentieri delle nuove collaborazioni ad alto livello, utili per l’ex Federazione. Tempi lontani, che mai potranno ripetersi, ma che (forse) avremo modo di “rivivere” e ripercorrere virtualmente grazie alla futura mostra permanente che, una volta ristrutturata la nave attualmente ormeggiata in Porto Baross a Fiume, dovrebbe essere allestita sulle coperte numero 4 e 5 (ce ne sono in tutto 7). Un’utopia? La domanda è del tutto lecita, viste le ultime estenuanti polemiche legate al restauro della Galeb, o meglio al bando di concorso per l’assegnazione dell’appalto, che stenta a decollare per l’impossibilità di individuare un offerente in grado di attenersi ai limiti della disponibilità finanziaria, che ammonta attualmente a 44 milioni di kune. È questo l’importo ottenuto dall’Ue per la ristrutturazione del panfilo, nell’ambito del progetto Fiume 2020 – Capitale europea della Cultura. Infatti, tutte le offerte pervenute finora superano di gran lunga il prezzo pattuito con l’Europa, il che ha costretto già una volta la Città ad annullare il bando per poi riaprirlo e dare il via a un nuovo negoziato. Si era ipotizzato pure un futuro “alternativo” per la nave, qualora il progetto di restauro e della sua relativa conversione in museo dovesse arenarsi, ovvero la sua trasformazione in un’attrazione turistica subacquea. In quel caso, la nave dovrebbe venire sottoposta a un’opera di affondamento, di cui ci aveva parlato recentemente in un’intervista il divemaster Ferdinand Hitrec. Una soluzione a cui si ricorre ormai molto spesso nei Paesi affacciati sul mare, ma che per la Galeb sembra non potrebbe funzionare.

«Non può essere affondata»
Ne è fermamente convinto l’architetto fiumano e nostro connazionale Marko Franković, al cui studio “MF Arhitekti” è stato affidato il compito di ristrutturare parte degli interni della nave, e con cui abbiamo parlato del suo minuzioso intervento, che lo vede impegnato da circa quattro mesi. “Il mio ufficio è specializzato in rilievi in 3D degli edifici manufatti – ha esordito spiegando la natura e le particolarità della sua attività –. Ciò significa che, prima di procedere con il restauro, usiamo un laser scanner che, una volta posizionato all’interno di una determinata struttura, riesce a eseguire in un minuto e mezzo, un milione di punti digitali, che vengono poi trasferiti in vettori all’interno di un volume immaginario. Lo abbiamo fatto qualche anno fa per il Castello di Chersano, un’opera di ristrutturazione di cui vado molto fiero e in seguito alla quale sono stato contattato qualche mese fa dalla municipalità fiumana, in quanto interessata a usare questa stessa modalità per la Galeb. Il lavoro che noi facciamo è un po’ diverso rispetto a quanto scritto finora dai media. Un conto è il restauro del volume della nave, ovvero quello dei suoi esterni, concretamente dello scafo o involucro, della parte portante, strutturale, e un altro è quello di cui mi occupo io, e cioè la decorazione degli interni. Il mio contratto prevede, tra l’altro, che io segua la realizzazione dei lavori e visti gli ultimi accadimenti relativi al bando, in questo preciso momento non posso dire in quale cantiere navale andrò a farlo. Tutto dipenderà dal futuro appaltatore, che per i ben noti motivi non è stato ancora scelto. Il restauro della Galeb è stato ed è tuttora molto criticato e sta dividendo l’opinione pubblica, soprattutto dopo la bagarre insorta circa il concorso. Dal mio punto di vista, però, le cose non sono state presentate bene da parte della Città. Mi riferisco concretamente alle tempistiche dei lavori relativi al progetto CEC 2020. Quest’ultimo è suddiviso, infatti, in determinate fasi di cui la prima riguarda il restauro dell’ex Zuccherificio, che in virtù del contratto sottoscritto con l’Ue, dev’essere concluso entro l’inizio di febbraio in quanto è proprio lì che si svolgerà la cerimonia d’inaugurazione di Fiume CEC. Gli altri interventi attualmente in corso nell’ambito del complesso Rikard Benčić, come pure il restauro della Galeb, non hanno però l’obbligo di attenersi a quella data. Il secondo edificio che dovrà essere pronto entro il prossimo giugno-luglio è la Casa dell’Infanzia, che andrà a sostituire l’ex Casa di mattoni. Quindi, sempre ai sensi del contratto europeo, appena a fine 2020 è prevista l’apertura della ristrutturata nave di Tito. Infine, il quarto progetto ovvero quello relativo alla nuova Biblioteca civica, che sorgerà nel cosiddetto edificio T, dev’essere finito entro la primavera del 2021. Queste scadenze sono state definite sin da subito per cui è inutile, ora come ora, parlare di ipotetici ritardi. Non dico che non potrebbero verificarsi, ma per il momento le cose sono a buon punto”, ha spiegato il nostro interlocutore, il quale ha voluto spazzare ogni dubbio circa un possibile affondamento della Galeb, come seconda opzione nel caso il suo restauro non andasse in porto.
Fake news
“Lo escluderei categoricamente e aggiungerei pure che questa è una classica fake news data in pasto ai media soltanto per creare inutile scompiglio – ha puntualizzato –. Non può succedere, innanzitutto perché la Galeb fa parte del patrimonio storico-culturale della Repubblica di Croazia. In secondo luogo, il progetto proposto all’Ue e per il quale sono stati ottenuti finanziamenti a fondo perduto, prevede che la nave venga ristrutturata e secondo un’idea della Città, che galleggi. Cambiamenti così categorici del progetto sono pertanto impossibili. In questo contesto, terrei a precisare una cosa e cioè che la vigente Legge croata prevede che lo scafo delle navi galleggianti non debba assolutamente essere costruito con brocche, bensì dev’essere saldato. Siccome la Galeb è fatta tutta di brocche, per poterla rendere… agibile, il cantiere che otterrà l’appalto dovrà prima smontarla del tutto per poi ricostuirne lo scafo e saldarlo. È un intervento un po’ inconsueto, che credo nessuno abbia mai fatto finora poiché le navi, generalmente, si costruiscono da zero. È questo il motivo per cui i costi risultano molto più elevati e sono difficilmente definibili. Un altro punto che ha provocato un vero e proprio putiferio è il bando di concorso per l’appalto dei lavori.
Aspettando la trattativa privata
Va detto che quello relativo alla Galeb è un bando pubblico, che esclude categoricamente la possibilità di superare il prezzo proposto dalla Città. È una cosa che i potenziali appaltatori sanno benissimo. Quello delle offerte superiori ai 44 milioni previsti fa parte dunque di un loro gioco creato a tavolino soltanto per far saltare il bando pubblico e dare spazio un giorno a trattative private. Tutti loro sono consapevoli del fatto che le loro offerte verranno respinte, ma lo fanno di proposito proprio per questa ragione, oltre al fatto che questo è anche un modo per dimostrare interesse per il momento in cui potranno andare in trattativa privata. Sono tutto dettagli che i giornali finora non hanno scritto ed è normale, allora, che l’opinione pubblica si faccia delle idee sbagliate. Esistono, invece, regole ben precise che vanno rispettate”.
I due motori Fiat
Abbiamo chiesto a Marko Franković se nel corso della sua rilevatura degli interni della nave abbia incontrato delle particolarità di cui si sa poco o niente. “In pochi forse sanno che la Galeb possiede una sala operatoria e un ambulatorio dentistico, tutto rigorosamente in stile anni Sessanta. Vanta inoltre due motori della Fiat che l’azienda italiana ha tentato anni fa di riavere, ma il negoziato non ha fortunatamente sortito effetti, per cui rimarranno dove sono. Questo storico panfilo presidenziale ha tutto una serie di servizi che erano abbastanza avanzati per l’epoca, però la parte veramente interessante sono i mobili ossia le poltrone, le sedie, i tavoli, tutti in legno, che sono stati restaurati circa un anno fa a carico del Museo civico – e anche questo è un motivo per cui la nave non può venire affondata – e che stanno ora in magazzino, pronti per venire rimessi a bordo una volta la Galeb verrà convertita in museo. La parte museale della nave verrà infatti gestita dal suddetto ente cittadino.Vorrei far presente che noi lavoriamo principalmente sugli interni della coperta numero 5, che è quella in cui sono sistemate la cabina di Tito e quella di Jovanka, divise da una sala centrale. Sul livello più alto ci sono alcune cabine di servizio e la sala comando, che è quella in cima. Sono questi i vani della nave che dovrebbero essere suddivisi tra museo e parte espositiva e che dovrebbero diventare operativi da subito. Il resto del panfilo dovrebbe venire dato invece in gestione ai privati e comprenderà probabilmente un ostello, un bar, un ristorante e attività similari”.
In che cosa consisterà precisamente il lavoro fatto dallo studio del nostro architetto? “Il nostro compito sarà usare le impiallacciature per realizzare le finiture degli interni. Il tutto ovviamente in stretta collaborazione con l’Ufficio per il restauro e la conservazione dei beni culturali, con il quale dobbiamo trovare un punto d’accordo al fine di rispettare al massimo l’aspetto originale. Tutta la parte della nave che ci vede impegnati è costruita in legno, tra tinto e naturale, oltre che nei materiali tipici per le navi, pannelli misti di plastica e acciaio, poi verniciati. I vani della Galeb che dovrebbero essere sottoposti a restauro dovranno per forza rimanere fedeli all’originale. Non siamo autorizzati a cambiare nulla. Vale tutt’altro per la parte destinata al museo, sulla quale lavora la bravissima designer zagabrese Nikolina Jelavić Mitrović, la quale ha realizzato anche parte del museo all’interno dello Zuccherificio”.
Tipologie particolari
Altre peculiarità? “Sicuramente la tipologia delle pareti, ovvero il modo in cui sono state rivestite di piastrelle. Quelle a forma di mosaico nei bagni dei coniugi Broz sono un classico, che non si usa più, o se sì, costa un occhio della testa. È un classico mosaico in vetro in cui le piastrelle, 2 per 2 centimetri, sono fissate al muro seguendo la forma dell’angolo. Se è concavo, anche la piastrella è convaca. Vale lo stesso per l’angolo convesso. La piastrella non finisce dunque ad angolo retto, bensì segue la forma della parete. Nel recupero di questi interni si cercherà di salvare questa particolarità, ma dipenderà tutto dai soldi. Spero ci riusciremo. Come ho già detto, ci sono parecchi elementi sulla Galeb realizzati in legno. Una vera e propria chicca è che tutta la coperta numero 5 è rivestita in teak e leggenda racconta che sia stato proprio l’ex Presidente egiziano, Gamal Abdel Naser, a regalarlo alla Marina militare jugoslava, che l’ha poi montato sulla Galeb. Non so se questa parte verrà restaurata. Per il momento è stata protetta con una soletta in cemento armato su tutta la superficie, che serve per proteggere il teak. Anche in questo caso, dipenderà tutto dai finanziamenti. Certo, se si rinunciasse a far galeggiare la nave e si decidesse di tirarla in secca, si risparmierebbe un bel po’ di denaro, che potrebbe così venir speso per rivalorizzare parte degli interni per i quali non si pianificava farlo. Secondo me, la Città dovrebbe pensarci seriamente, anche se credo sarà difficile che a questo punto si esegua un cambiamento di… rotta. Credo sia vincolante in quanto non previsto dal progetto iniziale. In estrema sintesi, la situazione relativa alla storica nave di Tito, come amano chiamarla, non è poi così grave come forse si vuole far credere. A mio avviso, in tutta questa baraonda creatasi attorno al panfilo, c’è soltanto troppa politica, nel senso che si ascoltano poco gli esperti e si lascia parlare gente incompetente, che non ha le informazioni giuste. E pensare che basterebbe così poco per far andare d’accordo tutti”, ha concluso l’architetto Marko Franković.

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