Zoran Filičić: sangue croato e passaporto italiano

Giornalista, telecronista, speaker radiofonico e presentatore di grandi eventi internazionali, nato a Milano da genitori originari di Fiume e Zagabria. Attualmente è la voce dello sci alpino per Eurosport. «In una finale mondiale di calcio tra Italia e Croazia indosserei la maglia a scacchi biancorossi»

“In me convivono le anime dei due Paesi. Della Croazia la passione e il bisogno di mettersi sempre in gioco, dell’Italia la convivialità e l’amore per la storia, la cultura e il bello. A questo si aggiunge il romanticismo dalmata, che dà fuoco alla mia fantasia, imbrigliata da un certo grado di razionalità”. Si definisce così sul proprio sito personale Zoran Filičić, classe 1968, milanese nato da genitori croati. Un tipo tosto sempre alla ricerca di adrenalina e di forti emozioni per mettersi alla prova e imparare a conoscere i propri limiti. Tra crossfit, surf, snowboard e moto. Sport “fighi”, come li chiama lui. E poi ancora giornalista, telecronista, speaker radiofonico, presentatore di grandi eventi internazionali e ben sei Olimpiadi alle spalle. Per gli appassionati degli sport invernali e del motomondiale non ha bisogno di molte presentazioni, commentando per Eurosport la Coppa del Mondo di sci alpino e avendo fatto lo stesso qualche anno fa a Sky con il mondo delle due ruote.

Alle Olimpiadi di Torino 2006 ha fatto il DJ e lo speaker per lo snowboard

Ti faccio subito la domanda più difficile: chi è Zoran Filičić?
“Un cercatore”.

Un cercatore di che cosa?
“Di tutto. Un cercatore di anima, di sport, di storie, di racconti… Un cercatore e un narrastorie”.

Partiamo però dalle tue origini: di dove sono i tuoi genitori?
“Papà è di Fiume, e più precisamente di Sušak, anche se è nato a Ragusa (Dubrovnik). Cresce a Fiume, gioca a pallanuoto e nuota per il Victoria-Primorje. Quindi si trasferisce per motivi di studio a Zagabria nuotando e giocando a pallanuoto per la Mladost. La mamma è invece di Zagabria. Si sono conosciuti lì durante gli anni dell’Università”.

Allora scommetto che vieni spesso in vacanza in Croazia.
“Sono molto legato alla Croazia. In me c’è il biculturalismo ed è una cosa bellissima. Io nasco e cresco a Milano in una famiglia all’epoca jugoslava, parlando croato in casa. Da piccoli andavamo sempre a Zagabria e a Fiume. Poi mio padre s’innamora di un posto meraviglioso che è l’isola di Brazza, ci costruisce una casa e tutt’oggi quello è il nostro luogo”.

L’anno scorso ha condotto la cerimonia di presentazione della nuova Ferrari

Con tuo figlio parli in italiano o in croato?
“Con me parla unicamente in croato, mentre con la mamma, che è italiana, unicamente in italiano”.
Prevale in te la componente italiana o croata? Oppure non c’è una predominante?
“Questa è una domanda che mi sono posto un sacco di volte. Io mi sono sempre definito croato. Semplicemente per un fatto di sangue e di cultura in casa. Con mia mamma si parlava sempre in caicavo, per cui non puoi negare le tue radici culturali. Mi sono sempre sentito croato, ma un croato in Italia, quindi con tantissimi influssi italiani. Non posso definirmi al 100% culturalmente croato, così come non mi posso definire al 100% culturalmente italiano”.

Oggi invece abiti a Venezia. Come mai questa scelta?
“Dieci anni fa io e mia moglie ci siamo trasferiti a Venezia per la qualità della vita. E poi è anche più vicina alle mie radici. Qui ho riscoperto la mia vicinanza e appartenenza culturale tra Venezia e la Dalmazia. A differenza invece di Milano, che culturalmente non c’entra nulla con me”.
Passiamo ora alla tua carriera giornalistica, che è iniziata “grazie” a un infortunio nel boardercross…
“Mi trovavo a Madonna di Campiglio e facevo gare di boardercross. Un giorno mi sono fatto male e dopo tre giorni sono risalito in montagna dove c’era una gara di boarderpipe. Avevo il gesso, il collare, le stampelle… Gli amici mi hanno messo un microfono in mano e dopo un mese presentavo la Coppa del Mondo. La cosa divertente è che con l’infortunio sono passato dal spendere soldi per farmi male al non farmi più male guadagnando soldi”.

Fai il telecronista, lo speaker radiofonico, il presentatore di eventi internazionali. Quale di questi ruoli senti più tuo?
“In questo momento, ma perché era il mio sogno fin da quando ero ragazzino, lo speaker radiofonico. Ho iniziato da poco un’avventura con una nuova web radio sportiva che si chiama PlayBox. Però ogni cosa ha il suo bello perché presentare davanti a 60-80mila spettatori una gara allo stadio è un’adrenalina incredibile. Commentare la MotoGP, sapendo che ti sta ascoltando un milione e mezzo di persone, è un altro tipo di adrenalina. Fare una trasmissione radiofonica, sapendo che ti ascoltano in dieci, è un viaggio. La cosa bella del mio lavoro è che quando metto su le cuffie e prendo il microfono entro nel mio mondo. È un po’ come fare musica, inizi a suonare ma non sai dove stai andando a parare. Ecco, io alla fine non ricordo mai che cosa ho detto”.

Ma quindi ora lavori in radio?
“No, commento sempre la Coppa del Mondo di sci per Eurosport. Quella alla radio è un’esperienza autonoma e volontaria perché fatta da un gruppo di amici. Tra l’altro, recentemente ho parlato di Dražen Petrović dato che ricorreva il suo compleanno. Spesso parlo sia di Italia che di Slovenia e Croazia. La Slovenia, soprattutto in questo momento, è molto avanti a livello sportivo rispetto all’Italia, che invece è rimasta indietro. Ultimamente mi è capitato di commentare le vittorie di Dončić e Dragić in NBA, oltre che di Roglič e Pogačar nel ciclismo”.

Zoran assieme a Lewis Hamilton

Quante Olimpiadi hai fatto?
“Sei. Ho commentato due gare di moguls a Salt Lake City 2002 per Eurosport, ma per puro caso perché all’epoca lavoravo per Infront. Eravamo negli stessi uffici, loro erano senza commentatori e mi hanno chiesto ‘Zoran, abbiamo da fare il moguls, puoi farlo tu?’. Quella è stata la mia prima telecronaca live. E per di più olimpica… Dopo ho fatto lo speaker per lo snowboard a Bardonecchia per Torino 2006. Poi ho commentato per Sky snowboard e sci freestyle a Vancouver 2010 e a Londra 2012 ho fatto tiro a segno, tiro a volo e BMX. A Sochi 2014 ho commentato sempre snowboard e sci freestyle. Dopo sono passato a Eurosport commentando Pyeongchang 2018, sempre snowboard e sci freestyle, più la cerimonia d’apertura e di chiusura. Quello fu un grandissimo onore. Una delle emozioni più forti è stato l’inizio del commento della cerimonia d’apertura, e in particolare il momento dell’accensione del braciere olimpico. Quest’anno sarei dovuto andare a Tokyo e avevo già l’accredito, ma poi siamo rimasti tutti a casa”.

L’edizione che ti è rimasta nel cuore?
“A Salt Lake City ci sono state due telecronache al volo perciò neanche mi rendevo conto fosse un’Olimpiade. A Torino facevo il DJ e lo speaker. A Vancouver è stato meraviglioso, con 2.000 ore di diretta, per cui avevamo cambiato la storia di quell’edizione rispetto alle 300 ore della Rai. Londra è stata la prima Olimpiade estiva e questa ha una forza che moltiplica dieci volte quella invernale. Ho dovuto imparare due sport perché mi hanno detto che avrei fatto tiro a segno e tiro a volo, dove sarebbero arrivate tante medaglie per l’Italia. Allora mi sono iscritto al poligono per riuscire a spiegare alla gente a casa che cosa si provava, per cui ho iniziato a sparare. Lì c’è stata poi quella finale shoot-out Italia-Croazia vinta da Cernogoraz. Sochi forse è stata la peggiore in quanto eravamo chiusi in studio dopo che Sky aveva deciso di farla da Milano perché costava troppo andare in Russia. Rio 2016 non l’ho fatta perché l’avevano rivenduta alla Rai. Infine, a Pyeongchang è stato bellissimo commentare la cerimonia d’apertura e di chiusura. Ogni Olimpiade è molto intima e particolare, ma se proprio devo dirne una ti dico Vancouver”.

Da dove nasce questa tua passione, direi quasi viscerale, per lo sport?
“Ricordo che da piccolo a Brazza correvo per i sentieri facendo finta di essere una macchina o una moto. E poi ci arrampicavamo sugli alberi, giocavamo a calcio e a pallanuoto, nuotavamo, ci tuffavamo… Da lì probabilmente è venuta fuori la forza nelle gambe, l’elevazione, la resistenza e più in generale l’amore per l’attività all’aria aperta”.

Anche tuo figlio sta seguendo le tue orme…
“Al momento il suo sport è il basket. A Brazza poi fa nuoto tutte le mattine e l’ho messo già sulla tavola da surf e sugli sci. Con il lavoro che faccio ogni tanto mio figlio e mia moglie mi seguono per cui ha la possibilità di provare tutte queste discipline. Adesso, visto che ci hanno chiuso tutti gli sport, lo porto a fare skate. Lui ha 7 anni e il mio concetto è che debba divertirsi. Alla fine dell’allenamento a me non interessa quanti canestri ha fatto, ma gli chiedo sempre una cosa: ‘Ti sei divertito oggi?’”.
Fai crossfit, surf, sci, vai in moto. Anche a 52 anni l’adrenalina scorre bella potente nelle tue vene…
“Ho dovuto ridurre l’attività vista l’età, gli impegni lavorativi e gli acciacchi fisici. In questo momento sono focalizzato su tre sport: crossfit, quando posso andare a Fuerteventura faccio surf e d’inverno invece telemark”.

Tra i vari personaggi del mondo dello sport che hai avuto modo di conoscere in tutti questi anni di carriera, ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?
“Andrea Dovizioso. Lo trovo una mosca bianca nella MotoGP. I grandi fuoriclasse che io apprezzo di più sono quelli che come lui non se la tirano. Nei cinque anni che ho commentato la MotoGP mi ci sono affezionato molto. È una persona semplicissima e con i piedi per terra. E poi mi sono sempre piaciuti gli underdog come la vittoria di Ivanišević a Wimbledon, l’impresa di Steven Bradbury a Salt Lake City, il Leicester di Ranieri… A livello di surf sono molto legato a Dave Rastovich, neozelandese poi passato in Australia. Lui è stato il più grande soul surfer riconosciuto, per cui non faceva gare ma surfava con uno stile incredibile. Oggi è molto impegnato nella lotta per l’ecologia, i mari, i cetacei… Faceva anche i convegni insieme ad Al Gore, questo per capire il livello di comunicazione di Dave. Un giorno, mentre eravamo in giro per l’Italia, gli chiedo ‘Dave, ma come mai Rastovich?’. E lui: ‘Devi sapere che la mia famiglia è originaria di una piccola isola dell’Adriatico vicina all’Italia che si chiama Vis’. E io giù a ridere. Poi lui mi fa ‘Ma perché ridi?’. E io: ‘Guarda che la tua isola si trova a poche decine di chilometri da dove vado io’. E li abbiamo riso come dei matti. Lui mi ha ispirato veramente tanto. Un po’ per la sua maniera di comunicare: parla in inglese riuscendo a farsi capire da persone che non sanno l’inglese adeguando per empatia il suo modo di parlare; poi per i valori come pacifismo, ecologia, ecocompatibilità e infine per sua ironia: una volta durante un’intervista gli chiesi come mai abitasse a Byron Bay, centro pseudo hippy e surfistico nell’Australia orientale, lui sorrise e rispose ‘Perché è un cliché’”.

Zoran, mettiamo caso che ai prossimi Mondiali di calcio in Qatar Italia e Croazia arrivino in finale: quale maglia indosseresti, quella azzurra oppure quella a scacchi biancorossi?
“Ho sempre vissuto le sfide tra Italia e Croazia in silenzio senza tifare. Fino a quella partita ai Mondiali in Corea e Giappone. Me la volevo guardare in tutta tranquillità, ma il giorno prima gli amici italiani mi hanno inondato di sms con gli sfottò del tipo ‘Siete pronti a prenderle?’. E io a quel punto ho tifato spudoratamente Croazia. Poi il giorno dopo la Croazia ha vinto e io ho srotolato sul balcone di casa la bandiera a scacchi. Quindi sì, indosserei la maglia biancorossa”.

L’intervista con l’ex campione di slalom Giorgio Rocca

«L’assenza di Marquez ha aperto una nuova pagina di sport»​
Dal momento che hai commentato per alcuni anni la MotoGP, non posso esimermi dal chiederti una riflessione su questa stagione. Secondo te l’assenza di Marc Marquez è stata un bene, nel senso che ha reso il campionato estremamente avvincente ed equilibrato, oppure un male in quanto ha messo in evidenza il vuoto che c’è dietro di lui?
“Non lo so. È una cosa un po’ complicata. L’infortunio è forse stata una ‘fortuna’ per Marquez perché ha dimostrato quanto sia dominante. È successa la stessa cosa l’anno scorso nello sci con il ritiro di Hirscher quando Pinturault e Kristoffersen, anziché dominare, hanno cominciato a fare errori perché non avevano più un riferimento. L’assenza di Marquez ha quindi messo a nudo i limiti degli altri, nonché fatto vedere come dietro il livello sia alla pari. Quest’anno il Mondiale è stato super interessante con gare imprevedibili, sembrava quasi di vedere la Moto3, ma non so se ciò abbia portato un maggiore interesse per il pubblico. Quando c’è un dominatore, un Rossi o un Marquez, la cosa ti dà fastidio per cui o lo ami o lo odi. Ora però non c’è nessuno da amare od odiare. È una pagina nuova dello sport”.
Parlando invece di sci, credi che anche in questa stagione vedremo una lotta a tre per la Coppa del Mondo generale tra Pinturault, Kristoffersen e Kilde, o pensi che magari potrebbero esserci delle

sorprese, come ad esempio Marco Odermatt?
“Vedo favorito Kristoffersen. Non ci sono le combinate perciò non c’è il grande vantaggio per Pinturault che faceva 100 punti per gara, anche se Pinturault e Kilde hanno il vantaggio di essere dei polivalenti. Così com’è polivalente Odermatt che, onestamente, mi aspettavo esplodesse già l’anno scorso anche se alla fine il dalto di qualità non è arrivato. Ma arriverà presto. Mai come quest’anno il fattore determinante sarà la testa. Nel 2020 tutti gli atleti di tutti gli sport sono arrivati alla ripresa dei campionati con un grande punto di domanda. Nessuno è riuscito più ad allenarsi rispettando i propri protocolli di lavoro, che inevitabilmente sono saltati. Chi è riuscito ad allenarsi bene di testa durante il lockdown avrà un grande vantaggio. In che stato psicologico sei a inizio stagione e qual è lo stato psicologico che ti porta anche soltanto a essere positivo asintomatico per due settimane come nel caso di Kilde: è questo l’aspetto che giocherà un ruolo importantissimo”.

E nel femminile? Brignone, Shiffrin o Vlhova?
“Shiffrin. È un fenomeno come Marquez”.

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