Il polso di cristallo

La programmazione neuro linguistica (PNL) può essere d’aiuto per superare i pensieri limitanti e gli stati di disagio

Quando mi hanno detto che avevo al polso un TGC (tumore a cellule giganti), mi sono chiesto perché proprio a me che non fumo, non bevo e sono sano. Dopo diverse operazioni per recidive al radio del polso, svuotamento e riempimenti con cemento sintetico ho capito che la mia vita sarebbe cambiata per sempre; ma anche che spettava a me cercare di trovare delle soluzioni. Sono state diverse le fasi emotive che ho attraversato: una strana euforia, quando il medico di turno al mio secondo intervento ha esordito dicendomi: “…tra tre mesi il suo polso sarà così forte che potrà pure tirare di boxe!”. In seguito provai tanta rabbia. A un controllo post-operatorio un altro medico mi informò che a ogni nuovo intervento il polso si indeboliva sempre più; il mio polso rischiava la frattura e sarebbero bastate delle vibrazioni per comprometterlo. Dovevo dire addio alla bicicletta e allo scooter, ma anche agli allenamenti che coinvolgono con carico immediato la mano sinistra. A rincarare la dose arrivò, alla quarta recidiva, un senso di frustrazione che durò per diversi mesi. L’ultimo medico mi disse chiaramente che col tempo avrei sofferto di dolori e reumatismi, sempre che la malattia non fosse tornata a farmi visita con effetti anche peggiori.
Per anni mi sono sentito un invalido, con un polso di cristallo destinato solo a peggiorare. Ho pure pensato che avrei dovuto abbandonare la professione d’attore, che sarei finito come l’ispettore Kemp di Frankenstein Junior, che a un certo punto può infuocarsi un dito della sua mano artificiale per accendersi un sigaro. Al di là della battuta e di questa storia personale finita bene, una malattia può davvero cambiare la vita emotiva di una persona.
Nel tunnel di emozioni negative
Non solo, ma fin dall’infanzia facciamo esperienza di eventi, alcuni dei quali così intensi da farci sentire incapaci di reagire o trascinarci nello sconforto più cupo. Spesso partiamo da un evento presente negativo e, come guidati dalla nostra “bussola emotiva”, andiamo a ritroso per inanellare altre situazioni di dolore entrando in un tunnel buio e senza luce. Così accadde che una sera per l’ennesima volta in convalescenza – e ospite mio malgrado al Rizzoli di Bologna –; mentre vagavo in pigiama per i piani dell’ospedale, mi ritrovai al pianterreno nel museo delle ossa, posizionato in un’ ala del cortile cinquecentesco dell’ex monastero che ospita l’ospedale. Nonostante tentassi di svagarmi, la visione di quelle antiche fotografie di dottori di fine ‘800, reperti in formalina, protesi e corsetti sperimentali sulla cura delle ossa mi portarono dentro un thriller alla Dario Argento. Una catena di pensieri, associazioni e movimenti dell’umore si sommavano al momento presente, mescolandosi con ricordi del passato ed emozioni degli ultimi anni non troppo facili. Ecco allora la domanda: si può controllare il modo in cui ci sentiamo?
È opinione comune pensare che l’umore dipenda da fattori esterni che sfuggono al nostro controllo. Lo “stare male” sul piano psicologico è attribuito spesso dalle persone a cause ormonali, a eventi e ricordi dell’infanzia che ancora agitano la nostra esistenza.
Intervenire sui nostri pensieri
Un lutto, un divorzio, una malattia sono eventi negativi, ma la mia attenzione, per deformazione professionale da attore è sempre stata rivolta a come l’attività del pensiero “messo in parola” o negli atteggiamenti del corpo, possa essere d’aiuto per superare volontariamente questi sentimenti negativi e frustranti che scaturiscono dai brutti eventi della vita. In altre parole, come ci poniamo di fronte a un evento esterno o a un ricordo doloroso?
Tanti pensieri, convinzioni limitanti, sono già presenti in noi perché hanno funzionato in passato, ma non sono più applicabili in contesti simili. Sono presenti perché prodotti magari da fonti per noi autorevoli e sono già pronti all’uso. La possibilità per me è stata quella di modificare il modo di pensare e, di conseguenza, il mio comportamento e gli stati d’animo. I pensieri limitanti, nei contesti in cui non generano un buon umore, quando frequenti, cerco di riconoscerli e di evidenziarli in una frase. Poi riformulandoli trovo la ripartenza, per nuove possibilità di scelta allettanti che intendo perseguire.
Più scelta, più libertà
Sono un attore e il mio modo di vedere e verbalizzare il mondo è sempre passato dal teatro, ma è stato proprio in quel momento di lungo sconforto legato alla malattia che ho iniziato, non per caso, un percorso di programmazione neuro linguistica (PNL). Sapere che ci sono delle tecniche messe a disposizione e rielaborate dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale per darci più scelte e libertà sul nostro modo di relazionarsi al pensiero è stato per me liberatorio. Imparare a controllare pensieri, stati di disagio, atteggiamenti, può modificare infatti lo stato d’animo. In PNL il “metamodello” è uno strumento per far emergere la verbalizzazione di questi pensieri che governano il disagio; successivamente si interviene con gli “sleight of mouth” o “giochi di prestigio verbale”; ed è questo il momento in cui attraverso la riformulazione con altre parole, si possono rinnovare i punti di vista di una persona.
Acquistare consapevolezza
Vorrei proporre alcuni meccanismi di ”distorsione” del pensiero ma vorrei anche sottolineare come non è detto che occorra sempre cambiare questi pensieri o convinzioni qualora si ritenga che essi siano utili; in situazioni estreme sono anche giustificati, così come provare sentimenti negativi a volte è sano e appropriato.
Ho sperimentato durante la pandemia da COVID-19 come sia diventata sempre più di moda l’idea che dovremmo essere felici a qualsiasi costo e nel controllo totale delle nostre emozioni. Il distanziamento sociale, durante la quarantena, ha alimentato sui social media video, articoli e immagini che promuovevano in prevalenza comportamenti e atteggiamenti verso la ricerca spasmodica della felicità. Non sono mancati, anche se in quantità minore, i professionisti della paura, i provocatori del complotto e dell’esperimento sociale. Due lati della stessa medaglia che nonostante tutte le tecniche sul pensiero da me apprese mi hanno sopraffatto e fagocitato con tempi e modalità diverse. Sono passato dal sentirmi bene per il solo fatto di farmi il pane a casa con i semi di lino e con le spremute dell’orto, a sentirmi un verme verso i miei colleghi di lavoro per aver scelto l’auto-isolamento a pandemia scoppiata. A Fiume mosso dal dovere e dalla responsabilità di costituire un potenziale pericolo, per le persone anziane che frequentavo a casa, mi sono ritrovato in una schizofrenia di pensiero; stavo fisicamente a Fiume ma con il pensiero seguivo la tragica situazione dell’ Italia e vivevo assieme ai miei genitori e a mio cugino anestesista il loro dramma quotidiano.
Evadere dalla realtà
A posteriori ho rielaborato queste due posizioni come forme di evasione dalla realtà, alla comunità a cui apparteniamo e al dovere di cercare una posizione a metà, informandosi e considerando una visione globale del problema.
Quando il mondo attorno a noi sta andando in direzioni così sconosciute e fuori da ogni previsione siamo in grado di controllarlo con un cambio di pensiero? Ho trovato e trovo tanto sollievo nel teatro, nel concetto di comunità legata al teatro e nel provare a stare allerta per cibarmi di “buoni pensieri” da fonti autorevoli e diverse. Riconoscere che ci sono pensieri sbagliati, poco realisti e ripetuti in modo ossessivo da diventare “veri” è intanto un modo per iniziare una possibilità di crescita personale e avere gli strumenti per domandarsi “come” devo esprimere un’emozione e “quando” devo esprimerla per poi chiedersi: voglio davvero sentirmi così?, Agire cosi? Sbarazzarsi di pensieri e sentimenti “distorti” può essere cosa utile; senza sostituirmi al valore di un terapeuta ho cominciato a provare da solo a fare parte del lavoro.
Non siamo ostaggi dei pensieri
Non sono il mio polso e non sono il problema del mio polso; entrambi di sicuro mi riguardano, hanno portato qualche accorgimento alla mia esistenza, ma questo non equivale a deprimermi, arrabbiarmi, sentirmi inadeguato. Nel mio caso è stato fondamentale accettare il pensiero di avere un nuovo limite. Il rischio ad un certo punto poteva essere quello di sfidarlo con troppa energia con un risultato meno efficace a seguito di nuove resistenze contrarie che potevano rendere la sfida impossibile.
Ho capito così che dosare piccoli sforzi nel tempo può essere una strategia vincente, così come sapere che posso allenarmi sui pugni anziché sulle dita nell’eseguire le flessioni. Se poi non posso più andare in bicicletta allora meglio ripiegare sull’acquisto di un monopattino elettrico che a Fiume con le salite e discese è pure più pratico.

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