Il fatto di Portoria

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Il fatto di Portoria
Foto: Sergio Loppel

Il 5 dicembre del 1746 era una giornata fredda e piovigginosa, una di quelle che soltanto Genova sa offrire a fine anno. L’umido appiccicoso proveniente dal mare entrava nelle ossa e faceva rabbrividire coloro che erano costretti a transitare per i vicoli scivolosi e maleodoranti. La pioggia sgrondava dai tetti con piccoli rivoli che, all’impatto con le pietre del selciato, scagliavano zaffate d’acqua sugli abiti dei passanti. Angiulin Canbiasso camminava svelto su per la salita che portava al Sestriere di Portoria e non vedeva l’ora di giungere in vista alla Porta Aurea, quella che si apriva a sud della cinta muraria della città e che era meglio conosciuta come la Porta del Barbarossa: nome risalente al XIII secolo e che per la contrazione in dialetto genovese era diventata Portoia. Il nome appunto di quello che era uno dei sei Sestrieri in cui era divisa la città. Doveva incontrare una persona che non vedeva da tempo; da quando era stato bandito da Genova per questioni legate alla politica. Doveva incontrare Brigitta Rubbini che era stata la sua amante e che per disposizione del Priorato era ospitata presso i Cappuccini della Chiesa di Santa Caterina. Mentre Brigitta scendeva lungo l’acciottolato che dall’Acquasola menava allo spiazzo davanti all’ospedale di Pammatone, Angiulin imboccava la Porta Aurea. Al vecchio ospedale Pammatone, come tutti i pomeriggi, era tempo di visite e lo spiazzo antistante era gremito di folla.

Boccadasse.
Foto: Sergio Loppel

Le botteghe e la mescita

Portoria era allora il cuore della genovesità. Le vie che si snodavano verso Piccapietra e De Ferrari formavano quel quartiere ricco di negozi, uffici e laboratori artigiani, attorno ai quali si intrecciavano gli affari. Nel Sestriere vi abitavano diversi notabili e qui aveva avuto casa anche il Doge Paolo Da Novi. Da tempo vi avevano impiantato i loro laboratori i componenti della Congregazione delle arti e dei Tintori. Vi era perfino un vicolo intitolato a questi artigiani. In questo vicolo aveva bottega un certo Perasso che era noto come uno dei tintori “di pregio”. A fianco della sua bottega, sino all’angolo della spianata di Pammatone, si estendeva una vasta mescita di vini frequentata a tutte le ore del giorno e della sera. Si radunava molta gente a bere del buon vino e a discutere dei fatti importanti che succedevano in città. Angiulin e Brigitta si incontrarono proprio all’altezza dell’ingresso della mescita. Entrarono e si sedettero a un tavolo un po’ in disparte. Giovan Battista, figlio del tintore Perasso, un giovane di 17 anni, frequentava spesso quella mescita e aveva acquisito una certa familiarità con le discussioni e una faccia tosta che gli era valsa un soprannome piuttosto disdicevole, ma che nella genovesità ha il significato di una personalità furbesca e scaltra. I suoi amici conterranei lo chiamavano infatti con il soprannome di “mangia merda”. Non è che alla sua famiglia piacesse molto, ma tant’è, i soprannomi non si cancellano. E non è che a suo padre piacesse neppure la sua frequentazione della mescita piuttosto che l’assidua presenza in tintoria a imparare il mestiere.

I bottegai.
Foto: Sergio Loppel

Un soprannome disdicevole

È ovvio che il soprannome disdicevole non poteva scivolare nella narrazione del fatto di cui fu protagonista. Infatti, lo si ricorda con l’altro soprannome datogli forse dai suoi: “Balilla”, che nel dialetto genovese significa ancor oggi “ragazzo” o “monello”, come certamente lui lo era, o potrebbe anche significare “Baciccia”, che è appunto il diminutivo di Giovan Battista. Angiulin e Brigitta stavano ascoltando il vocio dei discorsi che s’intrecciavano alla mescita. La gente era scontenta della situazione pesante che si era venuta a creare in città. Erano i riflessi di guerra dovuti ai dissapori tra Prussia, Francia e Spagna da una parte e Savoia con l’Austria dall’altra. Di mezzo c’era la cessione del Marchesato di Finale acquistato da Carlo V d’Austria, che la figlia Maria Teresa doveva cedere ai genovesi. Genova, memore degli antichi dissapori con i Savoia, si era però alleata con gli spagnoli e con i francesi, attirandosi le ire degli austriaci. Questi scesi dalla pianura padana il 4 settembre del 1746 entrarono in Sampierdarena, ai confini allora del Genovesato. Il 6 settembre il generale austriaco Botta Adorno impose ai genovesi un pesante “diktat” per non peggiorare la situazione. Genova dovette così accettare delle gravosissime condizioni che significavano versare agli austriaci grandi quantità di armi e di denaro. Erano dunque già tre mesi che durava il malcontento e in città cresceva una ribellione che sfociava spesso in piccoli tafferugli con le truppe di occupazione.

Il porto di Genova.
Foto: Sergio Loppel

I soldati austriaci

In quel freddo pomeriggio del 5 dicembre un drappello di soldati austriaci, comandati da un sottufficiale, stava eseguendo un ordine del Comando: traslocava un pesante mortaio tipo “Santa Caterina” che dalla spianata di Carignano doveva essere posizionato in un altro punto strategico per il controllo della città.

Mentre i soldati si trovavano a passare davanti allo spiazzo dell’ospedale Pammatone, l’affusto del mortaio sprofondò nel terreno reso fangoso dalla pioggia e scivolò nell’alveo del Rio Torbido che scorreva nei pressi. I soldati, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a liberare le ruote dalla morsa del fango per recuperare il mortaio dall’alveo del torrente. Il sottufficiale, usando il linguaggio e soprattutto il tono arrogante con il quale le truppe si esprimevano in certi casi con la popolazione, chiese aiuto ai presenti. Dicono le cronache che nessuno si mosse. Il sottufficiale allora con il piatto della spada colpì un uomo per farsi ubbidire. Fu un lampo!

Foto: Sergio Loppel

La sassaiola

Giovan Battista Perasso, che assisteva poco distante, raccolse un sasso dall’acciottolato e gridando forte le famose parole “Che l’inse?” (Cominciamo?), lo scagliò contro i soldati. Seguì, come per incanto, una nutrita sassaiola dei presenti. Alcuni dei soldati furono colpiti, ma mentre riuscivano a fuggire abbandonando il mortaio, furono fatti segno da numerose bottiglie di vino e dalle sedie della mescita, portate in strada dagli avventori del locale. Sembra, a proposito, che per diversi giorni fosse quasi impossibile transitare per le strade di Portoria a causa dei numerosissimi cocci di vetro sparsi dopo il lancio nutrito delle bottiglie di vino all’indirizzo dei soldati austriaci messi in fuga. Era nata la rivolta che si allargò con la forza dell’impeto e dello scontento. Durò in città quasi tre mesi, alimentata dalla determinazione dei popolani, sino a concludersi nel febbraio dell’anno dopo con la battaglia di Voltri, mentre la fine del conflitto europeo veniva sancita in ottobre con la Pace di Aquisgrana.

Il Museo della Biosfera.
Foto: Sergio Loppel

Duecento anni dopo…

Duecento anni dopo, il “fatto di Portoria” ebbe un’appendice storica divertente che pochi conoscono. Durante una visita di Mussolini a Genova, il Duce volle visitare la famosa statua del “Balilla” a Portoria per enfatizzare l’ufficialità del nome con il quale erano stati chiamati i ragazzini nel ventennio. Non solo, con il nome Balilla erano state chiamate anche un tipo di radio e la famosa automobile costruita dalla FIAT, vanto dell’Italia di allora. Occorreva mitizzare e far parlare i giornali. Un vecchio professore universitario che non doveva essere molto fascista, ma che era molto arguto e che a Genova veniva considerato con molto rispetto, era stato incaricato di accompagnare Mussolini durante la visita e di illustrare all’ospite il gesto patriottico del Balilla. Mi fu raccontato che con loro c’era anche il segretario di Pavolini e il Federale di Genova. Il professore, a un certo punto del suo eloquio, mentre Mussolini contemplava la statua del ragazzo genovese, chiese al Federale se poteva accennare al Duce come veniva chiamato il Balilla dai suoi amici. Al Federale per poco non prese un colpo. Impallidì e con voce perentoria gli rispose che lo vietava assolutamente. Il dialogo però non sfuggì al segretario di Pavolini che si avvicinò all’orecchio del Duce e gli sussurrò il desiderio del professore. Il Duce, al sentire l’altro soprannome del Balilla, sorrise e scrollò la testa. Sembrava divertito, mentre il professore, forse intimorito da tanto ardire, illustrava al Duce che il monumento di Portoria non rappresentava soltanto un eroe, ma anche il carattere dei cittadini.

Foto: Sergio Loppel

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