I racconti di un binocolo

Ricordi degli anni d’infanzia vissuti nel rione Belvedere, «giocando» con un Carl Zeiss Jena

Certe volte i ricordi insistono a calarsi nella mente e a disperdere la nebbia della privacy anche per quelli più riservati. Con l’età i fatti emergono spesso dalla memoria e si elevano a giudici non proprio benevoli della nostra coscienza. Ma noi siamo altrettanto spesso pronti ad assumere la difesa che ci porta all’assoluzione. Ad aiutarci, molte volte c’è qualche cosa, una persona, un avvenimento o un ricordo sovrastante a tutti gli altri che ha graffiato la nebbia del tempo.

 

È quello che succede a me. Succede spesso e mi ritrovo a scandire gli avvenimenti con un senso di profonda malinconia o di gioia, a seconda del fatto che rivivo. Ma cominciamo dall’inizio: dai primi anni quaranta del secolo scorso.

Un bambino in Belvedere

Ero un bambino fiumano a tutti gli effetti. Abitavo con i miei genitori al primo piano di un palazzo, in Via Cellini nel rione Belvedere. Dalla finestra della sala avevo una visuale magnifica del porto, della distesa del mare e dei dintorni, soprattutto di una villa con parco sulla mia sinistra, allora occupata dalla truppa tedesca. Era il periodo in cui gli angloamericani avevano occupato il sud Italia e periodicamente, da qualche loro base, partivano le fortezze volanti per bombardare gli obiettivi della Germania. La rotta degli aerei era sempre la stessa. Sorvolavano all’andata, ad altezze irraggiungibili dalla contraerea, proprio la rotta che passava sulla verticale del Belvedere. Io, dalla finestra che aveva un piccolo spazio protetto per non cadere di sotto, vedevo con il bel tempo, le formazioni in volo verso il nord. Sapevo che verso il pomeriggio, diversi di quegli aerei, colpiti dalla contraerea mentre bombardavano gli obiettivi tedeschi, avrebbero rifatto la rotta inversa nel tentativo di riuscire ad arrivare alla loro base, o comunque in zona amica, nonostante fossero stati colpiti e avessero dei motori fuori uso. Li avevo visti diverse volte sorvolare ad una quota molto più bassa il Belvedere, sotto il tiro della contraerea che sparava dal porto per costringerli ad ammarrare, mentre partivano le vedette tedesche che avevano il compito di arrestare, in questo caso, gli eventuali piloti americani.

Un oggetto proibito

Ed ecco che qui entra in gioco l’oggetto più importante della mia infanzia. L’oggetto che curavo e trattavo e per il quale non avrei mai pensato, o meglio ammesso, potesse diventare un pericolo piuttosto serio per tutta la famiglia. L’oggetto era, per quello che capivo io, un semplice binocolo che mio padre aveva comperato, quando navigava in gioventù. Era un Carl Zeiss Jena con lenti anche per la visione notturna, sul quale aveva fatto incidere il suo nome e cognome. Lo conservo tutt’ora come una reliquia e mi ha accompagnato in diversi viaggi.

All’epoca era severamente proibito possederlo perché era considerato un’arma da guerra dai tedeschi. Mio padre non voleva privarsene e così non lo aveva consegnato. Lo teneva custodito in un ripostiglio che io conoscevo e siccome a quel tempo rimaneva assente tutto il giorno in quanto costretto dai tedeschi a lavorare per la Todt, diventava il mio giocattolo per l’osservazione aerea. Soltanto anni dopo capii quanto avevo rischiato se qualche tedesco mi avesse visto dal prato della villa vicina. Qualche mese dopo, durante la ritirata delle truppe germaniche, mio padre mi portò una mattina sul terrazzo in cima alla casa e da qui potei vedere la prima ed unica battaglia dal vero della mia vita.

Rivederlo… a Venezia

Fu il binocolo che mi permise di osservare come a Sušak si ritiravano le truppe tedesche, mentre avanzavano le truppe partigiane di Tito, in un fantasmagorico scambio di colpi e di fuoco. Fu l’ultima volta che vidi il binocolo. Finì in qualche nascondiglio ben celato perché era considerato anche dai “titini” un oggetto che non si poteva possedere. Lo rividi solamente due anni dopo a Venezia mentre mio padre osservava una nave in Laguna. Mi sorprese non per il binocolo, ma per mio padre che era riuscito a farla franca anche con la dogana jugoslava che non permetteva di fare uscire gli esuli “armati” di un binocolo.

Un aiuto prezioso

Sono trascorsi moltissimi anni da allora, ma il binocolo di mio padre non l’ho mai perso di vista. Nel tempo, durante i miei viaggi, mi ha spesso aiutato a capire dove mi trovassi di preciso ed evitare anche incontri non voluti, come quella volta che nel deserto egiziano mi fece scoprire un lontano accampamento militare verso il quale mi stavo dirigendo senza documenti. Sono certo che mi consigliò di cambiare rotta, e lo ringrazio ogni volta che ci ripenso.

S'informano i gentili lettori che tenuto conto delle disposizioni dell'articolo 94 della Legge sui media elettronici approvata dal Sabor croato (G.U./N.N. 111/21) viene temporaneamente sospesa la possibilità di commentare gli articoli pubblicati sul portale e sui profili sociali La Voce.hr.