Sognando la libertà

Gabriella Chmet recupera le sue memorie di adolescente cresciuta nella Jugoslavia di Tito, tracciando un affresco spietato e ironico di una nazione che non esiste più e del suo dio-padrone

L'abisso socialista – come definì la Jugoslavia un commissario politico parlando con suo padre, più di quarant'anni fa – è oramai lontano, come lo sono gli strascichi di dolore e disagio di tanti anni della mia vita. «Eppure, quando si nasce nell'Est, l'abisso profondo e tremendo lo si porta dentro e bisogna imparare a conviverci». La narrazione è a tratti cruda e brutale, ma sempre pervasa da una sottile ironia, «poiché trovo sia la modalità giusta per superare ogni abisso della vita»

Non era certo la (presunta) mancanza di sapori tra i barattolini dello yogurt, come dichiarò in un’occasione l’ex presidente croata Kolinda Grabar Kitarović, a rendere insipida e amara la vita nella Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Ne sanno qualcosa i familiari delle migliaia di persone scomparse nel nulla, le centinaia di migliaia di esuli giuliano-dalmati costretti a lasciare ogni cosa per mettersi in salvo, i tanti perseguiti (e internati) politici, o quanti scappati all’estero per sfuggire alla repressione o semplicemente in cerca di un po’ di benessere. Ma anche chi rimase, nonostante tutti gli aspetti positivi che potevano garantire una certa sicurezza sociale, difficilmente potrà definirla una sorta di “paradiso”, l’immagine che la propaganda aveva costruito all’Occidente della “creatura” di Tito.

 

“La Jugoslavia ha fatto di me una persona infelice per molti anni”, dice la scrittrice Gabriella Chmet, che in L’abisso socialista (edito dalla triestina Luglio, 152 p.) recupera le sue memorie di adolescente cresciuta ai tempi dell’ex Federativa. E aggiunge: “però mi ha anche lasciato memorie essenziali di persone, situazioni e spiritualità non viziate dal consumismo e dal vuoto assoluto dell’Occidente contemporaneo. Le illusione e le disillusioni dei giovani dell’Est che hanno creduto fermamente in un’utopia: la libertà al di sopra della vita stessa”. Nei nove capitoli dell’opera, attraverso la parabola della Jugoslavia, si snoda il percorso personale di una bambina spaurita che si fa donna e riesce a metabolizzare le brutture del mondo in cui è vissuta. Ne viene fuori un affresco spietato e ironico di una nazione che non esiste più e del suo dio-padrone.

L’abisso socialista – come definì la Jugoslavia un commissario politico parlando con suo padre, più di quarant’anni fa – è oramai lontano, come lo sono gli strascichi di dolore e disagio di tanti anni della mia vita. «Eppure, quando si nasce nell’Est, l’abisso profondo e tremendo lo si porta dentro e bisogna imparare a conviverci». La narrazione è a tratti cruda e brutale, ma sempre pervasa da una sottile ironia, «poiché trovo sia la modalità giusta per superare ogni abisso della vita»

Si racconta di una nazione in perenne via di sviluppo senza mai giungere a un fine; di un Paese lacerato dalle iniquità della potente “borghesia comunista”; di un mondo arretrato e rassegnato alla brutalità della polizia politica; di un Maresciallo che sotto “la coltre ipocrita degli ideali comunisti di ‘fratellanza e unità’ cova i peggiori propositi di vendetta”; della forzata secolarizzazione e la collettivizzazione; dell’indottrinamento delle masse attuato fin dalla primissima gioventù; della demolizione delle tradizioni; del terrore dell’Ozna e poi dell’Udba; di popoli sottomessi alla dittatura; di una minoranza italiana schiacciata tra paura e collaborazione; del culto della personalità dell’“uomo-dio” che “piace a molti, viene celebrato nei mastodontici giubilei di maggio, venerato quale inventore della ‘terza via’ dei Paesi non allineati, amico dei governi occidentali e amato dallo star system hollywoodiano, ma che quando muore, il 4 maggio del 1980, si lascia dietro una nazione allo sfascio e tensioni che esploderanno nel peggiore dei modi”.

”L’idea di scrivere questo libro mi è venuta diverso tempo fa, però trovare le forze e l’energia per mettere tutto ‘nero su bianco’ ha comportato uno sforzo mentale davvero notevole – premette –. Non è facile mettersi a nudo negli aspetti più spinosi della propria vita, raccontarsi come pedine all’interno di una storia che tutto divora e inghiotte, dire la verità in un Paese come l’Italia, dove si parla di ‘fascismo’ come fossimo nel 1945 e si ‘dimentica’ di fare i conti col comunismo che ha permeato la cultura negli ultimi settant’anni”. Un’Italia “idolatrata ma sconosciuta”, nella quale si era illusa di trovare la felicità, ma invece trova un Paese in cui il clima “da perenne guerra civile culturale e politica sembra attraversare ogni strato della società”, caratterizzato da profondi abissi di ignoranza storica e di superficialità esasperata. Così si riguarda indietro, ora che l’abisso socialista e i suoi dolori sono ormai superati, ritorna alle radici, cerca di trovare un senso alla vita della gente di confine, studia la sua terra e la interpreta attraverso la secolare cultura che ha amalgamato etnie e culture in qualcosa di irripetibile.

Donna dell’Est, come si autodefinisce, Gabriella Chmet è nata a Capodistria nel 1973, ha debuttato nella narrativa nel 2007 affrontando tematiche legate all’esodo e ai “rimasti”. Blogger, tra prosa, saggistica e libri di viaggio, si dedica principalmente all’Istria e alle regioni attigue (ma non solo). Dalle sue ricerche sono nati, tra gli altri, Miti e misteri del Friuli Venezia Giulia (Editoriale Programma, 2014), Focolare mitteleuropeo (Bianca e Volta, 2012), Libera. Una storia istriana (Mgs Press, 2007).

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