Memoria vs. Storia

Nel suo saggio uscito nel 2020, edito da Il Mulino, Marcello Flores, uno dei più autorevoli storici italiani, analizza i complessi rapporti tra due materie a volte contraddittorie in un mondo sempre più globalizzato e propenso a guardare al passato in termini strumentali rispetto alle esigenze del presente

Marcello Flores d’Arcais

Nell’inserto culturale del “Sole 24 Ore” del 3 gennaio è comparso l’articolo di M. Bucciantini Per fare gli italiani servirono le Gallerie. Musei d’Italia: dopo l’Unità aprirono le raccolte-simbolo della nuova patria, recensione del volume di Massimo Baioni Vedere per credere. Il racconto museale dell’Italia unita (Viella), in cui si sottolinea l’importanza attribuita dalla classe dirigente del giovane regno d’Italia alla memoria storica per costruire il senso d’identità nazionale e illustrare al popolo i sacrifici e le battaglie per il cui tramite s’era giunti all’unificazione e all’indipendenza della patria. Ma, del resto, già nel n. 20, 2009, di “Storia e Futuro”. Rivista di storia e storiografia, Alessia Masini aveva pubblicato il saggio Teatro e storia. Il teatro come strumento di trasmissione della memoria e conoscenza storica, in cui si soffermava sul nesso memoria-conoscenza storica con particolare attenzione ai suoi risvolti didattici, ribadendo l’importanza dell’insegnamento scolastico della storia, dopo le ultime catastrofiche riforme in piena crisi, in appendice fornendo un’ampia e aggiornata bibliografia in materia, a conferma della centralità dell’argomento nell’attuale dibattito culturale.
​In merito, di Marcello Flores è appena comparso Cattiva memoria. Perché è difficile fare i conti con la storia (Il Mulino, pp. 142), che analizza la questione in una prospettiva culturale d’ampio respiro, fondata sulla piena padronanza dello specifico dibattito storiografico internazionale. L’autore, uno dei nostri maggiori contemporaneisti, ha pubblicato numerosi volumi sul XX secolo, visto in particolare come epoca di violenza e di genocidi, da Il secolo mondo a Il genocidio degli Armeni e Storia dei diritti umani, oltre, insieme con Giovanni Grazzini, a 1968: un anno spartiacque, tutti editi dal Mulino, e a numerose ricerche sul comunismo e sull’URSS. Queste diverse ricerche sono ora confluite nel presente saggio di sintesi, che costituisce una sorta d’integrazione e complemento al manuale, da lui scritto insieme con Nicola Gallerano, Introduzione alla storia contemporanea (Il Mulino).

Il volume s’articola in un’introduzione e in undici capitoli, dedicati rispettivamente a Dovere di memoria e necessità di oblio, La complessità della storia e la semplificazione della memoria, La Shoah, la memoria tedesca, la coscienza collettiva, La storia del comunismo tra rimozione e demonizzazione, Il fascismo tra storia e presente, La guerra delle memorie nel mondo, Le leggi della memoria, Lo stato, la memoria, la storia, Quale memoria per l’Italia, Più storia o un’altra storia?, L’Europa e la costruzione di una memoria comune, concludendosi con ben nove pagine di Riferimenti bibliografici e l’indice dei nomi.
​Questi titoli forniscono già una chiara idea dell’impostazione del lavoro, attento anche alle problematiche didattiche e a quelle, oggi più attuali e incalzanti che mai, europeiste. Nell’introduzione, d’altronde, Flores precisa che la stesura del volume è stata sollecitata dal proliferare, negli ultimi decenni, di iniziative memoriali e dalla recente pubblicazione del volume di Valentina Pisanty, I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe (Bompiani), che, invece, finora non ha riscosso l’attenzione che avrebbe meritato. D’altro canto, al riguardo vanno almeno ricordati i saggi di L. Falsini, La storia contesa. L’uso politico del passato nell’Italia contemporanea (Donzelli, 2020) – che lui pure nell’introduzione affronta il tema della memoria, il rapporto di fascismo e comunismo con il passato e il problema dell’insegnamento scolastico della storia –, e di P. L. Battista, Libri al rogo. La cultura e la guerra all’intolleranza (La Nave di Teseo, 2019), che ricorda i roghi di libri “sovversivi” nelle piazze tedesche nel 1933 dopo l’avvento al potere di Hitler, così come, a suo tempo, quelli dell’Inquisizione, che non ne risparmiava neppure gli autori (si ricordi il caso di Giordano Bruno), e la persecuzione degli intellettuali non allineati nell’Unione Sovietica, senza dimenticare la pesante censura cinematografica e letteraria nei primi anni della storia repubblicana italiana, tutte vicende rientranti nello scatenarsi del “fanatismo al potere”, impegnato a imporre la propria visione.

Due tornanti particolari

​Flores ha presente la lezione metodologica e storiografica di Bloch, Braudel, Le Goff, del sociologo Halbwachs, autore d’un testo fondamentale quale I quadri sociali della memoria (Ipermedium), e di P. Nora, curatore della raccolta di saggi Les lieux de mémoire (Gallimard), e in tale prospettiva affronta la lettura del Novecento, rilevando come il discorso della memoria abbia iniziato ad affermarsi in particolare in due tornanti della storia contemporanea, il primo dei quali è il mitico ’68 – non a caso al quale, come notato in precedenza, aveva dedicato una specifica monografia –, perché è allora che per un verso inizia la contestazione della cultura accademica e per un altro, in parallelo, si viene valorizzando la memoria, fino allora scarsamente considerata, cui gli Istituti della Resistenza in particolare dedicano spazio crescente nelle loro riviste e collane, e ha inizio quella che Annette Wieviorka ha definito L’era del testimone (Cortina ed.), che si può dire sia iniziata nel 1961 con il processo a Gerusalemme ad Eichmann, in larga misura fondato sulle testimonianze di superstiti della Shoah, mentre fino allora si conoscevano quasi solo quelle di Anna Frank e di Primo Levi, finché nel 2005, in seguito a una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è istituito a livello internazionale il Giorno della Memoria (27 gennaio) – in Italia già deliberato nel 2000 –, per commemorare l’Olocausto, mentre in ambito nazionale l’anno prima, nel 2004, quello del Ricordo (10 febbraio), relativo alla tragica vicenda delle foibe e dell’esodo dei giuliani e dalmati dall’Istria, da Fiume e da Zara, a guerra finita dovute cedere alla Jugoslavia comunista. Nel saggio l’autore non manca d’affrontare la cruciale questione di come tali ricorrenze siano celebrate nella scuola, dove il tutto di solito, a parte rare quanto meritorie eccezioni, si riduce a discorsi di circostanza e all’intervento di qualche sopravvissuto, mentre quasi mai s’assiste a uno sforzo di contestualizzazione e d’inquadramento di tali vicende in una prospettiva cronologica e geografica ad ampio raggio, troppo spesso prevalendo un atteggiamento moralistico e “giudiziario”, scordando che, come precisato in apertura del volume, lo storico deve spiegare, comprendere e interpretare, ma non giudicare. Il prevalere dei media, inoltre, fa sì che trovino spazio nei programmi televisivi e nei social non tanto i veri esperti, bensì perlopiù giornalisti tuttologi, passando al pubblico una comunicazione priva di reale valore storico.

Un’immagine del 1954 dell’esodo dall’Istria. Foto: Archivio fotografico Irsrec Fvg

Come costruire una visione comune europea

​Costruire una memoria comune, condivisa, è anche psicologicamente impresa oltremodo complessa, trattandosi d’un fenomeno eminentemente individuale; Flores si richiama all’esperienza della prima guerra mondiale, che vide anche una contrapposizione di memorie tra i combattenti dei rispettivi schieramenti, e a quella della Resistenza italiana tra partigiani e “repubblichini”, dove non si tratta di giudicare, condannare o assolvere, ma capire ciò che i protagonisti effettivamente provarono. I grandi nodi della storia del Novecento: la Shoah in rapporto alla memoria tedesca, la storia del comunismo tra rimozione e demonizzazione, la vicenda del fascismo, hanno visto l’imporsi d’una memoria e d’una memorialistica quasi sempre scollegate con la riflessione storica vera e propria, ponendo con forza il problema dell’insegnamento d’una storia ripensata criticamente, che si richiami alla tuttora insuperata lezione delle “Annales” di Bloch e Febvre, poi ripresa da Le Goff.
​Il problema da risolvere per Flores è quindi quello discusso nell’ultimo capitolo, vale a dire la costruzione d’una memoria comune per l’Europa, rimettendo in gioco il discorso della storia condivisa – superando le impostazioni meramente nazionali, se non nazionalistiche – e mirando a una storia condivisa, come già nel 1974 seppero fare S. Furlani e A. Wandruszka in Austria e Italia: storia a due voci (Cappelli), mentre recente è una storia comune franco-tedesca, senza scordare l’esperienza della commissione mista storico-culturale italo-slovena, operante dal 1993 al 2000, la cui relazione finale, sottoscritta da tutti i suoi quattordici membri – che si proponeva come traccia per una storia comune delle due nazioni, a lungo divise da contrasti etnici e ideologic –, non fu mai resa pubblica dal governo italiano, ma chiusa in un cassetto per non urtare la sensibilità degli ambienti nazionalisti.
Un prezioso apporto alla costruzione d’una memoria comune almeno nell’ambito centroeuropeo dal 1966 è dato sia dai convegni annuali (con i relativi atti) del goriziano Istituto per gli Incontri culturali mitteleuropei che dalle iniziative dell’Istituto storico italo-germanico in Trento – Fondazione Bruno Kessler, sorto con analoghe finalità nel 1973, così come dal Centro di ricerche storiche di Rovigno, avviato a fine 1968 da quella che ora è l’Unione italiana. D’altro canto, già al XIX Congresso internazionale di scienze storiche, svoltosi a Oslo nel 2000, s’era sottolineata la necessità di promuovere una storia globale, non più nazionale, tale da riflettere la nuova realtà mondiale, in cui, però, in una prospettiva sociologica fossero valorizzate pure le memorie collettive.
​Anche se, come afferma Flores, è difficile fare i conti con la storia, gli strumenti e le istituzioni per correggere la cattiva memoria e valorizzare quella buona ci sono; importante è saperli utilizzare al meglio.

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