Franco del Porto

Fare politica secondo Francesco Russo, attuale vicepresidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, che guarda allo sviluppo di Trieste in una prospettiva che comprende l’Istria e arriva fino a Fiume, operando «tutti assieme per dare lavoro e impiego ai nostri giovani»

Francesco Russo, vicepresidente del Consiglio regionale Fvg

“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, uscirne tutti insieme è politica, uscirne da soli è avarizia”. Non a caso Francesco Russo, 41 anni, consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia, sceglie questa famosa frase di Don Lorenzo Milani, il grande educatore cattolico degli anni Sessanta, per disegnare il suo nuovo progetto chiamato Punto Franco. Professore di storia e politica della formazione, da sempre impegnato nelle associazioni di volontariato, è stato senatore della Repubblica dal 2013 al 2018, mentre dal 2018 è vicepresidente del Consiglio della Regione del Friuli Venezia Giulia. Il suo impegno in politica e soprattutto nel sociale inizia fin da giovane, spendendo il tempo libero nelle associazioni giovanili, nel volontariato, nella parrocchia. “Lì appresi molto in un ambiente ideale dalle persone che stimavo, persone anche lontane ma importanti. Paolo VI, ad esempio, diceva che la politica rimane la forma più alta del servizio che un cittadino può rivolgere alla propria comunità, noi possiamo non occuparci della politica, ma sicuramente la politica si occupa di noi – ci racconta Russo –. Divenne così piuttosto facile ritrovarmi poi nelle istituzioni come naturale continuazione del mio impegno sociale, essendo che la parte più nobile della politica, quella sociale, affronta temi importanti come la scuola, la sanità, la condizione della donna, l’importanza della famiglia. Il miglior insegnamento l’ho appreso dai grandi politici che ho avuto la fortuna di conoscere e che hanno offerto questo servizio alla comunità con grande gratuità”. Un modo di fare politica che non prende, ma sa dare e che sa offrirsi come impegno per il bene comune.
“Nel mio lungo impegno politico, il risultato più importante è stato sicuramente sdemanializzare l’area del Porto Vecchio di Trieste, per riconsegnare alla città un’area di circa 600.000 metri quadrati – spiega –. I punti franchi oggi operativi in Porto Vecchio sono la prima parte rinnovata dell’area, grazie anche alla felice collaborazione con il presidente dell’Autorità Portuale Zeno D’Agostino, con cui da quattro anni lavoro in grande sintonia. Varie misure sono comunque ancora da attuare, tramite il Ministero dell’Economia italiano e l’assemblea di Bruxelles, per le imprese, che potrebbero venire a lavorare a Trieste in regime di porto franco. Nel concreto, un’azienda con sede extra europea potrà importare beni semilavorati in area, lavorarli qui e poi rivendere il prodotto finito all’estero, e fare tutto questo come se quelle merci non fossero mai arrivate sul suolo europeo o nazionale”.

Veniamo al progetto. Come si è sviluppato?

“In questi anni ho lavorato su due direttrici separate ma convergenti. La prima comprendeva tutta l’assistenza possibile a Zeno D’Agostino (il presidente del Porto di Trieste, da), che con il suo ottimo lavoro ha riportato lo scalo a essere tra i più attivi e riconosciuti a livello europeo. Forse pochi lo sanno, ma oggi, tra l’altro, serve il 90 per cento d’energia alla regione bavarese in Germania. Trieste è così diventata nel tempo uno scalo centrale, attraverso reti e snodi ferroviari, per tutta l’ex-area dell’impero austro-ungarico, fino anche alle ex-repubbliche baltiche. Ora, l’impegno più efficace diventa attrarre investitori stranieri che siano importanti. A detta degli imprenditori del settore, l’area del Porto Vecchio vale oggi dai 2 ai 3 miliardi di euro. Tutto questo viene però frenato dall’attuale amministrazione comunale, che in sette anni dalla liberalizzazione ha concluso poco o niente”.

Qual è il motivo di questo perdurante immobilismo?

“Secondo me è stato un errore di filosofia aziendale. L’area interessata ricopre circa un quinto di tutta Trieste, e va pensata globalmente come area cittadina. Invece le scelte sono state compiute con un metodo definito ‘spezzatino’. Recuperando un magazzino per volta, è stata sistemata solo una minima parte dell’area, in modo che potesse fare un poco da vetrina, come ad esempio il restauro del Magazzino 26. Così però si è praticamente impedito ai grandi investitori, che hanno un ovvio interesse su tutta l’area, di intervenire in modo globale. Ricordiamo che le infrastrutture le fanno loro, gli investitori”. E prosegue: “Tutto il resto si è un poco fermato ed è un vero peccato perché tante risorse sono già state sprecate. Si poteva prendere esempio da città come Barcellona, Amburgo e altre, per utilizzare le risorse attraverso società di gestione competenti per attrarre qui la grande managerialità”.

Dunque, qualcosa di più poteva essere fatto…

“Certamente, attraverso società di manager si poteva promuovere e vendere meglio l’area portuale. Oggi nel mondo c’è molta liquidità monetaria, tante sono le risorse europee appetibili, come l’attuale Recovery plan promosso dall’Unione, ma per accedere ai cospicui fondi in gioco diventa prioritario creare holding di persone e strutture affidabili e credibili per tutti i grandi imprenditori internazionali che vogliono e possono investire i loro miliardi qui. Porto Vecchio non può essere gestita solo da Trieste, città beninteso bellissima che tutti amiamo profondamente, ma chiaramente in grande crisi, considerato anche che dagli anni ’60 in poi abbiamo perso più di 80.000 abitanti e attualmente siamo sui 204.000 residenti totali. Manca una visione globale necessariamente ambiziosa. È fondamentale abbandonare i vuoti provincialismi del passato”.

Concretamente, come si potrebbe agire?

“Innanzitutto, copiando le migliori esperienze estere e adattarle alle nostre esigenze per fare dell’area un luogo dove ci sia la piena sostenibilità energetica, con emissioni zero, nessun’auto a carburante in circolazione, uso di biciclette, del treno elettrico circolante sugli antichi binari ancora presenti in loco. Si dovrebbero convogliare a Trieste i migliori tecnologi mondiali, per realizzare la migliore scienza tecnologica non più odierna, ma quella dei prossimi tre anni futuri. In pratica, usare Porto Vecchio come vetrina di lancio per le tecnologie del domani, e mettere in prima fila le persone che il mondo lo conoscono davvero e che sono in grado di far arrivare dal mondo le soluzioni più avanzate”.

Veniamo a “Punto Franco”.

“Nel mio manifesto chiedo a tutti di superare anche la perdurante delusione nei confronti della politica, di trovare nuovi modi per impegnarsi in prima persona; sono grato a quelle migliaia di persone che hanno posto la loro firma al mio manifesto e anche alle prime 100 personalità che hanno avuto il coraggio di metterci la faccia. Mi ricordano i tempi passati, quando in Comune di Trieste alcune personalità hanno avuto il coraggio di impegnarsi, anche come semplici consiglieri comunali. Persone come l’astrofisica Margherita Hack, il Barone De Banfield, il produttore Hausbrandt ed altri, dimostrando che la divisione tra la società e la politica non era poi così forte com’è purtroppo oggi. È necessario ora che la competenza ritorni alla politica, altrimenti l’essenza stessa del ‘fare politica’ si impoverisce. Con ‘Punto Franco’ faccio un appello popolare, nel ricordare che popolarismo significa coinvolgimento delle persone dal basso contrariamente al populismo dove uno comanda e gli altri eseguono. Nessuno può fare dei cambiamenti importanti da solo. Chi lo fa e lo racconta dice una grossa bugia. Nei progetti a lungo termine tutti sono valorizzati e ora la città ha bisogno di questo. Trieste è stata grande quando ha saputo interagire con il suo territorio e così ha potuto portare ricchezza a tutti”.

Uno dei principali – e forse poco raccolti – progetti lanciati in passato è stato quello dell’area metropolitana

“Credo che oggi ancora di più le aree metropolitane siano in Europa i principali attrattori di risorse economiche; lì innovazione e talento si concentrano e far bene significa far arrivare molta più ricchezza, opportunità e vantaggi per tutti. Se consideriamo inoltre che il 50% dei miliardi di euro del recente Recovery Plan saranno destinati alle aree ed alle città metropolitane, diventa importante farsi trovare preparati, dobbiamo essere molto ambiziosi. Qui dobbiamo ragionare già sulle cosiddette Euro Metropolitan, aree metropolitane capaci di andare oltre i confini nazionali. Credo che da Monfalcone almeno fino a Capodistria ci sia un’unica linea di costa, con identici interessi economici. Sulla situazione portuale, la comunità slovena fa da collante, ragion per cui si può e si deve riflettere su un territorio più largo. I confini, l’Unione europea li sta già cancellando, e noi dobbiamo fare in modo che non ritornino. Su queste situazioni transfrontaliere, l’Europa è già disposta a intervenire finanziariamente in modo importante”.

Raccontare concretamente alle istituzioni europee che passava di qua non un confine qualsiasi, ma il confine della cortina di ferro, potrebbe diventare importante

“È vero, se riusciamo, vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, a rilanciare una prospettiva veramente unitaria, che possa concretamente rimettere insieme territori e popolazioni che sono stati unite per secoli, questa potrebbe diventare una grande avventura, che porterà svariate decine di milioni di investimenti da parte europea. Fino al porto di Fiume – ribadisce – possiamo operare tutti assieme per dare lavoro e impiego ai nostri giovani. Personalmente, l’Istria la vedo da sempre come grande piattaforma logistica innata. Terra splendida, con grandi attrattive naturali, turistiche e culturali da valorizzare sempre di più nei prossimi anni. Un territorio non troppo vasto, ma che mette assieme terra e mare, area che sa fondere la scontrosità del carso con le dolcezze del nostro mare Adriatico. Diventa così straordinario punto d’incontro e sintesi delle tre antiche forme d’Europa, la latina, la germanica, e la slava che qui si incontrano; una terra che ha pagato storicamente in modo pesante questo situazione ma che oggi potrebbe veder valorizzate la sua diversità e capacità di sintesi per diventare il laboratorio dell’Unione europea”.

Sulla situazione locale, cosa possiamo dire?

“Sicuramente la caduta del confine tra Slovenia e Croazia potrà ridare a Trieste il suo antico ruolo. Il confine è un problema soprattutto per chi vive e lavora a cavallo dei territori che sono sempre stati collegati fra di loro in passato. Oggi l’Unione europea ha un ultimo buco nero, che va dalla Slovenia alla Grecia. L’obiettivo dei prossimi anni sarà quello di potersi muovere liberamente da Trieste fino ad Atene”.

La politica secondo Russo?

“Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni’, disse Eleanor Roosevelt, e io farò politica fino a che potrò inseguire i miei progetti, i miei sogni. Il miglior consiglio avuto da giovane fu di trovarmi prima un mestiere e poi di fare politica. Avere un mestiere ti dà autorevolezza, ma anche la possibilità di dire alle volte ‘no’. E io ho potuto farlo, dedicandomi ai cittadini e al mio territorio, che vengono prima di tutto. Credo da sempre che la politica sia una bellissima attività, da consigliare ai giovani, se la si vive con passione, libertà, coraggio e generosità. Un giovane deve prima studiare, trovarsi un lavoro e farsi una famiglia per poi impegnarsi in politica con profondità solo quando si è maturata una certa solidità. Ai giovani d’oggi consiglio di ripartire dal basso, con una visione grande ma senza dimenticare che la politica deve essere fatta per le persone, per quelle che hanno più bisogni reali; non serve a chi è ricco, benestante ed in salute, non bisogna mai dimenticarlo”.

Il dovere di cercare la felicità

“E dobbiamo avere cognizione – puntualizza – che viviamo comunque un periodo fortunato, conduciamo un’esistenza migliore che in passato, sono stati superati seri problemi economici, le nostre case sono più calde, più confortevoli e sicure che in passato. Si rischia però di perdere il senso complessivo delle cose, del fatto che si vive non solo per corre dietro all’economia, ai consumi e ai bisogni effimeri. Questo tempo del Covid deve servire per recuperare consapevolezza, come citato dalla Costituzione americana, dove il primo diritto/dovere del cittadino è quello di costruire le condizioni migliori per essere felici. La felicità più profonda si vive in pace, nel confronto con le persone vicine, senza la paura del diverso, accettando anzi la difformità umana facendone una ricchezza preziosa. È una delle grandi sfide del futuro, oggi la tentazione di richiudersi nel proprio egoismo è diventata grande, il mio invito è quello di uscirne insieme, non un si salvi chi può, ci si salva tutti assieme. Non esiste società in cui alcuni si salvano da soli perché poi le conseguenze del rimanere indietro ricadono su tutti gli altri. La miglior politica deve puntare a questo, guardare al futuro per essere innovativi, ma sempre con un occhio rivolto a chi fa più fatica”.

Quali sono le considerazioni che possiamo fare su un periodo così difficile come quello odierno?

“Rimango convinto che oggi sia importante chiedere un nuovo impegno civico per tutti, a favore della comunità. Il Covid produce purtroppo a nuove povertà. Penso alle tante persone che vivono chiuse in una grande solitudine, anziani ma anche figli unici, ai quali l’insegnamento a distanza non può colmare le lacune profonde di proficua condivisione creatisi recentemente. La pandemia porta con sé problemi economici enormi, ci sarà un cambiamento sociale profondo. L’insegnamento del virus d’altronde è quello che la gente ha ancora bisogno d’incontrarsi e stare assieme. E riscopriamo com’era bello passare i confini senza controlli o imposizioni di sorta. Ci aiuta allora desiderare un’Unione europea sempre di più senza confini, perché il piacere di ritrovare i propri cari, conoscersi e frequentarsi rimane una delle libertà più belle che l’uomo abbia mai sperimentato. Il lato peggiore della pandemia ci pone forzatamente in una situazione disagiata, che mette in discussione le nostre certezze economiche, sociali, le certezze affettive stesse. Siamo stati tutti costretti a fermarci, cosa terribile per una società ipercinetica, dobbiamo reagire apprezzando quello che avevamo, non dare più nulla per scontato”.

Come ne usciremo?

“Al di là del vaccino, c’è una radicata consapevolezza che molte cose cambieranno. Ma sicuramente avremo anche altre cose di cui possiamo approfittare: i ritmi di vita cambieranno. Ciò potrà essere un vantaggio per territori come i nostri, le grandi città saranno in difficoltà; oggi i grandi grattacieli per uffici si stanno svuotando, saranno gradualmente abbandonati, la gente rimarrà a casa, si lavorerà per due o tre giorni in ufficio e poi si potrà farlo comodamente da casa. Saranno così favoriti i territori dove si vive bene come i nostri; la gente sceglierà posti tranquilli, sicuri, a misura d’uomo e non di macchina, per vivere e lavorare a distanza e ci sarà una forte richiesta di una qualità di vita superiore”.

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