Riccardo Smareglia. Ci ritroveremo tutti a rimirar le stelle…

Incontro a Borgo San Mauro con il pronipote del grande compositore istriano, oggi responsabile INAF, allievo di Sedmak e Hack

L'astrofisico Riccardo Smareglia

A dire il vero tutto è iniziato dall’ascolto della Barcarola eseguita dalla mandolinistica di Fiume, un momento dolcissimo nel ricordo del grande compositore istriano. Una voce esce dal coro: “Io conosco il pronipote di Antonio Smareglia, si chiama Riccardo ed è un astrofisico”. Basta per far scattare la scintilla della curiosità, non stiamo forse cercando di dare un volto all’eccellenza giuliano-dalmata nel mondo? Musica, matematica, non ci insegna forse la storia che sono due materie complementari, l’una a supporto dell’altra e viceversa, l’armonia, la contrazione e l’espansione. Lui, il pronipote Riccardo, sorride, forse divertito di questi voli di fantasia in un’estate calda ma non troppo, seduti nel giardino del bar di Edda, a Borgo San Mauro, tra mare e Carso di un Adriatico profondo e vasto che ci contiene e ci caratterizza. Anche i suoi sono occhi di mare, altissimo, disponibile, a parlare di un personaggio importante e controverso.
“Importante per il ruolo che ha avuto nella storia della musica, controverso per l’atteggiamento che i contemporanei hanno avuto nei suoi confronti. La famiglia se ne occupa, perché è giusto onorare la sua memoria, rendere merito alla sua opera. Siamo tutti coinvolti, qualcuno di più come la zia Adua Luciana”.
Lei ha un figlio di 10 anni e una figlia di 28. Nicolò, il più piccolo cosa dice di quest’avo così importante?
“Ne ha consapevolezza, è curioso, col tempo svilupperà un suo atteggiamento preciso come abbiamo fatto tutti in famiglia. Mio padre Daniele è nato a Trieste quando la famiglia s’era già trasferita per ragioni di lavoro, poi trasferitosi a sua volta a Monfalcone per lavorare al cantiere. È mancato pochi mesi fa, a 97 anni”.
Anche l’Universo è musica…
“Non c’è dubbio”.
Come si diventa astrofisico?
“Mi sono laureato a Trieste con Giorgio Sedmak con una tesi sulla morfologia degli ammassi globulari galattici, ho studiato e poi lavorato con Margherita Hack, specializzandomi in applicazioni informatiche per l’astrofisica e sono diventato il responsabile di tutto il settore per il mio istituto (INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica) distribuito su 17 sedi dislocate in 12 città”.
La Hack aveva vissuto il passaggio tra l’osservazione del cielo con il telescopio e l’arrivo del digitale con le foto da analizzare. Quale è stato il suo percorso?
“Quando ho iniziato a lavorare si usavano i primi computer e le camere elettroniche, ma l’era dell’osservazione diretta con l’uso del telescopio non è svanita. Si usa ancor sempre per altri scopi; per esempio a Trieste il nostro telescopio a Basovizza viene attivato per delle visite di gruppi di cittadini, ospiti o turisti che prenotano, vengono accolti e accompagnati dai nostri esperti, possono fare l’esperienza diretta e riportarne una forte impressione, perché le notti a osservare il cielo lasciano sempre un’emozione forte e formativa”.
Con l’informatica invece che cosa si riesce a fare?
“La componente tecnologica ha cambiato punti di vista e parametri. Il sistema informatico mette a disposizione un archivio potente di dati provenienti da telescopi posti in varie parti del mondo. Il computing model dell’INAF è estremamente complesso ed eterogeneo, ed è per questa ragione che il nostro ente esplora tutte le possibilità per la sua continua implementazione. Anche le cloud commerciali, come Amazon Web Services, hanno dimostrato di poter essere applicate a progetti scientifici d’interesse, permettendoci di rimanere sempre informati sullo sviluppo e sullo stato dell’arte delle tecnologie informatiche commerciali. Nel caso dell’Universo, poter osservare a tutte le lunghezze d’onda, anche quelle invisibili per l’occhio umano, permette di aprire una finestra su uno spettacolo interessantissimo. Un esempio: si possono trovare indizi sulla radiazione primordiale, determinanti per capire il funzionamento delle stelle e i fenomeni avvenuti nei primi minuti dopo il Big Bang. Si può studiare la sintesi degli elementi pesanti nelle esplosioni osservate anche per mezzo delle onde gravitazionali, si può cercare acqua nel Sistema solare, andare a caccia dei fotoni energetici che hanno dissipato la nebbia di idrogeno neutro che rendeva opaco l’Universo lontano. Per offrire complementarietà ai grandi telescopi di cui dispone la comunità scientifica, si progettano quindi strumentazioni specifiche. L’INAF è coinvolta praticamente in tutti i grandi progetti astrofisici mondiali e collabora con qualunque nazione in cui ci sia una componente scientifica astronomica. È risultata tra le prime tre istituzioni al mondo come collaborazioni scientifiche internazionali”.
Un’evoluzione continua. L’ultimo fenomeno importante osservato?
“La cometa C/2019 Y4 è stata osservata per due ore consecutive la notte del 2 aprile scorso, all’INAF – Osservatorio Astronomico di Trieste, prima del calo di luminosità. Le immagini sono state riprese a conclusione di una lezione in videoconferenza, in pieno lockdown, con gli studenti dell’Università degli Studi di Trieste e successivamente combinate assieme nel timelapse che evidenzia il moto della cometa tra le stelle, osservato dalla Terra. La cometa C/2019 Y4 aveva mostrato nei mesi scorsi un rapido aumento di luminosità, portandoci a pensare che sarebbe potuta diventare visibile a occhio nudo alla fine del mese di aprile 2020. Le ultime osservazioni (ATel #13662) avevano però evidenziato che il nucleo della cometa pareva essersi frammentato in più pezzi con un conseguente calo di luminosità. Non è strano che il nucleo si spezzi: le comete sono oggetti dinamici che emettono polveri e gas, le cui condizioni possono cambiare portando a repentine variazioni di luminosità”.
Che cosa ha significato nella sua maturazione avere un bisnonno così famoso, un altro tipo di cometa o di stella da osservare?
“Mi portarono al Verdi a vedere una sua opera quando ero solo un ragazzino, otto o nove anni. Ne rimasi affascinato ma fu anche spaventoso perché ad un certo punto mi addormentai e svegliandomi, nella pausa tra i diversi atti, mi guardai attorno ed ero rimasto da solo in platea mentre la gente era sciamata nel foyer e negli spazi adiacenti. Fu un breve istante che mi impressionò”.
Che idea si è fatto del personaggio?
“Credo fosse una figura particolare, pieno di sé come sanno esserlo certi musicisti, ma anche tutto d’un pezzo. Ha pagato fino in fondo il non volersi piegare commercializzando la sua musica. Sono stati molto cattivi con lui: gli aneddoti sul fatto che portasse sfortuna sono reali, ma penso che la sfortuna purtroppo si fosse invece concentrata su di lui… Per un uomo di scienza questi atteggiamenti sono incomprensibili, ma certo fanno parte di un sentire umano, anche di un’epoca. La zia Adua Luciana, sorella di mio padre, che abita a Udine, ha vissuto nella memoria del nonno proprio per ricondurre alla ragione un processo di cattiverie gratuite quando non architettate a regola d’arte. C’era spesso Ricordi dietro alle dicerie”.
Era comunque un uomo famoso e la sua fama dura ancora. Che cosa ha significato nella sua vita?
“Il privilegio di sapere tutto del proprio bisnonno. La casa era piena di libri che ne parlavano, di spartiti, manifesti e altro materiale che lo raccontavano e poi c’era questo ritratto in dimensioni quasi reali, grande, maestoso che troneggiava nel soggiorno di mio padre. Quindi un’immagine non sbiadita dai ricordi trasmessi da altri, ma una presenza reale e piacevole perché la sua grandezza è sempre stata motivo d’orgoglio per noi tutti”.
Tanto da dedicarsi allo studio della musica?
“Ho frequentato il Conservatorio, la mia passione è sempre stata la tromba. Ho lasciato per motivi di studio, nel momento in cui ho scelto di dedicarmi all’astrofisica, tutto il resto passava in seconda linea”.
E Pola?
“L’esodo ha accentuato l’oblio di Antonio e a casa sono rimaste nostalgie e situazioni di diffidenza. Mia madre era di Capodistria. Del rapporto del bisnonno con la città si è occupata la zia Adua Luciana, noi siamo rimasti più defilati. Certo se dovessero tributare un omaggio al bisnonno musicista, tutti saremmo pronti a partecipare per onorarlo. Studiando la storia di Pola e le origini della famiglia comunque, sono riuscito a rilevare le origini greche degli Smareglia. Prima o poi riuscirò a portare anche Nicolò a sentire un’opera del suo famoso avo. Forse a Milano dove è più probabile che vengano messi in scena i suoi lavori. Sa di avere un avo famoso, ma non so ancora cosa ne pensi…”
Riccardo Smareglia lavora presso l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica – Osservatorio Astronomico di Trieste) ed è a Capo dell’ufficio ICT e Data Management della Direzione Scientifica. Gestisce da oltre 10 anni il Centro Archivi Astronomici Italiani (IA2) ed è coinvolto in diversi progetti nazionali e internazionali, tra cui IVOA, RDA e SKA. Ha partecipato a diversi progetti sulla long term preservation, tra cui quello dedicato all’uso degli standard astronomici per la long preservation dei dati della Biblioteca Apostolica Vaticana.

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