Marinai istriani, triestini, dalmati tra i ghiacci del Mare del Nord

Un’avventura a fine Ottocento esalta le capacità degli uomini formatisi col sole e la bora dell’Adriatico

Foto di gruppo dell’equipaggio della nave polare Admiral Tegetthoff

Enrico Mazzoli è uno studioso delle spedizioni polari e dei personaggi che le realizzarono. Qualche settimana fa avevamo parlato con lui di Domenico Lovisato e della sua esplorazione nella Terra dei Fuochi. Ora è la volta di un’altra avventura, descritta in un ulteriore volume intitolato “Carl Weyprecht”, uscito nelle edizioni Luglio editore, a firma dello stesso autore. Ad Enrico Mazzoli abbiamo chiesto chi fosse Weyprecht.

L’abbandono dei ghiacci, nel Mare di Barents

“Era tedesco, il tipico ufficiale della Marina austriaca dell’epoca. C’è da dire che prima del 1848 la maggioranza degli ufficiali erano veneti, gli eredi della Serenissima. Dopo il ‘48 questi passarono con Manin, l’Austria fu costretta ad aprire l’Accademia Marina a tutto l’Impero, incentivando anche l’arruolamento negli stati tedeschi e nel resto d’Europa. Ci si trovò quindi con un corpo ufficiali multiforme, europeo, che nelle navi trovava la ciurma composta a sua volta da italiani, sloveni, croati, … si parlavano miriadi di lingue. Quella degli ufficiali era il tedesco. Per tornare a Weyprecht, ad un certo punto della sua vita chiese ed ottenne la cittadinanza triestina, che a quel tempo era la città più cosmopolita dell’Impero. In Marina si era nel frattempo appassionato ai temi delle esplorazioni polari, geografiche e scientifiche: ebbe una visione avanzata per il tempo di ciò che i due poli producono comportandosi come gli estremi di un termosifone, creando le correnti marine che vanno ad influenzare il clima di tutta la terra. Egli entrò in contatto con il geografo tedesco August Petermann e iniziò a progettare una spedizione polare austro-tedesca. Ma accadde che queste spedizioni tra il 1868 e il 1870 partirono senza di lui. Non si perse d’animo, trovando appoggio quindi a Vienna nel mecenate Hans von Wilczek, che si offrì di finanziare l’impresa. Fu acquistata una nave, concepita e fatta costruire per essere sollevata dai ghiacci e non essere stritolata dalla banchisa”.

La ritirata sulla banchisa rotta dai canali del disgelo

Weyprecht ebbe un’idea vincente, lo possiamo dire a posteriori, per quella spedizione?
“Nella Marina austriaca, dove frequentò in particolare l’ambiente degli ufficiali scienziati, era consuetudine a quel tempo, avvalersi dei servizi di equipaggi nordici per le spedizioni polari. Si pensava che fosse impossibile che marinai adriatici potessero essere adatti a questo tipo di viaggi. Weyprecht li conosceva bene e li ritenne invece, a ragione, adatti per l’esplorazione: gente capace di sopportare il caldo e il sole d’estate e il freddo gelido con la bora d’inverno. In questa scelta fu sostenuto da Heinrich von Littrow: personaggio importante, già direttore dell’Accademia di Commercio Nautico di Trieste e promotore dell’Osservatorio astronomico, si trasferì a Fiume per diventare ispettore del Porto. Molto considerato nella città del Quarnero, aveva scritto vari libri sulla città; sua figlia, che visse ad Abbazia, fu valente pittrice di vedute istriane e dalmate; a Fiume si è fatta negli anni recenti una bella mostra per ricordarlo”.

Ma cerchiamo di capire da chi era composto l’equipaggio di Weyprecht e lo facciamo attraverso le pagine del volume di Mazzoli. L’ufficiale era convinto che – scrive l’autore – “i marinai dell’Adriatico erano più entusiasti e ricettivi dei nordici, non si mostravano presuntuosi ed erano meno dediti all’alcool. Essi possedevano quel senso dell’umorismo tipicamente mediterraneo, così utile per non cadere in depressione nei momenti di difficoltà”.

Weyprecht convince i suoi uomini ormai allo stremo a continuare nella ritirata

Gente di casa nostra
Nostromo era tal Pietro Lusina, capitano chersino di lungo corso, marinai erano il triestino Antonio Scarpa, Giuseppe Latkovich di Fianona, i fiumani Pietro Fallesich e Lorenzo Marola, Vincenzo Palmich, Francesco Lettis e Giacomo Sussich da Volosca, Antonio Zaninovich da Lesina, Antonio Catarinich da Lussino, Antonio Lukinovich da Brazza, Giorgio Stiglich da Buccari e il maestro d’ascia Antonio Vecerina da Draga presso Fiume. Maestro del ghiaccio era il norvegese Elling Carlsen, gli ufficiali erano quasi tutti boemi ed ungheresi, mentre Edmund Orel era moravo, un paio di scalatori alpinisti provenivano dal Tirolo, in tutto 24 uomini, nove cani e due gatti.

“Di Antonio Zaninovich da Lesina – racconta Mazzoli -, sappiamo che dopo la spedizione si fermò a Trieste, ove nacque suo figlio Giorgio che diventò architetto. Questi progettò l’ingresso del porto vecchio della città giuliana, della Sottostazione idroelettrica, del Circolo ufficiali e di altri prestigiosi edifici liberty, fu infatti un esponente dell’art noveau internazionale. Sul finire della prima guerra mondiale ricevette l’incarico della ricostruzione di Gorizia e Gradisca. Ironia della sorte, con l’arrivo dell’Italia, dovette emigrare in Argentina. Antonio Zaninovich con Edmund Orel, che sarà successivamente direttore del Castello di Miramare, e con Julius von Payer, capo delle esplorazioni a terra, raggiunsero l’apice estremo di tutta l’Eurasia, il Capo Fligely, non senza terrificanti sacrifici, irti di pericoli mortali. Eduard Orel ebbe figli. Edoardo nato a Trieste, divenne cittadino italiano dopo la grande guerra. Nel 1909 inventò il primo apparato per la realizzazione di carte con la tecnica della fotogrammetria, istituì quindi una scuola che istruì i topografi di tutto il mondo. Come Zaninovich, che dovette emigrare, anche lui fu completamente dimenticato da Trieste e dall’Italia. Nel 1977 un articolo sulla stampa locale per i 100 anni dalla nascita parlò di lui: nacque l’idea di intitolargli l’Istituto geometri; passato il centenario nessuno onorò la promessa.

L’assedio delle pressioni dei ghiacci

Tornando all’equipaggio, nonostante i pessimisti non gli dessero alcuna possibilità, dimostrò invece una fibra eccezionale. Lo stesso Carlsen si stupiva di come nei due anni della spedizione, con temperature che sfioravano anche i – 50 gradi, i marinai mai avessero indossato le pellicce. Mostravano un comportamento equilibrato, erano ligi al dovere, mai conflittuali, nella ritirata dai ghiacci, a cui si dovettero sottoporre dopo due anni di spedizione, furono impegnati in una marcia forzata che sembrava essere senza speranza, non si persero comunque mai d’animo e continuarono in uno sforzo collettivo disumano verso la salvezza. All’epoca si pensava che d’estate l’oceano artico fosse navigabile, che i ghiacci si sciogliessero per via della continua insolazione e che quindi il passaggio a nord-est tra Atlantico e Pacifico fosse attuabile, pur con difficoltà. Invece succedeva che anche d’estate l’acqua dolce dei fiumi siberiani raggiungendo il mare sempre ghiacciato continuava a solidificarsi. La corrente del golfo infatti agli 80 gradi di latitudine si inabissa lasciando in superficie il ghiaccio perenne”.

La spedizione quindi fallì nella ricerca del passaggio a nord-est, in che cosa ebbe successo?
“Fu scoperta la terra più settentrionale dell’Europa, che fu così nominata terra di Francesco Giuseppe. A quell’epoca nessuno dette importanza a questa terra. Dopo la prima guerra mondiale la Russia comunista la occupò, seguirono le inutili proteste di Mussolini, che vantava i diritti dell’Italia perché scoperta da un triestino. Con il possesso di questi territori l’Urss occupò importanti giacimenti di metano e idrocarburi.

Nella spedizione inoltre si poté verificare l’assoluta validità della nave che, pur non riuscendo nella traversata prevista, non si distrusse alle pressioni. Bloccata nella banchisa purtroppo non riuscì a navigare verso il mare aperto sull’altro versante della Novaja Zemlja (arcipelago di isole appartenente oggi alla Federazione Russa, le due isole principali sono separate dallo stretto di Matočkin, un tratto di mare di basso fondale che mette in comunicazione la costa ovest e quella est, ndr), andando alla deriva nel ghiaccio dopo il suo abbandono da parte dell’equipaggio”.

L’abbigliamento degli esploratoti di allora

Un ritorno rocambolesco
Dopo il rocambolesco ritorno alla civiltà Carl Weyprecht scrisse all’amico Littrow “io provo la più grande gioia per i nostri quarneroli… voglio che tu sappia quanto sono stati bravi gli ufficiali e l’equipaggio durante tutto il periodo. Quale contrasto con l’indisciplinata accozzaglia della spedizione di Hall! Lì mancanza di coraggio, ammutinamenti, meschinità, da noi armonia, pronta ubbidienza, subordinazione fino alla fine, in quelle situazioni così difficili, talvolta senza speranza. … Verrò a Trieste, Pola e Fiume, sarò a disposizione tua e della città, e certamente con una conferenza in tedesco e in italiano – non ridere – in italiano ho fatto progressi giganteschi – con i miei uomini ero costretto a parlare in italiano, a rivolger loro la parola, a riprenderli, e le domeniche a tenere perfino una sorta di funzione religiosa…”.
La spedizione l’aveva forgiato ad un pensiero ideale sovranazionale, per un’universalità della scienza contro le beghe e le guerre nazionaliste che, sosteneva, avrebbero nuociuto alla pace sulla terra e al pregresso scientifico.

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