L’appartenenza è qualcosa di profondo in parte irrazionale, ma estremamente forte

Ragionando con Gianni Schürzel di Roma sul bisogno di ritornare in Istria, luogo dell’anima, dove l’orologio oscilla tra passato e presente

Estate, tempo di viaggi e di ritorni. Famiglie evocate, luoghi ritrovati, in Istria è così, le tessere di un mosaico si ricompattano nelle reali presenze e nonostante le pesanti assenze. Ne ragioniamo con Giovanni (Gianni per gli amici) Schürzel di Roma, genitori: di Rovigno il padre e di Pola la madre. Nato nella capitale, impiegato nell’amministrazione pubblica, un esempio di quel rapporto forte, ma mai definitivo con il mondo istriano che cerca di capire o di lasciare fluire. È difficile dare sempre e comunque una risposta razionale alle cose. Ne parliamo durante una sosta a Trieste, punto nevralgico, snodo importante e necessaria tappa prima di proseguire.

Nato nel Quartiere giuliano-dalmato di Roma ci sei rimasto per trent’anni. Cosa ti ha dato questa realtà? Come l’hai vissuta?

“Un’isola che era tutta nostra. Un ambiente con gente proveniente dalle nostre terre. A casa si parlava il dialetto, ma anche se uscivi di casa parlavi in dialetto al negozio, per strada con la gente che s’incontrava. Uno spaccato istriano-fiumano-dalmato compatto, saldato da un medesimo destino, con alle spalle vicende molto simili che rendeva tutti parte di una grande famiglia. Mia madre e mia sorella ci vivono ancora”.

Con il resto di Roma, quale differenza?

“Quand’ero piccolo tutto si svolgeva al quartiere. Alle superiori mi sono spostato in quello confinante dove i ragazzi parlavano in lingua con l’accento locale. Ero diverso, ma contento di esserlo, mi dava uno strano orgoglio di fondo. Era un distinguersi dalla massa, avere qualcosa in più. Il fatto per esempio di conoscere una parlata in più degli altri, che poi era il nostro dialetto, mi rendeva ricco, felice di ostentare questa conoscenza”.

Come spiegavi la tua appartenenza?

“Alle elementari non era necessario: la maestra Leggeri, era delle nostre parti. Al Liceo invece, dove gli insegnanti erano di varia provenienza, spesso mi chiedevano da dove provenissi. Rispondevo tranquillamente ciò che in casa avevo appreso, sin da piccolo…”.

Padre pragmatico, madre sensibile

Cioè? Cosa ti avevano raccontato di questa loro terra lontana?

“Emergevano due diverse posizioni, perché erano state diverse le esperienze dei miei genitori. Mio padre raccontava Rovigno, attraverso il suo vissuto, ma con una narrazione anche di carattere storico per un necessario inquadramento. Mamma esprimeva maggiore sofferenza, mettendo in campo la sua incredibile sensibilità. Papà era razionale e pragmatico, gestiva le emozioni con maggiore controllo. Mamma ricordava i bombardamenti, la paura, svelava ciò che aveva provato e pensato in quei terribili istanti di cupa follìa del genere umano”.

Quando ritornarono per la prima volta in Istria?

“Loro due ancora prima che io nascessi, tra il ‘55 e il ’60, non saprei l’anno preciso, comunque dopo essersi sposati. Io sono nato nel ‘65 e già nel ‘67 mi portarono a Rovigno. Ho le foto di me, piccolissimo accanto a mia sorella Donatella”.

I tuoi primi ricordi?

“Spesso li collego alle foto, forse non sono reali ricordi, ma deduzioni indotte dalle immagini che fanno ormai parte della storia familiare e si confondono con le esperienze personali. Ma forse un ricordo c’è: il mare di S. Andrea laddove l’istmo lo collega al Maschin. Ricordo l’impossibilità di andare oltre perché c’erano i nudisti, quindi un passaggio custodito. Più tardi le dispute con mia sorella Donatella che voleva andare invece a S. Caterina. Vedo ancora queste isole incredibilmente verdi. Non avevamo più parenti in città e allora andavano dalla signora Anna Bartoli, nella piazza principale sulle rive di Rovigno. La finestra si spalancava sul porto, che estati indimenticabili…”.

Tornato a Roma cos’era per te Rovigno?

“Una percezione vacanziera, si replicava con la Sardegna dov’erano gli altri nonni e tanti amici, andati esuli a Fertilia e Sassari. Ma in nuce c’era già una consapevolezza di qualcosa che era dentro di me. Ancora adesso mi chiedo perché qui io mi senta a casa mia. Mi attrae, ci tornerei spesso. Non è solo la villeggiatura, ma qualcosa di indescrivibile che si implementa nel tempo. Cresce invece di svanire, si consolida”.

Se ti fosse concesso di ritornare, lo faresti?

“Vorrei avere qui un mio spazio. Magari ricomprare un immobile. Non lo facciamo perché sarebbe qualcosa di irrazionale, a Roma abbiamo famiglia e lavoro, le amicizie, tante attività…eppure. Pur essendo troppo lontani per goderne, sarebbe un modo per rimettere a posto la storia, almeno un po’. Chiaramente si tratta di costi notevoli, ma ci piacerebbe molto”.

Una multiproprietà, sarebbe percorribile?

“No, non la sentirei mia, non sarebbe la medesima cosa. Ciò che vorrei sarebbe di riportare indietro l’orologio il che è impossibile. In fin dei conti lo faremmo anche per i nostri genitori, per rendere giustizia di u torto subìto. Quindi si tratta di un senso molto profondo, quasi irraggiungibile che supera la realtà, un sogno…chissà forse un giorno, a volte succede”.

Quanta importanza assume quindi l’accoglienza alla Comunità degli Italiani?

“La cosa bella di Rovigno è che la nostra gente c’è ancora, sono in tanti, esprimono un concetto di comunità che mi riporta all’idea del villaggio com’era prima che gli anziani se ne andassero e i giovani prendessero altre strade. Il nostro era un paese nella capitale e qui, nelle cittadine istriane, è lo stesso, sono isole in un madre grande dove ci si aiuta pur con molte difficoltà. In questi anni abbiamo girato tanto la costa adriatica, senza cogliere altrove queste percezioni, qualcosa a Zara, minimo a Spalato, ma in Istria invece è palpabile”.

Un legame forte con queste terre

Come percepiscono questo spazio le tue figlie, Priscilla e Lucrezia, e tua moglie che è romana?

“Mia moglie Barbara nei primi anni era indifferente non conoscendo il contesto, ma nel tempo ha abbracciato sia l’idea dei posti che l’interesse per la cultura di questa zona. Si è innamorata di Rovigno, d’altronde era prevedibile! Essendo insegnante di lettere e critico d’arte ha fatto propria questa nostra realtà studiando l’arte di tutta l’area, trovando molti spunti di riflessione prima e di studio dopo. Ha scoperto anche delle realtà trasversali, osmosi e contaminazioni. Da Trieste siamo scesi verso sud per ampliare la conoscenza. Oggi la chiamiamo ‘La passionaria’, spesso con la lancia in resta per difendere le caratteristiche culturali che ci appartengono. A Roma sta entrando in ruoli attivi dell’ANVGD. Non solo lei, ci sono molte persone che si stanno appassionando alle nostre questioni. Ne parlo spesso con Donatella, tutti e due siamo convinti che sia la strada giusta. Barbara non ha legami di famiglia con le nostre terre, tranne il matrimonio con me, eppure considera suo questo spazio civile e umano che ci caratterizza. Alle ragazze poi, tutta la famiglia ha trasmesso molto. Lucrezia, guardandosi in giro sulle rive di Rovigno, ha esclamato: ah che bello essere qui. Per venire a Rovigno sono sempre pronte. Scherzando, ma mica tanto, mi dicono che se mi dovessi spostare a Trieste, loro mi seguirebbero volentieri. Lucrezia sta pensando di studiare lingue e Trieste potrebbe essere una delle possibili mete”.

Ci sono stati periodi di stasi? Periodi in cui non hai sentito il bisogno di tornare?

“Per vent’anni, dopo aver conosciuto mia moglie sono andato in vacanza altrove. Poi, i miei genitori mi chiesero di portarli in Istria, avevo quasi quarant’anni. Sentivo una specie di spaesamento nel ritrovare le cose ma era palese la sensazione profonda di essere in un posto mio, una casa dell’anima, casa mia non è mai stata se ci ragiono in modo razionale, eppure qualcosa c’è. Per le mie figlie è il medesimo incanto”.

Nella vostra cucina l’Istria è presente?

“C’è eccome, le sardelle in savor, la minestra de bobici, el baccalà mantecato e altro ancora introdotto nella nostra cucina. Prima che arrivassero le gemelle, mamma preparava da mangiare e mi dava i pasti pronti da portare a casa. Lei è sempre stata molto legata alle nostre tradizioni gastronomiche”.

Come mai non sei mai stato coinvolto nall’associazionismo?

“Faccio tante altre cose, il problema del tempo non è solo una facile scusa. Ma penso spesso di non avere una preparazione culturale che me lo permetta. Se lo fai, devi farlo bene, mia sorella Donatella che è presidente del Comitato ANVGD di Roma, ne è un esempio. Nello stesso tempo vedo tanta gente che nell’associazionismo non si comporta come mi aspetterei che facessero e allora mi dico che non corrisponde al mio modo di essere e di recepire le cose”.

Che tipo di associazione vorresti?

“Vorrei ci fosse maggiore attenzione nel mantenere vive tradizioni e cultura e meno stupidi interessi personali. Ci dovrebbe essere maggiore consapevolezza delle dimensioni, ridotte, dell’associazionismo, nel quale dovrebbe essere semplice avere intenti comuni. Vedo invece una continua guerra che demotiva le persone. Se fossero unite, le associazioni dovrebbero sviluppare, per esempio, un settore turistico specifico, viaggiare scambiando casa con la nostra gente in tutto il mondo, una rete di rapporti per offrire, soprattutto ai giovani, la possibilità di conoscere e conoscerci. Sarebbe un legame a livello mondiale con una certa risonanza: il turismo oggi è un mezzo potente per amplificare la nostra presenza. Sarebbero delle nuove prospettive pur lottando per tutto ciò che non abbiamo raggiunto. Andare avanti con un’altra apertura. E soprattutto maggiore solidarietà tra di noi”.
Il coinvolgimento nel mondo dello sport

La solidarietà per te è importante, anche nello sport che pratichi ha un ruolo fondamentale…

“Sono Maestro di judo da molto tempo. Ho iniziato da piccolissimo, con la fase agonistica e poi seguendo tutto il percorso fino a diventare un insegnante del CONI federale”.

Perché il judo?

“Perché richiede grande passione e disciplina ed è una scuola di insegnamenti di vita: rispetto, coerenza, aiuto, educazione. Valori che avevo percepito tra la nostra gente al Villaggio e nella mia famiglia e che mi ha portato verso l’altro, il diverso. Anche nella mia recente Tesi di laurea in scienze dell’educazione e dell’informazione, ho affrontato il tema specifico di Disabilità e integrazione dei diversamente abili nell’ambito della didattica speciale nello specifico del Judo”.

In che modo può essere d’aiuto?

“È un ambiente particolare che impone di essere severi e precisi esecutori nella disciplina. Ho cominciato a studiare la filosofia del judo dopo essere diventato cintura nera. Non rincorrevo risultati agonistici, ma volevo capire. Lo sport ha sempre bisogno di una base conoscitiva per poter sviluppare, ora che sono maestro, un ambiente armonioso e proposte condivise”.

Che cosa ti ha motivato ad approfondire?

“Tutto nasce dal fatto che sono indisciplinato… Ho bisogno dei miei tempi, di una maturazione che non segue percorsi regolari. A 40 anni sono andato a imparare a nuotare sul serio, prima ero capace di stare a galla muovendomi come un cane, poi ho ripreso il judo e l’Università, mi sono laureato. In questo sono molto rovignese”.

Nella tua tesi di laurea hai trattato casi particolari?

“È nata dallo studio di situazioni diversi, dalle persone down all’autismo. Con il judo siamo riusciti a ottenere bellissimi risultati. Ecco che mi sono concentrato su delle risposte teoriche, ma basate su casi reali, a sostenere il potere integrante del judo. Un esempio: la campionessa italiana di judo, nella federazione specifica, è una ragazza down. Ho visto poche volte tanta felicità come nel passaggio di cintura di questi ragazzi. Ci sono molti adulti che si iscrivono a questi nostri corsi perché noi non abbandoniamo nessuno. L’agonismo non è il nostro fine e non è la nostra priorità”.

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