Aldo Clemente, il benefattore degli esuli

La processione a Borgo San Nazario nella ricorrenza della festa patronale

“Nume tutelare degli esuli adriatici”, così definisce Aldo Clemente la presidente dell’ANVGD, Comitato provinciale di Roma, Donatella Schürzel, ricordando che il 21 ottobre ricorreva il centesimo anniversario dalla nascita. È stato comunque longevo Aldo Clemente, venuto a mancare nel 2014, a 94 anni, dopo essere stato dal 1949 al 1979 Segretario Generale dell’Opera Assistenza ai Profughi giuliani e dalmati. Ma in precedenza era stato segretario provinciale dell’Associazione Orfani di Guerra a Trieste, la sua città natale, e segretario per due anni del Comitato nazionale per i rifugiati italiani, prima di dedicare i suoi sforzi in particolare all’inserimento delle centinaia di migliaia di esuli istriani, fiumani e dalmati nell’intera penisola. A Roma in particolare, assieme ai coniugi Marcella Meyer e Oscar Sinigaglia, Clemente fu il principale artefice della trasformazione di una zona inospitale in un quartiere in cui centinaia di famiglie poterono avere un alloggio di edilizia popolare in cui cominciare veramente una nuova vita. Impegnato nel sociale dal 1945 “ora ho deciso di tirare i remi in barca” aveva così esordito nel 2009 quando a Trieste gli era stato conferito il Sigillo trecentesco della Città. La sua esistenza era legata all’Opera Nazionale Orfani di Guerra, all’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati, all’Ente nazionale per i Rimpatriati e Profughi, era stato dirigente dell’Ufficio Stralcio dell’Ente Rimpatriati preso il Ministero del Tesoro, Segretario Generale internazionale dell’Associazione per lo Studio del problema Mondiale dei Rifugiati e l’elenco potrebbe continuare.

 

Trovò lavoro a 60mila persone
Ci sono persone che riescono con la loro opera a diventare un simbolo del tempo, e Clemente lo è stato, perseguendo mete imposte dall’inclemenza della storia ma dedicandovisi con tanta partecipazione e serietà da saldare il suo nome al concetto di solidarietà e partecipazione. Che cosa dire altrimenti di un uomo che ha promosso il collocamento al lavoro di circa 60 mila profughi, il reimpianto di oltre 1.160 aziende e attività commerciali e professionali, la costruzione di più di 7.700 alloggi (contribuendo alla realizzazione, oltre che del quartiere Giuliano Dalmata di Roma anche dei borghi intitolati ai Santi Patroni Giuliano Dalmati nelle province di Trieste e Gorizia). Forte il suo ruolo anche nella creazione di istituzioni per l’assistenza ai giovani profughi e per la creazione di centri per l’assistenza agli anziani.
Nella sua attività aveva potuto contare sul contributo di altri triestini a Roma. Uno dei nomi che emergono dal calderone della storia è senz’altro quello di Marcella Mayer, figlia di Teodoro Mayer, senatore del Regno e fondatore del giornale Il Piccolo di Trieste. Sposata Sinigaglia prese a cuore i problemi degli esuli e il suo contributo fu determinante. I coniugi Sinigaglia intervennero nelle varie iniziative finanziando le medesime: nel corso degli anni il loro contributo raggiunse qualcosa come un miliardo di lire, in particolare per la costruzione dei due collegi all’Eur a Roma e del convitto “Fabio Filzi” di Gorizia. E’ curiosa la genesi dei finanziamenti in quanto i Sinigaglia intentarono una causa all’allora proprietario de Il Piccolo, perché non aveva pagato un equo prezzo per l’acquisto del giornale al tempo delle leggi razziali. Vinsero la causa.

In un’intervista concessa a Emiliano Loria, della Società di Studi Fiumani e Archivio storico di Fiume a Roma, Clemente raccontò il proprio coinvolgimento: “I Sinigaglia chiamarono il sottoscritto, al quale dettero l’assegno per costruire il convitto goriziano. Ma la bontà della signora Mayer non finisce qua. Infatti io ebbi l’idea (adoperavo queste chiavi d’oro per aprire le porte necessarie) di istituire un “Madrinato Italico”, un comitato di signore autorevoli che potevano seguire le bambine profughe”. Il primo presidente dell’Ente fu Oscar Sinigaglia, il quale quando ritenne opportuno passò la presidenza ad un suo caro amico, Guglielmo Reiss Romoli, anch’egli triestino con una storia rocambolesca alle spalle, esule negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali, occupava il posto di Direttore della Banca Commerciale Trust quando l’Italia dichiarò guerra agli Stati Uniti. Willy Reiss venne preventivamente internato ad Ellis Island.

Aldo Clemente

Una vita di collaborazioni e idee vincenti
Certo che ad ascoltare le tante storie e gli aneddoti della sua lunga vita, non ci si stancava mai.
Dal 1965 al 2001, Aldo Clemente era stato anche segretario generale internazionale dell’Associazione per lo studio del problema mondiale dei rifugiati, organo consultivo della Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, rivestendo il ruolo di segretario generale della sezione italiana. Come segretario provinciale dell’Opera nazionale Orfani di Guerra di Trieste aveva promosso inoltre la creazione della scuola professionale e del collegio per orfani di guerra e il centro di prevenzione antitubercolare di Sappada in Cadore.

Prima del sigillo trecentesco della sua città, nel corso della sua lunga e proficua attività, Aldo Clemente era stato insignito dei titoli di Cavaliere di gran croce al merito della Repubblica Italiana, di Commendatore dell’Ordine del sovrano militare di Malta e del “Nansen Ring”, riconoscimento internazionale per l’assistenza ai rifugiati.

A conclusione della cerimonia del 2009 a Trieste, s’era intrattenuto con tutti i presenti manifestando apprezzamento per il loro lavoro, stringendo mani, confermando il suo impegno laddove ancora necessario. E’ raro riscontrare in una persona tanta dedizione e decisionalità, capace di trovare la strada giusta anche in momenti di grande difficoltà. E’ così che viene ricordato in questa ricorrenza in particolare al Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma che giustamente lo considera “un padre”.
“Austero dirigente ed efficiente amministratore” lo definisce Donatella Schurzel, aggiungendo che “Aldo Clemente riservava tuttavia affetto e gentilezze per i figli degli esuli, nati o cresciuti in quello che era diventato il Quartiere Giuliano-Dalmata, essendo inoltre capace di commuoversi di fronte alle situazioni di disagio più gravi che si trovò a fronteggiare rapportandosi alla comunità adriatica di Roma. Fu una sorta di nume tutelare del Quartiere, amato e benvoluto da tutti: prova ne sia la raccolta fondi che spontaneamente prese il via dopo la sua scomparsa affinché venisse incisa una lapide che testimoniasse la riconoscenza e l’affetto che centinaia di persone provavano nei suoi confronti”.

 

Un uomo umile, che sapeva costruire
In una società in cui in tanti già cercavano i riflettori e la notorietà ben al di là dei propri meriti, Clemente fu sempre umile e modesto, una figura di quegli uomini delle istituzioni grazie ai quali non solo gli esuli, ma tutta Italia poterono risollevarsi nel dopoguerra.

“In maniera estremamente lungimirante – afferma ancora la Schurzel – egli fu un prezioso e mai invadente consigliere e maestro, dimostrando stima e apprezzamento per me e per tutta la seconda generazione di esuli che prese in mano la dirigenza del Comitato provinciale di Roma dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Rimase sempre vicino all’associazionismo giuliano-dalmata, tanto da venire eletto primo presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati allorché fu fondata nel 1990. Ma già da prima aveva capito che il futuro della nostra tragica storia e la conservazione della memoria di quanto accaduto ai primi esuli risiedeva nell’impegno profuso dalle seconde e terze generazioni, le quali avevano nel vissuto famigliare esperienza di quella pagina di storia italiana, ma al contempo rappresentavano il reinserimento e la rinascita dell’italianità adriatica”.
Per tutti questi motivi, il suo ricordo ed esempio è frequentemente ricorrente accompagnato da immutata stima e affetto.

Nato a Trieste il 21 ottobre del 1920, Clemente era arrivato a Roma nel 1947. L’incarico di ricostruire un’esistenza nuova e una dignità ai tanti profughi gli era stato conferito dal governo, incarico che egli riuscì a portare a termine tra mille difficoltà ma con altrettanta determinazione. E molte di queste case dagli anni Cinquanta in poi vennero realizzate anche nella cintura triestina, come a Opicina o a Borgo San Nazario o a Sistiana. Chi lo conobbe in quel periodo e negli anni successivi, gli riconosce, oggi più che mai, un merito fondamentale, di avere cioè inciso notevolmente con la sua attività nella crescita della città, da un punto di vista economico e urbanistico, in un periodo in cui Trieste usciva da un lungo Dopoguerra. Chi ricorda ancora il suo dinamismo al servizio della città “sempre in punta di piede” ma determinato. Trieste è stata influenzata positivamente allora dalla sua grande capacità di realizzare opere che non sembrava possibile portare a termine.

“È stata una persona eccezionale – ricorda oggi Roberto Sancin, che gli è succeduto nella presidenza dell’Associazione Triestini e Goriziani Gen. L. Giorgieri a Roma – apprezzata da tutti per la sua umiltà e cortesia. Anche se non risultavano dal suo dinamismo. Ha fatto del bene a tantissimi, soprattutto ai profughi che a lui devono molto. Era un grande che ci accompagna sempre con il suo esempio”.

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