LA RIFLESSIONE Stella rossa

Nemanja Cvijanović con la sua opera sul tetto del Grattacielo. Foto: rijeka2020.ue

La grande stella rossa, malgrado lo slittamento temporale dovuto alla pandemia, è stata sistemata sulla sommità del Grattacielo fiumano. Sarebbe un’espressione artistica e secondo il primo cittadino non si tratterebbe di un’operazione politica. Sarà vero? Nell’ambito di Fiume Capitale europea della Cultura 2020 la performance è diventata nientemeno che l’evento centrale! In una cornice che dovrebbe prediligere la cultura in senso lato nonché le peculiarità e l’essenza di un luogo, l’inserimento di un simbolo totalitario e i riferimenti ideologici non dovrebbero avere diritto di cittadinanza. L’interesse morboso per il regime comunista jugoslavo e il suo leader, Tito, costituisce ormai una costante, rientra nella linea perorata dal sindaco che acriticamente decanta un periodo storico di luci ed ombre, non considerando il reale corso degli avvenimenti, quegli stessi che contribuirono, anche, a stravolgere quel centro urbano che ostinatamente viene chiamata solo ed esclusivamente Rijeka, evitando di aggiungere Fiume quasi fosse un insulto. È malafede, ignoranza o timore di scoperchiare un contenitore a lungo tenuto tappato ermeticamente? Applicando il ragionamento secondo il quale il 3 maggio 1945 corrisponderebbe alla rifondazione della città di San Vito ci s’imbatte nelle “dimenticanze” che costantemente vengono segnalate. Queste non rappresentano certamente un onore per un centro urbano che, proprio grazie al suo straordinario percorso storico e al suo essere un crogiolo di esperienze (esistente in pochi altri punti dell’Adriatico, eccetto la città emporiale di Trieste), avrebbe potuto rappresentare un’occasione importante per valorizzare una realtà di cui si dovrebbe andare orgogliosi, anziché sottolineare l’anacronistica appartenenza del centro liburnico alla Croazia e parallelamente glorificare i fautori della conquista. Ma lo slogan decantato è “Porto delle diversità”! Forse in tutta la vicenda non ci saranno molti rimandi ideologici a un regime tramontato, la cui crisi ed eclissi accompagnò la Jugoslavia all’implosione e al collasso, tuttavia si individuano non pochi richiami di natura nazionalista. La stella rossa, in ultima istanza, non fu altro che lo strumento grazie al quale si concretizzarono le aspirazioni pregresse – precedenti sia al fascismo e alle sue malefatte sia alla mattanza del secondo conflitto mondiale – e dette forma alle rivendicazioni. È esattamente quello che riscontriamo nella penisola istriana. Le stesse date individuate per il posizionamento della stella a cinque punte non sono puramente casuali: in prima battuta doveva essere il 3 maggio (ma l’emergenza sanitaria fermò ogni iniziativa), mentre a distanza di mesi è stato individuato il 20 settembre, ossia il giorno del 1943 in cui il Comitato antifascista di liberazione nazionale della Croazia (ZAVNOH in croato) emanò la conclusione secondo la quale si accorpavano alla “madrepatria” sia i territori che l’Italia aveva ottenuto nel primo dopoguerra con i trattati internazionali sia quelli inglobati a seguito dei patti stipulati con Pavelić nel 1941. In quel frangente si decise (unilateralmente, aggiungiamo noi) in merito al “ritorno” di Fiume alla Croazia: così si legge anche nel comunicato stampa diffuso dopo la posa della stella. E si ritenne doveroso sottolineare che “alla minoranza nazionale italiana che viveva in queste terre si assicurava l’autonomia”. Dopo più di settant’anni, oltre ai buoni propositi e con disincanto, sappiamo anche quali fossero i progetti per la componente italiana: comprimerla, disarticolarla, asservirla al regime, ma “garantendo i diritti” (spesso e volentieri disattesi). Proprio come abbiamo evidenziato commentando la festa del 15 settembre, la cui cerimonia si è tenuta ad Ancarano, la stella rossa, i simboli del passato regime, le posizioni dogmatiche, non sono tanto un omaggio al comunismo (forse lo sono solo in minima parte), bensì un tributo a chi permise (o contribuì) a tracciare i nuovi confini e concretizzare i sogni (inconfessabili) maturati a partire dalla Primavera dei popoli. Nei contenuti fiumani l’assenza dell’elemento italiano – sia a livello di presenza storica sia di componente ancora presente – ha fatto sì che l’importante appuntamento si tramutasse in un’occasione perduta e perdipiù intellettualmente disonesta, per lasciare il campo aperto all’etnocentrismo e trasmettere i messaggi subliminali di un nazionalismo che nel terzo millennio rasenta il ridicolo, che risalgono in superficie periodicamente come un fiume carsico. Fiume Capitale europea della Cultura 2020 doveva allargare l’orizzonte e lo avrebbe potuto fare senza grossi sforzi, era sufficiente andare idealmente a ritroso nel tempo, recuperare la dimensione europea ante litteram del centro portuale quarnerino e farne tesoro. E invece non abbiamo assistito a nulla di tutto questo. La vetrina è stata in parte sfruttata per esaltare i risultati del comunismo jugoslavo, grazie al quale furono raggiunti gli obiettivi di natura nazionale, ma è doveroso rammentare che lungo l’Adriatico orientale favorì pure il naufragio dell’italianità. La scomposizione e dispersione della popolazione italiana, della sua identità, gli urbicidi, sono i risultati palesi di quella rivoluzione. L’ingresso della stella rossa a Fiume fu accompagnato da assassinii (basti ricordare l’eliminazione degli autonomisti che incarnavano l’essenza della fiumanità), violenze, angherie e dalla partenza senza ritorno della stragrande maggioranza della sua popolazione. Fu una scossa tellurica per gli italiani, ma non si dimentichi che l’impeto dello stravolgimento e l’uso del terrore non seguì il principio squisitamente nazionale, investì gli stessi croati. Non si può ridurre l’intera complessa vicenda in una questione di fascismo e antifascismo. Prima di usare con disinvoltura certi simboli, una riflessione sui drammi provocati dalle ideologie e dai regimi autoritari andrebbe fatta, anziché ricorrere alla strumentalizzazione ad usum Delphini, in cui oltre all’apologia, all’agiografia e al “peana” rimane ben poco.

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