INSEGNANDO S’IMPARA Italiani all’estero. Non facciamoci riconoscere

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INSEGNANDO S’IMPARA Italiani all’estero. Non facciamoci riconoscere
Foto: Pixabay

Quando in classe affrontiamo il tema degli aggettivi per descrivere il carattere e la personalità, una delle domande che faccio è di analizzare la veridicità degli stereotipi nazionali, chiedendo agli studenti di descrivere le caratteristiche principali degli italiani. Siccome è gente educata e riguardosa, di solito mi elencano vari aggettivi positivi (entusiasti, artistici, fantasiosi, vivaci), per cui bisogna spronarli per cavar loro anche le parole che descrivono i nostri difetti. I primi aggettivi in questa categoria sono sempre “rumorosi” “ritardatari” e “non sanno stare in fila”, ma dopo una pausa c’è sempre una persona che chiede “come si dice crafty?”. Ahh ecco che ci siamo. Le traduzioni di “crafty” spaziano da termini come “sornione furbo, astuto” a “calcolatore, ingannevole, fraudolento” fermandosi praticamente un attimo prima di “disonesto”. Suona familiare? Ma siamo veramente così? Io non sono del tutto d’accordo, perché la maggior parte dei nostri connazionali ha un buon rapporto con la sincerità, l’onestà e la decenza umana. Secondo me, più che da un difetto di carattere, la nostra “craftiness” deriva dal nostro rapporto con le regole, che, se percepite come illogiche, ingiuste, inique, a nostro avviso meritano di essere interpretate, aggirate, infrante. Tendiamo a trattarle con poco riguardo anche quando sono di intralcio ai nostri piani d’azione, quando contrastano con qualcosa che desideriamo ardentemente fare. Saltare la fila alla biglietteria perché il nostro treno sta per partire è lecito; infilare una via vietata ai veicoli non autorizzati, perché mi fa risparmiare 10 min. di strada, è logico; non menzionare il secondo giro di drink che il cameriere si è dimenticato di metterci in conto, cosa vuoi che sia, tanto è un locale che lavora benissimo e neanche se ne accorgono. Il capitolo “pagamento delle tasse” fa testo a sé e qui non viene neanche menzionato.
In altre parole è come se avessimo una zona di “lasco” tra come si dovrebbe agire e come effettivamente ci comportiamo. L’aneddoto che segue riguarda i miei primissimi giorni a Belfast, quando mi sentivo completamente spaesata da un mondo alieno perché non ne capivo l’accento. La mia salvezza fu Mafalda, una vivacissima italiana che invece aveva già compreso come funzionava il posto ed era disposta a fare da cuscinetto tra la realtà nordirlandese e un’istriana sull’orlo della depressione. All’epoca lavoravo come lettrice al Dipartimento di Italiano e un giorno ci arrivò la richiesta dal Dipartimento di Musica di poter gentilmente tradurre i versi di alcuni madrigali che avrebbero presentato al concerto il sabato seguente. I testi erano abbastanza semplici e non ci volle molto per completare il lavoro. Come ringraziamento il professore mi mandò due biglietti per lo spettacolo.
Ovviamente la prima persona a cui menzionai l’evento fu proprio l’esuberante Mafalda, che accettò con gusto aggiungendo “Sabato viene a trovarmi anche una mia amica da Dublino. Possiamo andare tutte e tre”. “Ma io ho solo due biglietti” obiettai. “Eh cosa vuoi che sia, è un concerto del Dipartimento, mica della Scala!”
Così il fatidico giorno ci presentammo in tre e pure in ritardo. Mancavano trenta secondi all’inizio e c’erano solo tre posti liberi, uno al centro della platea e due sedie vicine in prima fila. Con il senno di poi vorrei aver lasciato a loro due la prima fila e andare ad imboscarmi tra il pubblico. La sala non aveva un palcoscenico, per cui, una volta entrato, il coro era a pochi metri da noi che, a parte il trambusto iniziale causato dalla nostra entrata, ci stavamo comportando bene osservando un rigoroso silenzio. I coristi attaccarono con i versi che conoscevo bene, eccetto che, nessuno si era premunito di dare loro due dritte sulla pronuncia italiana per cui versi sullo stile di
Voi me ferite, voi, ma prova il petto
Non dolor della piaga, ma diletto.
O miracol d’Amore!
O miei cari sospiri,
miei graditi martiri
vennero cantati con una pronuncia alla “Stanlio e Ollio” e non è un’esagerazione. Come ho detto prima, se fossi stata da sola lo avrei pensato e non ci sarebbero state conseguenze. Invece mi trovavo vicino a quella bomba di energia di Mafalda che, facendo un rumore gutturale rivelatorio, diede il via a quelle che avrebbero dovuto essere un paio di mitiche risate (il contrasto tra la solenne serietà dei cantanti e la loro pronuncia era davvero comico) che però dovevano venir violentemente represse. Avete mai provato a fermare un’ondata di ilarità? È come soffocare un attacco di tosse. Non va mai a finire bene. In qualche modo arrivammo alla fine del concerto sotto i dardi degli sguardi degli esecutori e ce la filammo alla svelta per non prolungare il supplizio.
Qual è la morale della storia? Siamo andate al concerto in tre con due biglietti, siamo arrivate con caratteristico ritardo causando scompiglio e per finire abbiamo riso loro in faccia. Il fatto è che, individualmente eravamo brave ragazze senza cattiveria né malizia, ma siamo riuscite a fare tanto sconquasso per il solo fatto di essere italiane e tutte insieme. Per rimediare alla figura poco edificante raccontai quello che era successo alle colleghe, proponendo di andare al Dipartimento di Musica a dare lezione di pronuncia, ma mi fu consigliato di “lasciar perdere e di non infierire oltre”.
Il riscatto karmico arrivò tre anni dopo, quando il coro dell’Opera Northern Ireland, mi chiese una lezione di pronuncia per i testi del “Trovatore” di Verdi che sarebbe andato in scena da lì a poco a Belfast. Forte della figura meschina che continuava a bruciare, ma anche consapevole di quelli che erano i precisi problemi degli anglofoni che parlano italiano, preparai una lezione così mirata ed efficace, che fa ancora parte del materiale che presento alla prima lezione dei principianti. Della serie, non tutto il male vien per nuocere.

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