L’INTERVENTO La Russia lascia il Consiglio d’Europa

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L’INTERVENTO La Russia lascia il Consiglio d’Europa

”Non siete voi che ci cacciate, siamo noi che ce ne andiamo”. La Russia annuncia così l’uscita dal Consiglio d’Europa (CE). Il 16 marzo scorso il Comitato dei Ministri del CE ha stabilito che l’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina costituisce una grave violazione da parte della Federazione Russa dei suoi obblighi ai sensi dell’articolo 3 dello Statuto del CE. Viene così confermata la decisione presa dal CE lo scorso 25 febbraio. A seguito di uno scambio di opinioni con l’Assemblea parlamentare, il CE decide di sospendere i diritti di rappresentanza della Federazione Russa nel Consiglio. In quell’occasione il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, disse: “L’ordine occidentale ormai è l’ordine degli USA”.
La decisione del CE è del tutto corretta e necessaria, perché si tratta di azioni inammissibili e imperdonabili commessi da un suo Paese. Con questo atto il CE ha escluso la Russia europea, che occupa circa il 40 p.c. del territorio del continente. Si tratta di una decisione senza precedenti che avrà sicuramente gravi conseguenze per entrambe le parti. Tuttavia, questa decisione della CE, piaccia o no, riporta alla memoria un avvenimento molto importante: l’intervento militare in Iraq (2003). Della “Coalizione multinazionale”, guidata dagli USA e dal Regno Unito – membro del CE dal 1949, facevano parte anche la Polonia – membro del CE dal 1991, la Spagna – membro del CE dal 1977, l’Italia – membro del CE dal 1949, l’Ucraina – membro del CE dal 1995, la Danimarca – membro del CE del 1949, la Bulgaria – membro del CE del 1992 e altri. L’intervento fu giustificato richiamandosi alla “Dottrina Bush – guerra preventiva”. L’ONU si rifiutò di appoggiare questo intervento, perché lo riteneva illegale in quanto non in linea con l’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite. Nessuna delle due eccezioni di autodifesa, con l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, fu adempiuta. La guerra in Iraq riportò così in primo piano la politica internazionale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Come pubblicato da The Lancet nel 2006, un eccesso di mortalità di circa 100mila morti fu segnalato in Iraq nel periodo marzo 2003-settembre 2004. In uno studio – risultato di un’indagine condotta del governo iracheno e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, vengono confermate 151mila vittime. Stando a quanto riportato da War Logs, il bilancio di Iraq Body Count si arriva la cifra di circa 150mila morti violente, di cui più di 122mila (circa l’80 p.c.) sarebbero stati civili. Il documento britannico L’inchiesta sull’Iraq conclude affermando: “Il regime di Saddam non ha rappresentato una minaccia per gli interessi britannici. Le prove della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq non erano abbastanza credibili. Il Regno Unito e gli USA stavano già cercando scuse per iniziare la guerra ancor prima che le opzioni pacifiche per risolvere il conflitto fossero esaurite. L’autorità legale per iniziare la guerra era tutt’altro che soddisfacente”. Successivamente il premier Tony Blair ammise di aver sbagliato. Il leader laburista Jeremy Corbyn, si scusò per la “disastrosa decisione”, che definì “la più grave calamità di politica estera degli ultimi 60 anni” (The Guradian, luglio 2006). Tutte o quasi tutte queste valutazioni e osservazioni si possono liberamente applicare agli Stati membri del CE che hanno fatto parte della “Coalizione multinazionale”. Purtroppo fino ad oggi nessuno dei Paesi partecipanti all’intervento in Iraq è stato espulso dal CE. Il messaggio è molto semplice: “Tutti sono uguali, tranne alcuni che sono più uguali degli altri”.

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