IL CALAMO La nuova tribù degli oicofobici

Foto: Marin Tironi/PIXSELL

L’oicofobia è “l’esigenza di denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”. Una forma di disprezzo verso la propria sfera d’appartenenza che, per Sir Roger Scruton, filosofo, docente e massimo interprete del conservatorismo europeo, scomparso il 12 gennaio scorso, è sintomatica della società contemporanea. L’òikos nell’antica Grecia rappresentava la casa ma, in senso lato, anche la famiglia. Era la base della società in cui si riconosceva un gruppo di individui, accomunati dagli stessi ideali e valori. Com’è possibile nutrire odio o paura per ciò che, nel corso dell’evoluzione, si è posto a garanzia della protezione e del sostentamento degli individui? L’uomo è da sempre un “animale sociale”, dicono gli antropologi. Sin dalla preistoria ha compreso che “fare gruppo” era molto più conveniente che non vivere isolati. Il gruppo offre protezione ai più deboli (donne e prole), è più efficiente nella caccia e più organizzato nella suddivisione dei compiti secondo competenze e ruoli. Rigettare la tribù cui si tende per natura, è dunque sintomo di una mancata fiducia in sé stessi. Nelle società evolute la depressione subentrerebbe quando una grande potenza si ritrova a fare i conti col proprio declino morale, cioè quando comincia a prenderne coscienza pur non volendo rinunciare ai benefici ottenuti sino a quel dato momento. A fronte di un disorientamento identitario dovuto all’incapacità di comprendere sé stessi o la propria cultura, l’oicofobia impugna qualunque “arma” che le permetta di abbattere le regole imposte dalla “tribù”. Si passa quindi dalla protesta all’accentuazione del multiculturalismo, dal sovvertimento degli equilibri alla rivoluzione vera e propria. Così la pretesa libertà finisce col legittimare il caos, nel nome di quello che considera un ricambio urgente e doveroso. La ricetta, di per sé, è buona per evolvere o avviare qualcosa di nuovo, se non fosse che, chi si ribella, col tempo finisce col fondare una nuova “tribù”, dotata a sua volta di regole. Chi cioè infrange un ordine, alla fine ne ricrea uno nuovo. Dal labirinto non si scappa. Un esempio? La rivolta dei duchi del Sussex all’etichetta della corona inglese, e le minacce scismatiche paventate dall’emerito vescovo di Ferrara, Luigi Negri, in seno a una Chiesa che, a suo dire, è troppo dedita al pragmatismo e all’interventismo a scapito di un primato spirituale troppo trascurato. Le conseguenze sono tangibili. Le offerte devolute alla Chiesa negli ultimi 10 anni si sono dimezzate, mentre a Messa si recherebbe non più del 15-20% dei credenti. E dire che, dopo la soppressione della retribuzione statale ai sacerdoti nel 1984, il sostentamento di questi dipende proprio dai contribuenti. Gli abusi perpetrati a danno di minori e la progressiva deriva etica della Chiesa certo non incoraggiano i fedeli a considerarla un riferimento di altura morale. Ma i presuli tedeschi capitanati dal cardinale Reinhard Marx continuano la loro battaglia progressista incuranti del fatto che, mentre corrono in prima fila sotto allo stendardo della libertà, a fianco di nobili cavalieri e mecenati, il grosso della fanteria si è ritirato già da un pezzo dal campo di battaglia. A casa Windsor i venti di “libertà” sono altrettanto minacciosi. C’è una fanciulla capricciosa cui la regina ha vietato di indossare i gioielli di famiglia e imposto di starsene seduta in seconda fila. Inaccettabile per chi, come lei, si muoveva in primo piano sotto ai riflettori. Ed eccola defilarsi da palazzo con un escamotage degno di una soap opera hollywoodiana. Il colpo di scena è scontato: si rumoreggia che, se non le verrà dato quanto richiede, la fanciulla provvederà ad accusare pubblicamente Sua Maestà di razzismo. In mezzo c’è un principe diviso tra due tribù: quella vecchia da cui proviene e quella nuova contratta con un matrimonio in crisi. La biografa Penny Junior riferisce che Harry sia di “salute mentale molto fragile”. Non avrebbe ancora rielaborato la perdita della madre, al punto da non riuscire “ad alzarsi dal letto”. Gli è venuta meno l’autostima e la fiducia in sé stesso, sentimenti rafforzati dalla consapevolezza di essere subalterno al primogenito, erede al trono. Il Vaticano e Buckingham Palace, due “tribù” afflitte dallo stesso fardello: ritrovarsi a difendere l’integrità di un ordine che sta per implodere su sé stesso, da che i suoi membri non si riconoscono più nel valori e nelle regole del gruppo. Jonathan Haidt, docente di leadership etica e psicologia morale alla Stern School of Business della New York University, fece scalpore nel 2012 col saggio Menti tribali: perché le brave persone si dividono su politica e religione. In realtà espose temi affini già nel 2008 a una conferenza organizzata dal TED a Monterey (California). L’organizzazione no profit Technology, Entertainment and Design fondata nel 1984 da Richard Saul Wurman’s e Harry Marks, propone incontri tra studiosi e pubblico offrendo un ventaglio di temi disparati, al fine di favorire la diffusione del pensiero libero nel mondo. Haidt distingue tra conservatori e liberali, sostenendo che gli ultimi siano più intelligenti e aperti, poiché la loro coscienza morale sarebbe avulsa da schemi ed estremismi. Incappa però in un cul-de-sac quando rileva che anche i liberali, ribellandosi, finiscono col formare delle tribù. La radice indoeuropea di ordine (or-, ar-) significa cominciare, levarsi, suscitare, mettersi in movimento. Ma che sorpresa per chi pensava che, il movimento e l’inizio, fossero prerogative del caos. Che tutto torni a posto quando Harry si alzerà dal letto e i prelati torneranno a suscitare ammirazione presso i propri fedeli?

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