La violenza nel contesto storico e giuridico nell’alto Adriatico

Il convegno organizzato dall'Università di Trieste e dall'Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea ha offerto numerosi spunti per un vivo dibattito

Orietta Moscarda

L’Università degli Studi di Trieste, in collaborazione con l’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia (IRSREC), ha organizzato un convegno su “Diritti umani e violenza negli orientamenti della giurisprudenza internazionale nell’ex Jugoslavia: quale giustificazione per la violenza?”

 

L’incontro virtuale è stato suddiviso in due parti di cui la prima, in mattinata, è stata definita come sessione dei risvolti giuridici intitolata “Diritti umani e violenza all’incrocio tra storia e diritto”, mentre la seconda, quella pomeridiana, ha trattato il tema dal punto di vista storico ed è stata intitolata “Logiche della violenza lungo la frontiera adriatica nel Novecento”.

Daniele Andreozzi

I crimini internazionali
L’incontro è stato aperto da Davide Monego dell’Università di Trieste, il quale ha sottolineato che la ricerca è stata finanziata dall’Ateneo, introducendo successivamente Sara Tonolo, la quale ha parlato del progetto. Il primo relatore, Daniele Andreozzi, ha esposto il tema “Il comando sulle parole. Violenza, forme della violenza e narrazioni nella storiografia europea”;
Giuseppe Pascale ha parlato della “Possibilità di qualificare il genocidio culturale come crimine internazionale”, Azzurra Muccione si è soffermata su “Il tribunale per l’ex Jugoslavia e la Carta delle Nazioni Unite”, mentre Sara Tonolo ha elaborato il tema dei “Crimini internazionali: dalla giurisdizione penale internazionale a quella nazionale”.

La seconda parte del dibattito ha toccato alcuni temi molto importanti, descrivendo i vari tipi di violenza e le cause scatenanti nello scenario soprattutto dell’Europa orientale e dell’alto Adriatico. A fare da moderatrice all’incontro è stata Anna Maria Vinci dell’IRSREC FVG. Al confine orientale italiano e in tutta la zona adriatica si sviluppa un particolare tipo di violenza, con graduale espansione a nord, verso il Baltico. Il tema della violenza, ha spiegato Vinci, è un tema molto importante, che merita molti approcci di discussione, soprattutto per quanto riguarda l’”emblematico” territorio dell’ex Jugoslavia, il quale vide una fortissima violenza politica e non solo, anche conflitti politico-sociali e conflitti tra partiti e ideologie.
“Nelle nostre ricerche non si parla di violenza in senso generico – ha spiegato la moderatrice -, ma si parla di organizzazione della violenza, di professionisti della violenza. Abbiamo tentato di dare una risposta alla domanda cosa vuol dire la violenza nella costituzione di uno stato totalitario sia per il fascismo che per la dittatura di Tito”.

Una violenza per ciascun regime
Il primo intervento è stato quello di Raoul Pupo, che ha parlato di “Stagione delle fiamme e stagione delle stragi: una considerazione di lungo periodo”. Il professor Pupo ha spiegato che la sua relazione riguarda principalmente la frontiera adriatica, la quale vide un ricorso alla violenza politica duraturo e ripetuto. Dalla Grande guerra fino alla fine degli anni Cinquanta sul territorio ci fu una presenza continua di violenza politica, la quale è una sorta di condizione diffusa della storia novecentesca, però in quella determinata area geografica (nella faglia dal Baltico al Mar nero) aveva una valenza diversa. Si parla soprattutto di brutalizzazione della politica, di un’epidemia di paramilitarismo, di terre di sangue che videro il susseguirsi di regimi, a partire dallo Stato italiano, per passare al controllo nazista e culminare nello Stato jugoslavo.

“Quello che vorrei sottolineare – ha dichiarato Pupo – è il rapporto tra violenza esibita e violenza oscura, nonché il confronto tra amministrazioni militari (italiana, angloamericana o jugoslava).
Alcuni episodi, come le foibe, sono stati studiati bene, ma molti segmenti stanno ancora aspettando di venire studiati. L’importante è iniziare delineando un profilo generale che parta dalla tarda dominazione asburgica fino agli anni ‘60, ovvero quello che io ho definito un profilo altimetrico ben marcato. Si parte, dunque, dall’inizio del XX secolo e da una violenza politica circoscritta che viene deprecata dalla pubblica opinione (situazione pianeggiante). Seguono i picchi: la stagione delle fiamme e la stagione delle stragi, legate ai conflitti mondiali. Fra il primo e il secondo picco e dopo il secondo si stendono due altipiani in cui cala il tasso di violenza ma si mantiene elevato rispetto alla condizione di partenza in epoca asburgica. La quota di violenza crolla soltanto a fine anni Cinquanta”.

Patrick Karlsen

Fiamme e stragi
La stagione delle fiamme, ha continuato il relatore, è iniziata a maggio del 1915 con incendi al Presidio culturale sloveno a Trieste. I soggetti che praticano la violenza sono diversi, tra cui, non ultimi, i fascisti. Nel 1919-1922 questi fenomeni sono principalmente di carattere locale, ma si possono comprendere meglio se si guarda all’Europa e al Baltico.

La stagione delle stragi si riferisce e parte dal territorio jugoslavo, annesso dopo il 1941. Nel territorio jugoslavo ci furono una radicalizzazione dei conflitti esplosiva, episodi di genocidio e di stragismo (abitudine a risolvere i problemi uccidendo migliaia di persone). Furono colpiti gli sloveni e i croati, ma dopo l’8 settembre del ‘43 furono colpiti anche gli italiani in Istria con le foibe. Il campo di morte della Risiera dei nazisti rimanda all’esperienza polacca. Lo stragismo diventa dunque linguaggio comune e salta la differenza tra militare e civile. Zara è l’esempio lampante, invece di urbicidio dall’alto, mentre lo sfollamento è urbicidio dal basso che culmina nell’esodo. Esistono due tipi di violenza, tra cui quella esibita (stragi ammonitrici) e quella nascosta che cela la morte. È diversa la cultura della violenza che prevede l’estirpazione dei nemici, è strategica per la consolidazione del nuovo ordine in quanto non prevede solo la punizione dell’altro, ma anche presa del potere. A differenza dello spontaneismo delle masse, la violenza entra nelle istituzioni e diventa una forza di stato. La violenza titina non ama l’ostentazione come i nazisti, ma preferisce le sparizioni (silenzio) e lo stato d’incertezza nei rimasti. Anche se il picco si esaurisce nell’estate del 1945, il colpo di coda dello stragismo si è verificato a Vergarolla nell’agosto 1946 ed è la prima delle grandi stragi impunite del governo italiano.

Le realtà multiculturali di confine
Giulia Caccamo, docente di storia delle relazioni internazionali dell’Università di Trieste, ha parlato delle “imprese” di Fiume, Vilnius e Memel in Lituania, concentrandosi soprattutto su queste ultime due, visto che l’impresa fiumana è stata studiata molto più a fondo. Caccamo ha descritto le delicate relazioni internazionali tra la Polonia, il Granducato di Lituania (alla ricerca dell’autonomia) e la Russia. Gli stati nazionali, all’inizio del XX secolo, si stanno dando una forma e un’identità e il processo va a convergere verso una pulsione di tipo etnico-nazionale. Vilnius è una città multietnica, prima città dell’ebraismo europeo (40 p.c. della popolazione di religione ebraica), con una forte minoranza polacca. Le rivendicazioni etniche sono deformate a seconda della convenienza. I lituani rivendicano luoghi reclamando il fatto di essere stati delituanizzati. Vilnius subisce una successione di occupazioni (russi, lituani), ma alla fine sono i polacchi ad effettuare un colpo di mano. Memel e Vilnius si collocano in un ambito generico della simulazione perché a Vilnius la scelta del generale Zeligovski (polacco) di occupare la città sembra una scelta autonoma, ma era una scelta politica di Pilsudski. Si tratta della politica del fatto compiuto ed è una strategia che troppo spesso ha funzionato.

Memel è una realtà particolare e specifica, composta da “piccoli lituani”, ovvero abitanti di nazionalità lituana ma religione cattolica. A lungo dominati dalla Prussia, di cui hanno beneficiato a livello economico, sentirono il bisogno di affermarsi a livello nazionale.

Luca Manenti

I motivi della violenza
La conferenza è continuata con l’intervento di Patrick Karlsen, ricercatore presso l’Università di Napoli, che ha parlato delle logiche della violenza nella “Guerra dei 30 anni” del Novecento, soffermandosi in particolare sulla Venezia Giulia, considerata una colonia da liberare dal giogo del nazionalismo italiano e su Trieste, l’unica piazza d’Italia in cui il paramilitarismo bolscevico assume una forma chiara. In tutto l’alto Adriatico, ha spiegato Karlsen, vediamo in atto un intreccio di logiche: la logica che risponde a un motivo di vendetta o riscatto sociale o nazionale per le violenze e repressioni subite durante la dittatura fascista (logica di contesto) e dall’altra parte la categoria di epurazione preventiva, ovvero il disegno di eliminare in modo preventivo gli oppositori al progetto annessionista o rivoluzionario (modello di lotta politica tipico del comunismo).

Luca Manenti, dell’IRSEC FVG, ha parlato di obiettivi, prassi e mitologia dello squadrismo triestino, con riferimento al periodo che va dal 1920 al 1922, mentre Vittorio Cocco, ricercatore presso l’Università di Palermo, si è concentrato sull’ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, un’organizzazione poliziesca che dalla Sicilia arrivava alla Venezia Giulia e che fu fondata a Trieste nel 1942 dal regime fascista.

Raoul Pupo

L’Istria nella stretta dell’OZNA
Orietta Moscarda, del Centro di ricerche storiche di Rovigno, ha elaborato il tema dell’OZNA (l’organo di sicurezza dell’esercito jugoslavo) tra l’Istria e Fiume tra la guerra e il secondo dopoguerra. Moscarda ha descritto tre aspetti del movimento di resistenza: il primo era un movimento di liberazione dagli occupanti, il secondo era un movimento di liberazione nazionale di quelli che erano considerati territori croati o sloveni e il terzo era la Rivoluzione che avrebbe portato alla creazione di uno stato comunista. L’OZNA era l’organo di intelligence e fu collegata alle violenze tra guerra e secondo dopoguerra, in quanto era il braccio armato della rivoluzione comunista jugoslava. Era definita un servizio: nata nel 1944 su decreto di Tito, ottenne poi un corpo armato. Il metodo di lavoro dell’OZNA seguiva le modalità del resto dei territori croati, dove una parte importante consisteva nella compilazione di relazioni politico-informative ed elenchi di persone che non avevano partecipato alla lotta di liberazione. Fino al marzo 1946 fu alle dipendenze del ministero della Difesa federale, poi la sezione militare e civile (UDBA) furono divise. L’ultima relazione, dedicata alla violenza politica nel Monfalconese (1945-1948), al conflitto sociale attorno ai cantieri e al cuore dell’organizzazione industriale di tutta la regione è stata esposta da Anna Di Gianantonio dell’IRSREC FVG. In conclusione, la moderatrice, Anna Maria Vinci, ha dichiarato che vista la moltitudine di temi importanti legati alla violenza, sia esibita che occulta, e toccati nel corso della giornata, ci vorrebbe un nuovo convegno per elaborarli in profondità e allargare gli studi iniziati.

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