Alfa Romeo Jankovits: l’officina dei sogni

Dramma Italiano. Grande successo di pubblico al TNC «Ivan de Zajc» per il debutto del progetto di Laura Marchig, con la regia di Tommaso Tuzzoli

Le misure anti-Covid non hanno intaccato il programma del TNC “Zajc” di Fiume, che negli ultimi giorni si sta svolgendo regolarmente, seguendo gli appuntamenti del tabellone. Il Dramma Italiano ha portato in scena, dunque, il progetto di Laura Marchig, “Alfa Romeo Jankovits”, con la regia di Tommaso Tuzzoli, destando un successo di pubblico che non si vedeva ormai da tanto tempo. La storia vera dei due fratelli, Eugenio (Gino) e Ferruccio Oscar (Uccio) Jankovits, due meccanici per vocazione, è stata raccontata con maestria, combinando dati storici a vicende personali, in un miscuglio di informazioni e emozioni che ha catturato il pubblico tenendolo con il fiato sospeso fino agli ultimi istanti dello spettacolo.

 

 

Il teatro come officina
La vicenda ha come luogo dell’azione Fiume, simboleggiata da una grande bitta posta al centro del palcoscenico in apertura del pezzo. A raccontare la storia dei fratelli è Bruno Nacinovich nei panni del figlio di Eugenio, Enrico, unico testimone ancora vivente delle vicende della sua famiglia, documentate dalla sorella Marisa in un prezioso e dettagliato diario. Ed è proprio in questo documento, che la figlia di Gino scrive nel corso della sua vita, che viene descritta l’enorme passione dei due fratelli Jankovits per la meccanica e le macchine da corsa. L’inizio dello spettacolo vero e proprio è segnato dalla comparsa sulla scena di Mirko Soldano nei panni di Gino e Andrea Tich in quelli di Uccio, due fratelli che indossano le tute tipiche dei meccanici e intenti a giocare immaginando di gareggiare su una pista da corsa. Il sogno dei fratelli Jankovits, infatti, ha avuto inizio già dalla più tenera infanzia e il passare degli anni non ha fatto che rinforzarlo.

 

Dal legno al metallo
Gino e Uccio sono cresciuti con i nonni Fabich a Palazzo Bacich, nel centro di Fiume. Eugen Fabich all’epoca era il titolare di una falegnameria, nonché un uomo benestante. Ciò gli ha permesso di iscrivere i nipoti alle Facoltà d’ingegneria meccanica e architettura a Torino, ma dopo poco tempo entrambi i ragazzi sono tornati a casa senza aver finito gli studi e con grande dispiacere del nonno. La figura del nonno (Bruno Nacinovich) è importante in quanto offre una visione all’antica di matrice austroungarica del lavoro, ma offre anche uno squarcio della Fiume del XIX secolo, caratterizzata dalla severità dell’educazione e da un dialetto fiumano molto rigido e colorato. Nasce in questo momento della vita dei giovani l’idea di chiudere la falegnameria per trasformarla in una modernissima officina meccanica, acquistando i macchinari più all’avanguardia dell’epoca. I ragazzi seguono con passione le corse a livello europeo, le competizioni tra le pericolose Union tedesche degli anni Trenta e le Alfa Romeo di Tazio Nuvolari, un idolo per loro. Per i due fratelli le macchine italiane, a differenza di quelle tedesche, hanno un cuore pulsante e diventano tutt’uno con la persona alla guida. Uno dei più grandi piloti della storia dell’automobilismo mondiale, Nuvolari, è diventato un idolo per i fratelli Jankovits proprio nel momento in cui, battendo le macchine tedesche sotto il naso del Führer, ha mostrato il dito medio non soltanto all’industria automobilistica tedesca, ma anche all’imperversante nazional-socialismo che avrebbe contagiato l’Europa.

Mirko Soldano (Eugenio), Bruno Nacinovich (il nonno) e Andrea Tich (Ferruccio Oscar)

Un sogno che diventa realtà
Tommaso Tuzzoli, nella messa in scena del testo di Laura Marchig, non ha tralasciato i numerosi dati storici, i nomi e le date importanti degli anni Trenta, tutte le influenze esterne che hanno contribuito a plasmare le idee e i gusti dei fratelli Jankovits. Ad un certo punto, una volta aperta l’officina, Gino e Uccio, pensando ai grandi progetti di Vittorio Jano, decidono di provare a creare una macchina tutta loro, assemblata con pezzi a loro disposizione, ma con un design originale. All’epoca il grande progresso industriale e il futurismo che elogiava non solo la guerra, ma le fabbriche, la produzione in serie e tutto ciò che era legato all’industria pesante, conquistano i fratelli, che vedono nella modernità un sinonimo di velocità e di bellezza. Ormai l’era del legno e del cavallo era passata, ora c’erano il fumo, l’olio e la benzina. Ed è proprio il fumo a dare una patina particolare allo spettacolo del Dramma Italiano, che a momenti ricorda un film in bianco e nero per le sfumature di grigio che regnano sulla scena, quelle stesse tonalità che caratterizzano le officine. L’odore di olio fa avvicinare Gino alla sua futura moglie, e le serrande fanno da sfondo a gran parte della scena.

 

Fiume all’avanguardia d’Europa
Lo dicono gli stessi fratelli Jankovits, la loro era un’epoca di forte slancio verso il futuro. Ridurre le distanze significava dominare il tempo e già nel 1922 i fratelli Cosulich fondarono la prima linea aerea commerciale con l’Italia, mentre nel 1926 nacque la linea passeggeri Trieste-Torino. Nel 1932 fu aperto il primo tratto di autostrada Milano-Torino e in mezzo a questo fervore industriale e dei trasporti si inserirono i fratelli Jankovits con la loro autorimessa Lampo, la quale nell’arco di pochi mesi scaturì un incredibile successo in tutto il Quarnero. L’autorimessa Lampo offriva servizi di verniciatura, lavaggio, noleggio e tanti servizi impensabili all’epoca. Nel 1933 la Lampo diventò una concessionaria Alfa Romeo per l’area di Fiume e del Carnaro, con cento posti parcheggio.

 

L’Alfa Romeo della famiglia Jankovits
La macchina progettata dai fratelli Jankovits è nata dalle menti di due ragazzi autodidatti e appassionati, che l’hanno progettata senza aver avuto alcun contatto coi laboratori dell’Alfa Romeo. Ci vollero cinque anni per progettarla e quattro per costruirla, ma alla fine l’auto prese forma nel 1939, lo stesso anno della nascita di Batman e della sua Batmobile. I fratelli Jankovits, per poter ottimizzare le prestazioni della loro macchina, hanno dovuto studiare i problemi legati all’aerodinamica, alla posizione del motore e delle ruote, alla forma della carrozzeria e al peso dell’acciaio. Le soluzioni trovate dai fratelli Jankovits sono state applicate appieno appena negli anni Settanta dai tecnici della Formula 1. La bellezza della lezione di fisica sul palcoscenico teatrale è stato proprio il tocco di sapere tecnico condiviso con lo spettatore in maniera molto fluida, dimostrando la passione degli autori per il loro gioiello a quattro ruote.

Serena Ferraiuolo, Ivna Bruck, Bruno Nacinovich, Andrea Tich e Mirko Soldano

La guerra distrugge i sogni
Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, Gino viene mandato in Russia, “a morire tra Mosca e Berlino”, mentre Uccio viene mandato in una base a Livorno. I fratelli riescono a sopravvivere e a ritornare in una Fiume tedesca, ma l’esperienza bellica frantuma il sogno di una vita e l’Alfa Romeo viene dimenticata in un’officina costretta a collaborare prima coi nazisti e poi con il governo jugoslavo, per finire nazionalizzata. La tecnologia e i traguardi della scienza, esaltati dai due giovani meno di un decennio prima, nel corso della guerra diventano una lama a doppio taglio pronta a venire usata per uccidere e distruggere. A quel punto, quando tutto è perduto e i fratelli Jankovits, dopo aver concluso la giornata lavorativa nell’officina, ritornano nelle carceri di via Roma, la nonna Fabich decide di porre fine alla situazione e ordina ai nipoti di scappare. Quale occasione migliore per passare il confine inosservati che la Vigilia di Natale, quando le forze dell’ordine sono intente a festeggiare con alcol e cibo.

 

Un viaggio di sola andata
L’Alfa Romeo Jankovits, una macchina che secondo le simulazioni al computer, avrebbe potuto raggiungere i 250 km/h, non ha mai avuto l’occasione di gareggiare su una vera pista, ma la sua unica corsa su strada fu ben più importante di un circuito di gara. Gino e Uccio Jankovits rispolverarono la carrozzeria e salirono sulla loro Alfa Romeo, spegnendo le luci e premendo l’acceleratore. Ed è questo il momento più potente di tutta la serata, una scena mozzafiato in cui due geniali meccanici di nazionalità italiana, riescono a lasciare la loro città per andare incontro ad un futuro incerto. Vedono gli agenti jugoslavi che gridano loro di fermarsi, ma li ignorano andando loro incontro a tutta velocità. Il momento del passaggio è un misto di tristezza e delusione, di una perdita enorme che lo spettatore sente in tutta la sua importanza. I fratelli Jankovits salvarono la propria vita, ma rinunciarono ai loro sogni, cadendo per quasi un secolo nel dimenticatoio della storia. Gino e Uccio non tornarono mai più a Fiume e dopo aver venduto la loro Alfa Romeo a un americano non la rividero mai più. L’unica cosa che rimase loro fu il ricordo e l’amarezza di un sogno sfumato a causa dell’odio nazionale e della guerra.

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