Il pianismo straordinario di Gugnin

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Il pianismo straordinario di Gugnin

È stata una serata sinfonica all’insegna del classicismo il concerto di sabato scorso tenutosi al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, con la direzione del maestro Stjepan Vuger e la partecipazione del giovane pianista russo di fama internazionale Andrey Gugnin. In programma pagine di Ludwig van Beethoven e Wolfgang Amadeus Mozart. Il classicismo in quanto tale è un richiamo all’equilibrio e alla serenità, alla disciplina formale, alla nobiltà espressiva, e di questi tempi di angoscia tutti questi valori possono rappresentare per l’animo umano un momento di ristoro, di sollievo, e, magari, di riflessione.

La grande musica, la grande arte con il loro profumo d’Immenso possono lenire i nostri turbamenti le nostre ferite interiori. In questo senso una forte conferma ci è stata offerta da Mozart – concerto in La magg. KV 488 – nell’eccelsa interpretazione del pianista moscovita Andrey Grugnin.

Andrey Gugnin

Suono vellutato e affettuosa attenzione

L’artista ha affrontato queste pagine incantevoli (I movimento) con affettuosa attenzione, suono vellutato, srotolando il pensiero mozartiano con personalissima immaginazione. Momenti di impalpabile intimismo – favolosi i “pianissimo” – ce li ha regalati nel sublime secondo movimento, sciorinando con trasporto il vivacissimo rincorrersi tra piano e orchestra nel movimento finale. Una perfezione e intensità esecutiva da parte di Gugnin degna della trasparenza costruttiva e amabilità di questa stupenda partitura. Nel secondo movimento sarebbe stato auspicabile un accompagnamento dell’orchestra più discreto onde sintonizzarsi con la levità del pianoforte.

In più, Gugnin ci ha gratificati con un prezioso pezzo fuori programma, il Preludio n. 8 op. 33 del compositore ucraino di origini polacche Sergei Eduard Bortkiewicz.

Di queste pagine poetiche Gugnin ci ha offerto un’interpretazione di altissima intensità sorretta da una gamma di sonorità diafane, immateriali. Pubblico entusiasta.

Sergej Bortkiewitz (1877 – 1952) fu una voce fuori dal coro, un solitario, un “disadattato”, per dirla con il linguaggio della psicologia moderna. In un momento in cui imperversavano l’atonalità e la dodecafonia, del tutto estranee alla sua natura di artista, egli preferì un linguaggio tardoromantico raffinato – che si innestava sulla scia di Chopin, Liszt, Čajkovskij, Rachmaninov – esprimendo il suo mondo interiore sofferto e venato di nostalgia per una realtà che era stata definitivamente spazzata dalle brutali turbolenze rivoluzionarie e da una cultura a lui spiritualmente aliena. Ebbe una vita travagliata, segnata dall’esilio, dall’emarginazione, dall’inquietudine – visse a Berlino, Parigi, Vienna – e da una povertà estrema. Autore di brani per pianoforte, orchestra, concerti solistici, di alcune raccolte di lied e di un’opera, la sua musica è oggetto di una graduale scoperta e valorizzazione.

Esecuzione coerente e corretta

Il giovane direttore ospite Stjepan Vuger ha debuttato nel teatro di Fiume con la beethoveniana Ouverture “Egmon” e la Sesta sinfonia, nota come “Pastorale”. Sono brani che con i loro stimoli benefici – il primo con il suo nobile eroismo, il secondo con il trasborante incantamento per la Natura – possono rappresentare confortanti oasi ideali per l’uomo dell’attuale momento storico.

Stepan Vuger ha offerto, assieme all’Orchestra sinfonica di Fiume, un’esecuzione sostanzialmente coerente e corretta, non priva di momenti felici, ma pure di parentesi più fiacche e stemperate segnate da qualche punto di scoordinamento. “Inconvenienti” che potranno essere neutralizzate con un’auspicabile complessiva maturazione del giovane direttore.

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