Tempi lunghi per il Centro di cultura

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Tempi lunghi per il Centro di cultura
Il rendering del Centro di cultura islamico che sorgerà a Monte Serpo. Foto: DARIA DEGHENGHI

Oggi, 11 maggio, ricorre il 53º anniversario della fondazione della Comunità islamica polese. Nessuna migliore occasione per intervistare Esad efendi Jukan, imam principale del Mejlis di Pola, l’equivalente della parrocchia cristiana. Un’altra occasione è l’imminente costruzione di un Centro di cultura islamico nel rione di Monte Serpo, un’impresa che i fedeli musulmani polesi attendono da almeno una dozzina di anni, non sempre senza incorrere nell’ostilità dei locali. Vediamo di conoscere questa comunità religiosa che sta lottando doppiamente per darsi una sistemazione più idonea alle sue necessità: in primo luogo per attingere le risorse necessarie a una grande impresa edile e in secondo luogo per contrastare i pregiudizi e le insofferenze di vicinato.

 

Efendi Jukan, com’è organizzata la comunità islamica a Pola?
Il Mejlis è l’unità fondamentale dell’organizzazione religiosa ed equivale grossomodo alla parrocchia cattolica. In Istria ne abbiamo quattro con sede a Pola, ad Albona, a Parenzo e a Umago. La comunità polese abbraccia anche i fedeli di altre località per cui arriva a estendere il proprio dominio a Rovigno, a Dignano, a Medolino e a Marzana. Stando al censimento del 2011 (i dati dell’ultimo censimento ci sono ancora ignoti), undici anni fa i musulmani in Istria erano circa 9.900, a Pola erano pressappoco 5.000. Per farla breve, la nostra Comunità venne fondata l’11 maggio del 1969: la Chiesa avventista ci aveva accordato un’ospitalità temporanea, ma siamo rimasti senza sede per altri due anni. La prima “moschea” era stata acquistata nel 1971, ma si trattava in realtà di un appartamento di appena 61 metri quadrati in via Sarajevo. Nel 1984 abbiamo messo su casa in quest’edificio di via da Vinci che è la nostra moschea da quasi quarant’anni. Ma da tempo non ci basta più, non per tutte quelle attività che abbiamo in mente di svolgere. Per la preghiera del venerdì abbiamo un’affluenza di 400-500 fedeli alla volta e la sala non ci basta mai: gran parte dei convenuti segue la preghiera nel giardino di fronte, che in estate può anche fungere allo scopo, ma in inverno è un disastro. Se ci capitano comitive di fedeli stranieri in vacanza, non possiamo permetterci di ospitarli. Devono andarsene. In secondo luogo il problema dello spazio pesa anche ai ragazzi. Abbiamo 460 bambini che seguono le ore di religione islamica a scuola e in moschea. Non c’è verso per accontentarli tutti con un’aula che dispone di appena 18 posti a sedere. A titolo di presentazione preciso pure che abbiamo otto dipendenti, cinque religiosi e tre ausiliari. Inoltre la comunità dispone di una fondazione di beneficenza chiamata Zirat, paragonabile grossomodo alla Caritas cattolica. A ogni modo, la sede che usiamo da quarant’anni è diventata un cappio al collo: s’investe ogni anno 400.000 kune nella manutenzione ed è un pozzo senza fondo. Non sono desideri campati in aria, abbiamo proprio bisogno di spazio per muoverci.

A che punto è l’impresa?
Come ricorderà, l’iniziativa è del 2009 ma ha avuto una lunga gestazione. Inizialmente c’era stata la volontà d’acquistare un lotto edificabile dalla Città di Pola, a Valmade, ma è andata com’è andata e abbiamo fatto un passo indietro. Per non pesare inutilmente sull’amministrazione cittadina abbiamo individuato un lotto edificabile in via San Daniele che sale la china di Monte Serpo. Non avevo molte speranze perché i proprietari erano 8 cittadini italiani di Firenze. Tuttavia siamo stati baciati dalla fortuna. Gli eredi hanno deciso di vendere e quindi abbiamo preso un finanziamento bancario da utilizzare allo scopo. Insomma, al secondo tentativo ci è andata bene. Secondo il piano urbanistico generale la destinazione d’uso è mista, per cui è residenziale, commerciale e direzionale insieme. Ormai non c’è proprio alcun ostacolo alla costruzione del Centro islamico, che, si badi bene, è un concetto molto più esteso della moschea in senso stretto, come la chiamiamo noi. Abbiamo a disposizione 17.000 metri quadrati di terreno edificabile e un progetto che prevede la costruzione di due edifici distinti: uno religioso e pubblico di 1.200 metri quadrati con la sala di culto, una sala polivalente aperta al pubblico, gli uffici, la biblioteca, le aule per le ore di religione, un locale per i giovani, e un altro di circa 2.400 mq riservato all’asilo, agli appartamenti degli imam e agli appartamenti per le delegazioni ospiti, per evitare di pagargli l’albergo. Le altre costruzioni verranno chissà quando: si pensava a una Casa di riposo a fini commerciali, ma la strada è lunga. Quello che conta è che il progetto è in sintonia con la tradizione architettonica mediterranea e i costumi dei fedeli musulmani di Croazia che sono perfettamente integrati nel tessuto storico e sociale del Paese. Le faccio notare l’elemento accessorio del merletto stilizzato sulla facciata riproposto sul minareto, che dona un tocco speciale al progetto dello studio architettonico Qubico Collective di Zagabria.

Quello del minareto è stato un po’ il pomo della discordia nell’intero dibattito sulla moschea?
Ma guardi che questo non è affatto un minareto del canone islamico, bensì un elemento architettonico decorativo. Inoltre non c’è alcun richiamo pubblico alla preghiera del muezzin come si usava un tempo. A che servirebbe? Come invitiamo i fedeli di Rovigno a unirsi a noi? Chiamandoli dal minareto? È assurdo. Oggi usiamo gli smartphone e i social media come tutte le altre comunità religiose, cosa crede? La questione del minareto è decisamente mancata.

Dal progetto l’opera ci pare costosa. Quanto ci metterete a costruirla?
Due anni fa, all’epoca della progettazione, si parlava di spese pari a mille euro per metro quadrato di superficie netta, quindi cinque milioni di euro per l’opera compiuta. Oggi mi dicono che i costi di edificazione sono raddoppiati. Siamo impegnati in una campagna di fundraising a tappeto, ma è fuori discussione che si possa raccogliere con le nostre proprie forze una somma che non fa altro che lievitare. Ci arrivano ogni giorno donazioni molto generose, è vero, ma più si aspetta, più si perde. Ci vorranno dei finanziamenti in aggiunta alla nostra raccolta altrimenti non si potrà procedere. Ciò non toglie che abbiamo voluto fare il massimo da soli, perché chi paga di tasca propria cura meglio la proprietà rispetto a chi l’ha avuta in regalo. È una regola universale. In ogni caso i tempi saranno lunghi. Cercheremo di iniziare l’anno prossimo, e probabilmente da quel punto ci vorranno altri cinque anni per avere soltanto i primi due edifici. Per gli altri è tutto da vedere. Per ora sono solo sogni.

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