Scava, scava… arriva a Roma. Antica

Scoperta archeologica (casuale) di prim’ordine a Valsabbion: incappa in una «fabbrica» di sarcofagi

Il coraggio di costruire una casa sopra la storia antica

Scava le fondamenta per costruirsi la casa e si imbatte in una fabbrica di sarcofagi dell’antica Roma! Un investitore dotato di più requisiti – spirito creativo, talento per l’estetica architettonico-ambientale e, logicamente, capacità finanziaria – decide di costruirsi una villa sfruttando la straordinaria configurazione rocciosa di un terreno circondato dal verde; compra l’appezzamento comprendente una piccola cava dismessa per l’estrazione della pietra con l’idea di integrarvi sopra le strutture edili e arrivare alla realizzazione di un progetto di autentico connubio tra elementi paesaggistici recuperati e costruzioni studiate ad arte, adeguate all’elemento pietra. Bello.

I resti nascosti della cava vicinante dalle doppie dimensioni

Un luogo bello ma sbagliato
Ma la sua sfortuna è quella di aver scelto il luogo critico per mettere in atto l’ambiziosa impresa. Vada per Valsabbion, abitato turistico che vuole proporsi sempre più raffinato, ma è troppo vicino a Vincural. E Vincural sfoggia la sua enorme antica cava di pietra romana recuperata e trasformata in palcoscenico. Guaio è che oltre alla cava “madre”, esistono altri piccoli punti d’estrazione nelle aree confinanti. Questa prescelta per la costruzione nell’Anno Domini 2020 a Valsabbion, risulta essere stata un cantiere per l’estrazione di contenute proporzioni, piccole ma zeppe di testimonianze del lavoro che gli schiavi dell’evo antico avevano compiuto con grande sacrificio, grondando sudore e disperazione. Arrivato a un vicolo cieco, l’investitore è costretto a richiedere l’intervento degli studiosi e pagare (fior di quattrini aggiuntivi) la ricerca. Sul posto si precipitano gli esperti dell’impresa privata Archeo TiM, già parecchie volte ingaggiata in centro città per interventi di scavo e sondaggio del sottosuolo. Per il progetto di costruzione non c’è scampo, deve andare oltre alla mera cancellazione delle tracce dell’attività umana, della stratificazione dei segni e degli spazi vissuti. E deve seguire indicazioni che non si riducono alla semplice mitigazione dell’impatto visivo con la roccia tramite misure meramente ingegneristiche. Stando così le cose, si tende al raggiungimento di nuovi obiettivi. Il recupero delle testimonianze storiche più significative dei processi d’estrazione e trasformazione dei materiali va eccome eseguito.

Vista sul sarcofago rinvenuto “in situ”

Un gioiellino di cava calcarea
A spiegare quanto di nuovo ha fornito per la scienza questa cava calcarea dismessa è Teodora Šalov, archeologa e storica dell’arte, direttrice di Archeo TiM. “Con gli scavi, tutt’ora in corso, è stato appurato che abbiamo a che fare con un’antica cava calcarea dalla grandezza medio-piccola rispetto alle altre cave sfruttare in antichità su questi territori. Prima ancora dell’arrivo degli archeologi, sul posto sono stati rinvenuti due grandi blocchi di pietra, scolpiti a metà, in maniera grezza, pronti per una successiva opera di scalpellatura più raffinata. Un blocco è il sarcofago e l’altro il suo massiccio coperchio, che evidentemente non hanno mai raggiunto il loro committente-fruitore. Oltre agli elementi di questo sarcofago in preparazione, negli strati degli scarti e dei detriti edili abbandonati da due millenni, è spuntato fuori ‘in situ’, ossia nel punto esatto di fabbricazione, un altro sarcofago in fase di rifinitura”.
Cos’hanno di tanto speciale dei sarcofagi semilavorati o compiuti a metà, quando Pola e il suo Museo archeologico conservano magazzini pieni di resti simili? Il grande pregio è insito nella preziosa informazione, che i medesimi forniscono.

Un sarcofago fabbricato e…

“Quando il blocco di pietra veniva staccato dalla roccia viva nelle cave antiche – evidenzia Teodora Šalov -, seguiva la fase della lavorazione grezza fino alla sua ultimazione a seconda dei gusti e desideri dell’acquirente, che ne commissionava la produzione. Ebbene, a giudicare da quanto trovato possiamo ben dire di essere di fronte a uno dei più begli esempi di cava romana, che in vari punti lascia perfettamente ammirare le tante tracce che testimoniano l’estrazione e la lavorazione della pietra fase per fase: vedi le scanalature per l’inserimento dei cunei e delle leve, i segni dei canali eseguiti per staccare i massi di pietra, i solchi rimasti come conseguenza di trivellazione della roccia con manovelle e trapani a mano”.

…il suo coperchio finiti a meta

Lo statalismo della pietra
Gli archeologi si rammaricano di non essere ancora riusciti a rinvenire altri reperti quali oggetti in ceramica e metallo. Tuttavia, risulta già appagante il fatto di essere già arrivati ad una conclusione: “Possiamo asserire con assoluta sicurezza – così la ricercatrice – di avere scoperto una cava in funzione della produzione di antichi sarcofagi di pietra. Sembra che il suo sfruttamento fosse stato bruscamente interrotto, senza segni di ripresa delle attività d’estrazione. L’età della cava va classificata tra il I ed il IV secolo“.

L’esperta aggiunge anche un’altra curiosità: a soli 30 metri in linea d’aria a nord-est di questa cava, nascosta tra il verde, completamente dimenticata, mangiata dalla macchia e dalla sterpaglia, si trova un’altra cava d’epoca romana dalle duplici dimensioni. “Entrambi gli ingressi di questi due luoghi d’estrazione sono orientati verso meridione. Si può supporre che il lavoro di più cave si trovasse sotto un’unica gestione, ma che ogni zona d’estrazione fosse specializzata per un proprio tipo di lavorazione e produzione finalizzati. A quel tempo le cave erano gestite dallo stato o dall’esercito”.
Giunti a questo punto, spetta agli archeologi produrre un’accurata documentazione del terreno e procedere con la raccolta di campioni di roccia. La metodologia scelta è quella dell’analisi mineralogico-petrografica della roccia, che si effettuerà con la collaborazione del Centro di ricerche archeologiche interdisciplinari operante in seno alla Facoltà di Filosofia della “Juraj Dobrila” di Pola, precisamente con l’aiuto della prof.ssa Katarina Šprem. Anche questo per la gioia (e spesa) del nostro intraprendente investitore.

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