Roberto Oros di Bartini, genio dimenticato

In pochi conoscono la storia di questo ingegnere aeronautico nato a Fiume nel 1897, eroe dell’Unione Sovietica per il suo contributo in alcuni dei più importanti programmi spaziali

La sua lapide nel Viale dei Cosmonauti a Mosca

È il 12 aprile 1961, cosmodromo di Bajkonur, Unione Sovietica. La navicella Vostok 1 è stata appena issata sulla sommità del razzo Semyorka – R7, 35 metri di altezza per 280 tonnellate di peso. Ai piedi di questo razzo balistico intercontinentale, modificato per il volo spaziale, c’è un ragazzo di 27 anni, figlio di un falegname e di una contadina. Occhi di ghiaccio e sguardo fisso in alto, sulla capsula nella quale sta per entrare. Dal volto non traspare alcuna emozione, come se non stesse per vivere l’avventura più grande del genere umano fino a quel momento. Quel ragazzo è Jurij Gagarin, il primo uomo nello spazio.
In pochi però sanno che nel team d’ingegneri impegnati nell’impresa, che in piena Guerra fredda fu uno schiaffo micidiale per gli Stati Uniti nella corsa allo spazio, c’era anche un fiumano, Roberto Oros di Bartini, la cui storia, nell’anniversario (domani) dello storico volo di Gagarin, vale la pena raccontare.
Roberto Bartini nacque a Fiume il 14 maggio 1897. Non ebbe un’infanzia facile. Il padre era sposato con un’altra donna e si rifiutò di riconoscerlo. A crescerlo fu la madre, appena 17.enne, che poi si suicidò quando Roberto aveva solo tre anni. Fu allora affidato agli zii della madre, i quali lavoravano come giardinieri per il barone Ludovico Oros di Bartini, che lo adottò e gli trasmise il cognome. Completò gli studi a Fiume, dimostrando fin da subito un vivace interesse per le materie scientifiche. Diplomatosi nel 1915, fu ammesso all’Accademia militare di Banska Bystrica (oggi Slovacchia). L’anno dopo venne chiamato alle armi dall’Esercito austroungarico e fu spedito a combattere sul fronte orientale. In Galizia fu catturato dai russi, che lo spedirono nei campi di prigionia di Chabarovsk prima e di Vladivostok poi. Durante la detenzione diventò un convinto rivoluzionario marxista-leninista.

Roberto Oros di Bartini

Inviso al regime fascista
Venne liberato nel 1919 e si trasferì in Italia dove aderì al nascente Partito comunista italiano. L’anno dopo si iscrisse al Politecnico di Milano per seguire i corsi in Ingegneria aeronautica, lavorando al tempo stesso come operaio per mantenersi e pagarsi gli studi. Nel 1922 si spostò a Roma per frequentare la scuola di pilotaggio della Compagnia Nazionale Aeronautica dove ottenne il brevetto di pilota. In seguito alla salita al potere di Mussolini, la sua figura era fin da subito invisa al regime fascista, tant’è che nel 1923 venne schedato come agitatore e posto sotto sorveglianza. Per sottrarlo a eventuali rappresaglie fasciste, il suo partito lo fece espatriare in Unione Sovietica per contribuire al consolidamento del nuovo Stato comunista.
Non avendo completato gli studi in Italia, tornò all’Università conseguendo la laurea in Ingegneria aeronautica, dopodiché iniziò a lavorare alla progettazione di aerei per le forze armate sovietiche. Da lì a poco si arruolò nell’Aviazione dell’Armata Rossa proseguendo la specializzazione tecnico-scientifica presso l’aerodromo di Čkalovskij, e successivamente nel centro sperimentale dell’aviazione navale a Sebastopoli come capo-ingegnere dell’Ammiragliato aeronautico del Mar Nero.
Messo alla porta
Bartini era particolarmente apprezzato all’interno dell’aeronautica sovietica, ma la sua luna di miele con le rigide strutture dell’Armata Rossa fu breve. Nel 1930, dopo una profonda riorganizzazione dell’industria aeronautica, caratterizzata da frequenti liti tra gli ingegneri capo dei vari reparti, dettati da gelosie e rivalità personali, fece presente in più di un’occasione ai vertici del Partito comunista sovietico, al quale era iscritto, la scarsa efficienza del nuovo riassetto dell’ente aeronautico. La divergenza di vedute gli costò cara e venne messo alla porta. Tuttavia, il suo genio e le riconosciute capacità progettuali non potevano restare inutilizzate. Infatti, i vertici della Flotta aerea civile, in accordo con l’Armata Rossa, gli affidarono la direzione di un programma che prevedeva la progettazione di aerei civili. Bartini non si limitò tuttavia alla progettazione esclusivamente di velivoli civili, ma realizzò anche un caccia monoplano, chiamato Stal-6, dalle prestazioni straordinarie per l’epoca: questo gioiello della tecnologia militare raggiunse la velocità di 420 chilometri orari con un tempo di salita a 1.000 metri di quota inferiore al minuto, grazie ad alcuni geniali accorgimenti aerodinamici e innovativi metodi di raffreddamento dei motori.
Vittima delle purghe
Alla fine degli anni ‘30, iniziò in tutta l’URSS il periodo del Grande terrore che portò all’arresto di numerosi progettisti aeronautici. Anche Bartini fu vittima delle purghe staliniane venendo arrestato il 14 febbraio 1938 e incarcerato senza alcuna accusa. Ancora una volta però, a salvarlo fu il suo genio. Gli venne infatti consentito di proseguire il suo lavoro di progettista dal gulag, in condizioni di detenzione migliori rispetto a quelle di altri suoi colleghi. Trascorse tutta la Seconda guerra mondiale in carcere progettando velivoli a reazione. Qui conobbe Sergej Pavlovič Korolev, l’artefice del programma spaziale sovietico. Venne finalmente liberato nel 1946 ma, come tutti, dovette attendere il 1956 e la denuncia di Nikita Chruščev sui crimini staliniani per venire riabilitato.
Sputnik e Vostok
Nel 1948 Korolev diede il via al programma di missioni spaziali Sputnik, finalizzato al lancio in orbita intorno alla Terra di satelliti artificiali. Il progettista volle accanto a sé Bartini, il quale diede un importante contributo al lancio dello Sputnik 1, avvenuto il 4 ottobre 1957. Dopo questo successo, Korolev accelerò il programma Vostok, che aveva come obiettivo quello di spedire esseri umani nello spazio. Anche stavolta incluse in quest’ambizioso progetto il suo amico Bartini, che considerava suo maestro, e se 59 anni fa Gagarin compì con successo il primo volo nello spazio, una parte del merito va attribuita proprio all’ingegnere nato a Fiume.
Bartini morì a Mosca il 6 dicembre 1974 e venne sepolto nel cimitero Vvedenskoe. Fu tra i pochi cittadini stranieri a venire insignito, rispettivamente nel 1957 e nel 1967, dell’Ordine della Rivoluzione d’Ottobre e dell’Ordine di Lenin, due delle massime onorificenze civili.

Il busto dedicatogli nella città di Žukovskij


Osannato in Russia Ignorato a casa sua

“Noi siamo debitori verso Bartini. Immensamente! Senza di lui non ci sarebbe stato lo Sputnik. Lei deve riprodurre la sua immagine prima di tutti gli altri”.
Così Sergej Korolev si rivolse allo scultore Andrej Faidish-Krandievskij, realizzatore dei ritratti nel Viale dei Cosmonauti a Mosca. Oltre alla lapide che lo celebra nel Viale, tre anni fa anche la città di Žukovskij, situata a una quarantina di chilometri dalla capitale russa, gli ha dedicato un busto per ricordare e onorare la sua memoria e l’immenso contributo dato allo sviluppo dell’aeronautica sovietica. Roberto Bartini era un personaggio geniale, eclettico, innovatore, visionario, al punto che alcuni lo paragonano nientemeno che al celebre inventore Nikola Tesla. Eppure a Fiume, la sua città natale, non lo conosce praticamente nessuno…

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