Residenza in Slovenia. Appello contro «la schedatura su base etnica»

Piazza Carpaccio a Capodistria

Numerosi cittadini hanno sottoscritto in Slovenia l’appello intitolato: “Diciamo sì alla libertà di religione e nazionalità. Diciamo sì alla libera espressione della propria identità. Diciamo sì alla democrazia e al pluralismo. Diciamo no alla schedatura dei cittadini”. L’appello è riferito alla Legge di modifica e integrazione della Legge sulla dichiarazione di residenza in procedura attualmente alla Camera di Stato del Parlamento della Slovenia.
Come si rileva in un comunicato dell’Iniziativa civica sottoscritto da Clio Diabatè e Katja Pegan, i firmatari dell’appello richiedono che la Camera di Stato non approvi l’emendamento all’art. 7 della Legge sulla dichiarazione di residenza presentato dal gruppo parlamentare del Partito nazionale sloveno. Nel documento sottoscritto da un gruppo di cittadini si richiama l’attenzione del governo e del Parlamento di Lubiana sulla pericolosità dell’emendamento presentato dai deputati dell’SNS con cui s’intende modificare l’art. 7 della Legge in esame. Qualora l’emendamento venisse accolto durante il procedimento di dichiarazione di residenza – si evidenzia nella nota dell’Iniziativa civica – il cittadino dovrà dichiarare al pubblico ufficiale anche i dati personali relativi alla sua appartenenza nazionale (dichiarazione etnica, che è facoltativa), fede religiosa (dichiarazione che è facoltativa) e lingua materna. L’appello è stato inviato all’attenzione del premier Janez Janša, del presidente della Camera di Stato, Igor Zorčič, dei presidenti dei gruppi parlamentari e delle CAN. I firmatari ricordano a questo proposito che la proposta avanzata dal Partito nazionale ha già ottenuto luce verde a larga maggioranza dal Comitato interni. Se dovesse venire approvata in via definitiva dalla Camera di Stato, nazionalità, lingua materna e religione potrebbero venir chieste a ogni cambio di residenza in Slovenia.
Nell’appello i firmatari, come si rileva nella nota dell’Iniziativa civica, “richiamano “l’attenzione sulla pericolosità dell’accertamento di questi dati che vanno a invadere pesantemente la sfera privata e familiare dei cittadini con l’obbligatorietà per gli stessi di dichiarare la propria appartenenza nazionale, linguistica e religiosa, in ambito ad una procedura burocratica di registrazione della residenza. Si tratta di dati che giuridicamente non hanno nulla a che vedere con la residenza delle persone. Questi dati, una volta ottenuti, saranno custoditi perennemente dallo Stato nel registro dei cittadini, effettuando una vera e propria schedatura della cittadinanza in base a madrelingua, religione e etnia, decisamente in controtendenza rispetto ai moderni canoni democratici europei. Quindi una catalogazione su basi etniche, nazionali, religiose e linguistiche. Tali pratiche furono abbandonate con l’abolizione della rilevazione della nazionalità del censimento del 2011, avendo il legislatore giustamente ritenuto allora, che una schedatura o conta etnica, non fosse in linea con uno Stato di diritto volto alla tutela e alla salvaguardia dei diritti di tutte le sue cittadine e di tutti i suoi cittadini, a prescindere dalle differenze di razza, religione, credo, etnia, lingua o quant’altro. In questo caso, inoltre, non sussiste alcuna valida motivazione alla base della raccolta di tali dati, non essendo essa riconducibile all’adempimento di determinati compiti burocratici o/e amministrativi da parte delle autorità statali o al godimento di determinati diritti da parte dei suoi cittadini”.
Nell’appello si rileva pure che “i proponenti dell’emendamento fanno pure riferimento, nella motivazione accompagnatoria, alle Comunità Nazionali autoctone Italina e Ungherese della Repubblica di Slovenia. Lo fanno per tentare di difendere la legittimità della schedatura proposta, richiamandosi, ingannevolmente, alla necessità ipotetica di dover garantire, in futuro, i diritti acquisiti delle Comunità Nazionali, i cui dati statistici – numerici andrebbero quindi conservati al fine di poter tutelare tali Comunità in maniera adeguata. Si tratta di un tentativo di cambio di rotta nel riconoscimento giuridico dei diritti alle Comunità Nazionali autoctone introducendo di soppiatto il principio numerico per il riconoscimento dei loro diritti. Nulla di più falso: sappiamo bene, infatti, che la Carta costituzionale garantisce alle Comunità Nazionali Italiana e Ungherese tutti i diritti sanciti dalla Costituzione e dai Trattati internazionali vigenti”.
I firmatari dell’appello, come si legge nel comunicato, sottolineano anche che “nel 2013 con l’accoglimento della nuova Legge sull’evidenza del diritto di voto, il legislatore ha previsto la tenuta permanente di un registro, ove è indicata l’appartenenza nazionale dei membri delle Comunità Italiana, Ungherese e Rom. Una schedatura permanente, conservata in un registro elettronico, gestito dal Ministero degli Affari Interni. Lo Stato detiene, da allora, una banca dati dei cittadini con indicata l’appartenenza nazionale dei gruppi minoritari, dato personale, sensibile e privato”. Nella nota diffusa dall’Iniziativa civica si evidenzia ancora che, stando ai firmatari dell’appello, “i dati sull’appartenenza alle Comunità Nazionali andrebbero conservati limitatamente e solo al fine di poter consentire ai membri di tali Comunità di esercitare il proprio diritto di voto specifico. Tali elenchi dovrebbero essere conservati e gestiti direttamente da parte delle istituzioni minoritarie, con ferree regole di gestione degli stessi”.

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