DIARIO DI UN DIPLOMATICO Da Trieste a Roma, un percorso singolare

Piazza Sant’Antonio, a Trieste

In gergo diplomatico, quando un diplomatico viene inviato all’estero, si dice che “è andato in missione”. Naturalmente, la missione è contraddistinta dalla destinazione. Così, a me toccò nel 2013, la “missione Roma”. Non era la mia prima missione diplomatica: nei lontani anni Ottanta, quando mi occupavo di ricerche sociali e studi politici, dirigendo un istituto di ricerca a Zagabria, mi era capitata, inaspettatamente, un’offerta di lavoro. L’allora ministro degli Esteri jugoslavo, Josip Vrhovec, che avevo conosciuto già quando da giovane giornalista del settimanale “Studentski list” di Zagabria gli avevo fatto un’intervista – poi ci eravamo visti ripetutamente a dei convegni e conferenze – un bel giorno mi chiamò e si congratulò con me per l’uscita delle “Opere scelte” di Niccolò Machiavelli in due volumi, che io avevo curato e munito di una copiosa prefazione, un po’ lunga a dire la verità, un’ottantina di pagine, e con le note esplicative a piè di pagina per ogni opera di Machiavelli riportata in quei volumi. La stampa croata ne aveva parlato, anche perché avevo offerto una chiave di lettura critica dell’opera nella quale riprendevo un po’ il discorso gramsciano e affermavo che l’opera del Machiavelli avrebbe dovuto essere considerata nel suo contesto storico e politico, e non estrapolata dal suo insieme – cosa valida specialmente per “Il Principe”, l’opera più conosciuta e anche erroneamente interpretata in Croazia. Bene, per tagliar corto, quest’edizione di Machiavelli venne presentata a Zagabria. Lo fece uno dei più grandi conoscitori di Machiavelli, lo storico italiano Giuliano Procacci, che – a quel tempo senatore – arrivò da Roma apposta per questo. Dopo un po’ di tempo, ricevetti anche l’onorificenza di Cavaliere dal Presidente della Repubblica Italiana, che allora era Sandro Pertini. Tutto questo fece pensare a Vrhovec, che aveva seguito la vicenda sui media di Zagabria, che io potessi essere “impiegato” nella diplomazia jugoslava, e volle proporre al Ministero degli Esteri di farmi mandare in “missione” a Trieste, a fare il Console generale della Jugoslavia proprio lì. Mi disse che, essendo io di Fiume e di madre italiana, e adesso anche Cavaliere al merito italiano, questa poteva essere una buona scelta nell’ambito della “politica dei quadri” sia per la Croazia, che per tutto il Paese di allora. A dire il vero, non ci avevo pensato proprio di intraprendere la carriera diplomatica, e poi, a quel tempo, non c’erano concorsi pubblici. Dopo il 1971 le porte del Ministero degli Esteri si aprirono, e ci furono due concorsi pubblici, ma non diventarono mai una prassi regolare, come negli altri Paesi. La diplomazia jugoslava veniva reclutata più o meno in questo modo e secondo la cosiddetta “chiave” nazionale: a ogni Repubblica veniva assegnata una quota, tra Ambasciatori, Consoli, consiglieri d’Ambasciata, e ogni Repubblica doveva, ogni anno, proporre dei nomi di candidati qualificati, provenienti da diversi campi di lavoro: dalle Università, dalle professioni di avvocati, giornalisti, esperti di vari campi – e naturalmente, dai diversi dicasteri dell’amministrazione. Ciò privilegiava, naturalmente, quelli che erano già inseriti, e quelli che già lavoravano nell’amministrazione pubblica – i burocrati e i “quadri” del partito. Per i posti di Consoli, privilegiati erano quelli che lavoravano nella Polizia e specialmente nel temibile “Servizio di sicurezza dello stato”, l’ex UDBA.
Come mi disse Vrhovec, la sua idea era di “democratizzare” la selezione dei candidati, e perciò lui aveva favorito l’inserimento di una professione alla quale anche lui apparteneva – quella dei giornalisti. Aveva fatto, anche lui, in gioventù, il giornalista e perfino il corrispondente da New York, presso le Nazioni Unite.
L’offerta mi sorprese, ma la guardai con buon occhio: in fin dei conti, mia nonna era di Trieste, apparteneva alla numerosa famiglia dei Godina di Servola, e io spesso andavo con lei per le feste familiari a Trieste. Così, Vrhovec convinse la Presidenza della Croazia a inoltrare a Belgrado la proposta di mandarmi a Trieste. A dire il vero, come mi spiegò lo stesso Vrhovec, con questa mossa la Croazia avrebbe tolto alla Slovenia il posto di Console generale a Trieste, che per prassi veniva sempre riconosciuto come priorità di Lubiana: a Trieste e nel Friuli Venezia Giulia vive la minoranza slovena. E io fui mandato a prepararmi per l’esame di Stato in campo diplomatico: dopo sei mesi di preparativi lo superai da vero secchione. Andarono bene specialmente gli esami relativi alle lingue straniere, dove, naturalmente, quello d’italiano andò benissimo; ma riuscii bene anche in inglese, un pò meno in francese. Però, le buone intenzioni di Vrhovec non andarono in porto: la situazione si complicò quando ai vertici jugoslavi fu bocciata la proposta di mandare uno sloveno a Roma come Ambasciatore, e il nuovo ministro degli Esteri Jugoslavo, Raif Dizdarević, riuscì a imporre la scelta di un bosniaco, diplomatico di professione. Gli equilibri tra le Repubbliche jugoslave erano precari e allora gli sloveni andarono su tutte le furie e non accettarono un candidato croato per Console generale jugoslavo a Trieste. Ne seguì una battaglia a livello di Presidenza della Federazione jugoslava, con Stane Dolanc, l’uomo forte del partito, che minacciò di porre il veto se non fosse stato mandato uno sloveno a Trieste, invece del candidato croato, cioè al posto mio. E così, la mia “missione Trieste” naufragò, e come premio di consolazione venni inviato a New York, a dirigere il Centro culturale jugoslavo. Così, a quel tempo, la “politica dei quadri” disponeva della gente, e così invece della “missione Trieste” fui mandato, inaspettatamente per me, negli Stati Uniti…

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