Sergio Machin: «Non abbiamo fatto vedere palla alla Juve»

Il fiumano ricorda il doppio incrocio con i bianconeri nella Coppa delle Coppe. «Cantrida era una bolgia con 25mila persone sugli spalti»

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Sergio Machin: «Non abbiamo fatto vedere palla alla Juve»
Foto: GORAN ŽIKOVIĆ

L’Allianz Stadium di Torino sarà teatro questo pomeriggio dell’amichevole, a porte chiuse, tra Juventus e Rijeka (calcio d’inizio alle 14, diretta su www.juventus.com/it/juventus-tv/). I bianconeri stanno ultimando la preparazione in vista della ripresa della Serie A, fissata per il 4 gennaio, mentre invece i biancocrociati riprenderanno la marcia in campionato il prossimo 21 gennaio al Gradski vrt di Osijek. Dici Juve-Rijeka e il nastro si riavvolge di oltre 40 anni, fino alla stagione 1979/80 e al doppio incrocio nei quarti di finale in Coppa delle Coppe, la competizione riservata alle squadre vincitrici delle Coppe nazionali. Dopo aver eliminato i belgi del Beerschot nei sedicesimi e i cecoslovacchi del Lokomotiv Košice agli ottavi, il sorteggio porta in dote ai fiumani la Juventus di Giovanni Trapattoni. L’andata va in scena il 5 marzo 1980 nella bolgia di Cantrida davanti a 25mila spettatori assiepati in ogni dove. La squadra allenata da Miroslav Blažević, spinta dal proprio pubblico, blocca sullo 0-0 la Vecchia Signora. Un’autentica impresa considerando che dall’altra parte ci sono Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Causio, Bettega… Praticamente l’ossatura della nazionale italiana che due anni più tardi alzerà al cielo la sua terza Coppa del Mondo. Al ritorno a Torino il muro fiumano regge solamente cinque minuti, poi Causio sblocca la partita, mentre al 72’ Bettega chiude i conti fissando il definitivo 2-0. La Juve vola in semifinale, mentre il Rijeka esce a testa altissima. Chi ha vissuto in prima persona quella doppia sfida è Sergio Machin, una delle bandiere del Rijeka di quel periodo.

Pelle d’oca
“Dell’andata ricordo soprattutto l’atmosfera pazzesca con 25mila persone sugli spalti. Una cornice stupenda, da pelle d’oca – racconta l’ex centrocampista fiumano –. Quella Juve era un’autentica corazzata, ma noi eravamo super motivati e infatti in campo abbiamo dato tutto giocando alla pari e non concedendo praticamente niente perciò quello 0-0 valeva quanto una vittoria. Al ritorno abbiamo preso gol subito in apertura, però in quell’occasione siamo stati anche molto sfortunati perché la punizione di Causio era stata deviata dalla barriera con il pallone a beffare Mauro Ravnich. Poi nell’ultimo quarto d’ora avevamo subito il raddoppio, ma non potevamo rimproverarci nulla perché avevamo comunque disputato un’ottima gara tant’è che nel post partita, fuori dallo stadio, avevo ascoltato un’intervista di Zoff in cui diceva di come non gli abbiamo fatto vedere palla. Ed era vero perché avevamo fatto tantissimo possesso, che era un po’ una nostra caratteristica. E va pure detto che nove giocatori di quella Juve avevano poi vinto il Mondiale in Spagna due anni dopo. In fondo anche noi eravamo uno squadrone…”.
Non come il Rijeka di oggi, che invece si barcamena nei bassifondi della classifica, reduce da una prima parte che definire disastrosa sembra quasi un eufemismo. “Fa male vederlo in quella posizione dopo tante stagioni vissute ai vertici e condite da successi e trofei. È difficile costruire una squadra competitiva con poche risorse, però è anche vero che Palikuča ha combinato disastri nel processo di selezione prendendo giocatori non all’altezza. Comunque Jakirović mi ispira fiducia: capisce il calcio, è un grande motivatore e sono certo che saprà mettere in riga la squadra”.

«Dalić poteva osare di più»
Machin ha naturalmente seguito con grande interesse i Mondiali in Qatar, e in particolare la rocambolesca finale tra Argentina e Francia. “In realtà non mi sta simpatica né l’una né l’altra. Gli argentini giocano sporco, sempre al limite del fallo. Senza contare che sono stati anche aiutati con qualche rigore un po’ generoso. Ma soprattutto hanno la fortuna di avere Messi che da solo sposta gli equilibri. Leo il più forte di tutti i tempi? Non mi piace paragonare giocatori di epoche diverse. Comunque a mio avviso rientra tra i cinque calciatori più forti della storia assieme a Pelé, Eusebio, Cruijff e Maradona”.
Una delle sorprese è stata senza dubbio la Croazia, capace di tornare sul podio iridato a quattro anni di distanza dalla piazza d’onore centrata in Russia. “Mai avrei immaginato che sarebbe tornata nuovamente tra le prime quattro. Non perché le mancasse qualità, anzi, ma perché ci sono altre 7-8 nazionali dello stesso livello, se non più forti. Forse però Dalić avrebbe dovuto osare un po’ di più perché in attacco la squadra ha prodotto poco. Tutto troppo impostato sul possesso e sulla difesa. Purtroppo manca un bomber. Kramarić non è una prima punta e in nazionale non ha lo stesso rendimento che ha invece nel club; Livaja è un attaccante extralusso per il campionato croato ma in un Mondiale, contro i difensori più forti del mondo, può fare ben poco; Petković e Budimir sono due doppioni, ovvero giocatori dalle stesse caratteristiche, e io al posto di quest’ultimo avrei portato Čolak che con i Rangers segna a raffica. Credo che anche Oršić avrebbe meritato più spazio vista la sua velocità, le qualità negli inserimenti e quel favoloso destro a giro. Lo so che è facile parlare col senno di poi, però Dalić avrebbe comunque potuto adeguare il gioco alle caratteristiche degli attaccanti a disposizione”.

Festa rovinata
In Qatar è definitivamente esploso tutto il talento di Gvardiol, in corsa fino all’ultimo per il premio di miglior giovane della rassegna iridata, riconoscimento poi finito tra le mani dell’argentino Enzo Fernandez. “Gvardiol avrebbe strameritato quel premio perché ha disputato un torneo praticamente perfetto. Mi ha colpito soprattutto la maturità con cui gioca le partite. Sembrava al quinto Mondiale, non al primo. È davvero raro vedere questo in un giocatore di appena 20 anni. Io avrei assegnato a lui quel premio”.
C’è tuttavia una cosa che ha rovinato la festa per la conquista del terzo posto. In rete è purtroppo diventato virale il video dei festeggiamenti che riprende alcuni giocatori, tra cui Brozović e Lovren, intonare cori e fare gesti utilizzati dal movimento ustascia durante la Seconda guerra mondiale. “Sono scene che fanno male. Una cosa veramente ignobile e di una bassezza indicibile. Con quei cori hanno rovinato tutto. Cose che con lo sport non hanno nulla a che fare”, ha concluso amaramente Sergio Machin.

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