Heber: «Io ho vinto. Ora tocca al Rijeka»

L'attaccante brasiliano Araujo Dos Santos Heber, per due stagioni a Fiume, ha coronato il sogno americano aggiudicandosi pochi giorni fa la MLS Cup con la maglia del New York City FC

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Heber: «Io ho vinto. Ora tocca al Rijeka»

Sono stati diversi i giocatori ad avere fatto breccia nel cuore dei tifosi del Rijeka negli ultimi anni. Uno di questi è sicuramente Araujo Dos Santos, in arte Heber. Il 30.enne attaccante di Colorado do Oeste, municipalità nello stato brasiliano di Rondonia (a ridosso dell’Amazzonia e vicino al confine con la Bolivia), aveva militato in maglia bianca dal 2017 al 2019. Il suo compito non è stato per nulla facile, in quanto doveva raccogliere l’eredità di Roman Bezjak e Mario Gavranović, eroi della storica accoppiata campionato-coppa la stagione precedente. Heber fece eccome il proprio dovere, collezionando 38 presenze e segnando 25 gol. Le ottime prestazioni con la maglia del Rijeka gli valsero nel marzo 2019 la chiamata da parte del New York City FC. Nei piani della società del Bronx il brasiliano era chiamato a prendere il posto di un “certo” David Villa, che aveva deliziato la platea dello Yankee Stadium per quattro anni.

 

La prima stagione nella Grande Mela è stata brillante: 15 gol (con 4 assist) in 22 gare. Poi sono iniziati i problemi fisici e il 2021 si è rivelato per lui un anno molto tribolato. La lesione al legamento crociato anteriore lo ha tenuto fuori per quasi dodici mesi, prima del ritorno in campo a settembre. Il lungo stop si è fatto sentire e gli appena 153 minuti giocati in stagione, con una sola presenza da titolare (nella finale della Eastern Conference con Philadelphia), dimostrano che la strada verso il completo recupero è ancora lunga. Ma anche senza il pieno apporto del suo bomber principe il New York City FC è riuscito a vincere il suo primo titolo MLS, con nei panni dell’eroe Valentin Castellanos, suo compagno di reparto. Ora Heber è finalmente pronto a dar vita a una coppia d’attacco devastante e pertanto i tifosi dei “Bronx Blues” sognano la prossima stagione un legittimo bis. Prima, però, c’è la meritata vacanza e poi, a fine febbraio, si ritornerà in campo.

Heber festeggia dopo un gol

Allora Heber, ci racconti un po’ i tuoi ultimi due anni a New York? Stavolta Babbo Natale è stato di manica larga e vi ha portato un regalo sottoforma del primo titolo MLS nella storia del club…

“I miei compagni di squadra sono stati bravissimi, centrando un successo che ha per certi versi dell’incredibile. Alla vigilia della stagione nessuno ci dava troppo credito, dicendo che siamo la solita squadra artificiale, senz’anima e personalità. Invece si sono dovuti ricredere con il passare dei mesi. La regular season ci è servita per trovare la giusta amalgama. Poi, vedendo che i risultati ci davano ragione, abbiamo cominciato a realizzare che potevamo arrivare davvero molto lontano. Nei play off siamo stati perfetti, superando un ostacolo dietro l’altro. Oltre alla qualità tecnica abbiamo dimostrato anche una forte tenuta mentale. Forse siamo stati agevolati anche dal fatto di non partire favoriti in nessuna gara della post season”.

Nonostante una stagione non certo esaltante, condizionata da problemi fisici, giorni fa è arrivato per te il prolungamento del contratto. Il direttore sportivo, David Lee, ti ha definito come uno dei tre giocatori chiave della squadra, sottolineando che non ci sono parole per descrivere l’impatto che hai avuto con il gruppo dal tuo arrivo nel 2019 a oggi.

“Sì, ho prolungato il contratto fino a dicembre del 2023 con la possibilità di estenderlo ulteriormente. Questo dimostra che la società crede ancora in me. Sono felicissimo di rimanere perché ho trovato un gruppo davvero incredibile. Voglio continuare a lasciare il segno e la prossima stagione sarà una specie di riscatto personale. Quest’anno ho vinto il titolo praticamente da spettatore, nel 2022 voglio farlo da protagonista. A New York mi sento come a casa e il City è diventato la mia famiglia. NY è un posto molto bello dove vivere, non a caso viene definita come la capitale del mondo. Qui non mi manca davvero nulla”.

Il periodo dell’infortunio è stato molto duro…

“Sì, ma per fortuna ho potuto contare sul sostegno di tutti e ciò ha facilitato il recupero. Fisico, ma anche dal punto di vista mentale, perché è in questi momenti che hai bisogno della vicinanza e del calore della gente. Il club continuava a ripetere di credere in me, che sarei tornato più forte di prima. E anche i tifosi mi hanno sostenuto con continui messaggi e incitamenti. Tutto ciò mi ha spinto a impegnarmi ancora di più nella fase di riabilitazione”.

Adesso sei completamente recuperato?

“Sì, anche se mi serve del tempo per tornare ai livelli prima dell’infortunio. La priorità sarà svolgere un’adeguata preparazione invernale. Mi manca la migliore condizione fisica, ma è anche logico dopo uno stop così lungo. Poi avrò bisogno di rientrare negli schemi di squadra e ritagliarmi lo spazio. Sono consapevole che ormai il team ha una sua fisionomia di gioco, con Castellanos giustamente avvantaggiato, ma sono pronto a giocarmi le mie carte”.

Tatticamente parlando, hai trascorso la maggiore parte della carriera da mezzapunta sinistra, mentre da quando sei al City agisci da punta centrale.

“Il New York City aveva disperato bisogno di un centravanti. L’allora allenatore Domènec Torrent capì che avevo anche le caratteristiche tecniche per il classico numero 9. Ha guardato alcune delle mie partite con la maglia del Rijeka, si è informato sul mio conto e mi ha voluto fortemente. La squadra era praticamente costruita, ma mancava ancora il classico centravanti. Non è che mi voglio vantare, ma sono arrivato dopo cinque turni di campionato e da allora la squadra ha iniziato a vincere”.

Sostituire David Villa era un compito… ingrato?

“Sinceramente non mi sono mai posto troppo la questione. Anche perché non c’era modo di sostituire degnamente qualcuno che aveva vinto il Mondiale, gli Europei ed era il top scorer della squadra, oltre che il beniamino dei tifosi. Ho lavorato sodo sin dal primo giorno e con il tempo ho guadagnato la fiducia dell’allenatore, della società e della squadra. Quando ho cominciato a segnare, le cose sono diventate molto più facili”.

A proposito dello spagnolo, è vero che è stato lui a dare semaforo verde al tuo ingaggio?

“Così si dice. Poi la verità la sanno soltanto lui, l’allenatore Torrent e la società. Se è vero, non posso che esserne orgoglioso: ‘benedito’ da Villa per… prendere il suo posto”.

Torniamo un po’ alla MLS Cup. In finale avete battuto il Portland Timbers del tuo compagno di squadra ai tempi del Rijeka, Župarić.

“Una gara molto sofferta, giocata in trasferta e in condizioni meteo proibitive. Il campo era pessimo e, manco a dirlo, Portland partiva favorito. Siamo passati in vantaggio con Castellanos a fine primo tempo e poi abbiamo subito la rabbiosa reazione dell’avversario. Stavamo resistendo bene, ma al 94’ è arrivato il pareggio. Nei supplementari non ci sono stati gol e di conseguenza la partita si è decisa dal dischetto. Loro hanno sbagliato i primi due rigori, noi invece siamo stati più bravi e alla fine abbiamo festeggiato”.

Hai visto Dario dopo la partita?

“Ci siamo ovviamente salutati e abbiamo parlato per un po’. Gli ho detto di non essere triste, che le sconfitte fanno parte dello sport. D’altronde lui lo sa benissimo: due stagioni fa aveva vinto il titolo ed era lui a consolare gli avversari. Poi, ovvio che perdere fa sempre male, soprattutto davanti al proprio pubblico e partendo favorito”.

Il saluto con Dario Župarić, un tempo compagno di squadra e ora avversario

Hai detto che a NY non ti manca nulla e di voler restarci a lungo. Ma come si vive nella Big Apple in epoca di pandemia?

“Direi né meglio né peggio che altrove. La situazione è altrettanto preoccupante anche qui. Negli ultimi giorni i contagi sono aumentati e le misure sanitarie rafforzate. La maggior parte di persone si attiene ai consigli degli esperti. Tuttavia, la NHL ha cancellato diverse partite intorno a Natale, mentre in NBA non ci sono in pratica squadre che non hanno almeno un giocatore nel cosiddetto ‘Covid Protocol’. Speriamo che questo incubo finisca presto e che si torni a vivere in modo normale”.

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“Mi informo regolarmente dei risultati e ogni tanto mi capita di seguire qualche partita. Di rado, comunque, visto che c’è il fuso orario che rende le cose più difficili. Eppoi ho poco tempo a disposizione, tra viaggi lunghi e allenamenti due volte al giorno. Vedo che questa stagione c’è tantissimo equilibrio, il che è in generale un bene per il campionato. Credo che il vincitore si deciderà all’ultimo”.

Ritieni che il Rijeka possa vincere il titolo?

“E perchè no? Non si è mai primi in classifica per caso, non certo per tanto tempo. Da ciò che ho avuto modo di vedere, e che leggo su Internet, il Rijeka ha qualità e fame di successo. L’importante è però crederci sino in fondo, anche quando le cose non vanno come si vorrebbe. Guardate il nostro esempio: non abbiamo disputato certo una regular season memorabile, ma nei play off siamo stati praticamente perfetti. Nella post season di MLS la squadra peggio piazzata fa visita a quella meglio piazzata e di conseguenza noi abbiamo dovuto far visita sia ai New England Revolution che poi a Philadelphia Union nella finale della East Conference e ai Portland Timbers nella finalissima MLS Cup. Non ci siamo mai arresi, andando passo per passo e credendoci sempre. E alla fine abbiamo festeggiato. Io ho vinto il titolo, ora tocca al Rijeka”.

Due parole sullo Slaven Belupo, che ti aveva portato in HNL…

“Spero che si salvi, anzi sono sicuro che lo farà. Vorrei comunque che riuscisse a compiere un salto di qualità e lottare di stagione in stagione per posizioni un po’ più nobili. La gente di Koprivnica se lo merita”.

Tempo fa mi era capitato di leggere una tua intervista a un giornale brasiliano nella quale avevi avuto parole di lode per il periodo vissuto dal 2016 al 2019. Che ricordi hai di Fiume e della Croazia in generale?

“Bellissimi, anzi fantastici. Gli anni che ho trascorso a Fiume sono stati tra i più belli della mia vita. La città è stupenda, un connubio di mare, isole e monti. D’inverno si può sciare alle spalle di Fiume, d’estate invece ci sono tantissime spiagge nelle quali fare un tuffo. E c’è tanto sole. La gente è allegra, il cibo squisito e il posto magnifico. La Croazia mi ricorda tantissimo il Brasile, per quanto è impossibile paragonarli come grandezza del territorio. Anche come mentalità siamo molto simili. Mi ricordo dell’estate 2018, quella dei Mondiali in Russia. La gente era al settimo cielo e non si parlava che della nazionale di Dalić. Come se la vita si fosse fermata e i problemi quotidiani dimenticati del tutto. L’orgoglio nazionale era incredibile. Anche noi brasiliani siamo fatti così e forse è anche questo il motivo per il quale mi sono trovato così bene in Croazia, in pratica come a casa propria. In quanto alla carriera di calciatore, anche in tal contesto è stato un periodo indimenticabile. Sono stato il top scorer del campionato e il migliore giocatore della Prima Lega. Non credo si possa davvero chiedere di più”.

Ti rivedremo presto da queste parti?

“Difficile rispondere a questa domanda. So soltanto che ci tornerò. In Croazia ho lasciato tanti amici e persone stupende. Voglio scoprire tutte le bellezze del territorio”.

Fra un anno ci saranno i Mondiali. Come li vedi?

“Un anno è poco e allo stesso tempo parecchio. Guardiamo l’esempio dell’Italia, che in estate vince gli Europei e in novembre non si qualifica direttamente alla Coppa del Mondo. Premesso che in dodici mesi possono cambiare tante cose, credo che i favoriti saranno quelli di sempre, vale a dire le squadre di maggiore tradizione. Occhio, però, anche alle possibili sorprese. L’esempio della Croazia a Russia 2018 la dice lunga. Poi, come sempre, a decidere saranno i dettagli. Basta una giornata storta per rovinare tutto”.

Per concludere, un messaggio da parte tua…

“Il classico di questi giorni: di trascorrere un sereno Natale e Capodanno. E di guardarsi da questo virus che non ci consente di abbassare mai la guardia. Per tutti è un periodo di grande sofferenza, ma alla fine ce la faremo ad uscirne. Come nel calcio, così anche nella vita è importante lottare, crederci e non arrendersi mai”.

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