Leo Gassmann va bene così

Leo Gassman

Un album che segna l’inizio del mio viaggio per la scala programmata della mia carriera musicale. Un album che mi presenta al grande e piccolo pubblico. Un album dove vengono presentate gran parte delle sonorità che hanno sempre caratterizzato la mia esistenza. Un album che ha come scopo quello di entrare, radicarsi per poi unire i cuori delle persone. Un album che cerca di fondere la mia esistenza con quelle che ho incontrato nel mio percorso. Un album che non ha bisogno di tante presentazioni perché cerca di essere sincero e semplice. Mi chiamo Leo, e questo è Strike, il mio primo album. Rock on!”. Leo sta per Leonardo, ma non uno qualunque. Il cognome è Gassmann e appartiene a una delle famiglie italiane di artisti più note in Italia e all’estero. Impegnativo, e non poco, per un ragazzo romano di soli 21 anni, estremamente talentuoso, che ha deciso, sin da piccolo, d’intraprendere un percorso tutto suo, ben diverso da quello di suo padre, l’attore Alessandro, e di suo nonno, il celebre e indimenticabile Vittorio. Il legame, però, si ferma qui. Sì, perché Leo non è il classico figlio d’arte, ma è molto, tanto di più. Un ragazzo con la testa ben piazzata sulle spalle, profondo e riflessivo, con il pallino della scrittura e la musica nel sangue. Un giovane che si è da poco aggiudicato la vittoria nella categoria Nuove proposte del Festival di Sanremo e ha appena pubblicato – il 7 febbraio scorso – il suo splendido album d’esordio, Strike appunto. Lo abbiamo intervistato per telefono, “beccandolo” a Bologna, tra un viaggio e l’altro che lo vede in giro per l’Italia a promuovere il suo bel CD. La prima domanda riguarda ovviamente Sanremo. Com’è stato, per lui, calcare quell’importante palco? “Un’esperienza indimenticabile, in cui mi sono divertito tantissimo. È stata la mia prima esperienza su un palco del genere e per me un onore poter fare un percorso di questo tipo confrontandomi con degli artisti che stimo e che apprezzo moltissimo”.
Quest’anno l’iter d’accesso al Festival, per quanto riguarda la categoria Giovani, è stato più lungo del solito.
“Sì, siamo partiti a settembre, che eravamo duecento persone. Dopo la prima scrematura, abbiamo dovuto superare vari step, per arrivare infine in otto sul palco dell’Ariston. È qui che si è svolto il confronto vero, che ha portato me e Tecla in finale e anche se l’ho spuntata io, preferisco dire che non c’è mai un vincitore. A vincere è sempre la musica e mi piacerebbe essa venisse vista come un confronto e non come una gara”.
Nonostante ciò, te l’aspettavi di vincere?
“Assolutamente no. Anche perché ho scritto questo brano senza pensare a Sanremo. Poi, con il mio amico Matteo Costanzo, che lo ha arrangiato la scorsa estate, abbiamo deciso di mandarlo al provino del Festival. È passato, e già questo è stato per me un grandissimo risultato. Poi, con l’andare del tempo, ho cominciato a crederci sempre di più, ma non avrei mai pensato di potermi aggiudicare la vittoria. Anche perché su quel palco ho avuto l’onore e il piacere di cantare con artisti che apprezzo tanto, per cui in me non c’era quella presunzione di poterla spuntare”.
Che significato ha per te questa vittoria? Senti che ora le cose stiano cambiando?
“In realtà no. Cerco sempre di vedere la musica come una grande passione e non come un lavoro. Per me è un modo di esprimere me stesso e gli altri, e quindi cerco di vivermi la mia vita senza questa fissa in testa. In questi giorni sono pure tornato all’università, dopo una breve pausa”.
Sei iscritto a Scienze della Comunicazione. È questo il tuo futuro o pensi di dedicarti in tutto e per tutto alla musica?
“La mia vita è la musica e ad essa dedico gran parte del mio tempo. Considero, comunque, lo studio di essenziale importanza poiché mi dà la possibilità di crescere, anche mentalmente, e raccogliere appunto degli spunti d’ispirazione diversi per la mia scrittura, di osservare le cose da angolature diverse e di affrontare varie tematiche che fanno parte, appunto, anche dei miei studi universitari”.
È uscito da poco il tuo primo album in studio. Un bel traguardo. Come sta andando?
“Abbastanza bene. Sono molto soddisfatto. L’ho scritto in un anno e poi arrangiato, con Matteo, poco prima di Sanremo. È stata una gestazione lunga contraddistinta dalla ricerca di un suono particolare. Abbiamo cercato di dare qualità alla musica e di concedere spazio a delle tematiche che ritenevo andassero proposte. Come ad esempio il tema della morte, dell’amore, ma anche della condizione dell’uomo umile che lavora sodo per arrivare a fine mese. Argomenti vari che reputavo fossero importanti e andassero discussi, per cui ho tentato di dare spessore sia ai testi che alla musica. Mi piace usare la forza della parola per lanciare dei messaggi. È questo, d’altronde, il motivo per cui ho scelto di cantare anziché suonare. A volte si nasce con l’esigenza di dire qualcosa e io non ho fatto altro che seguire il mio istinto”.
Il brano proposto a Sanremo tratta l’accettazione…
Esatto. Parla di accettazione personale e cerca di rincuorare le persone nel momento in cui commettono degli errori e subiscono dei fallimenti, senza trovare la forza e lo spunto per superarli. Con questo brano cerco di spronare loro, facendogli capire che gli errori e i fallimenti sono parte della vita e ci rendono unici. Questa canzone me la sono scritta inizialmente per me, per rassicurarmi e incoraggiarmi. Poi ho pensato fosse carino proporla e regalarla anche agli altri”.
La domanda che stiamo per porti probabilmente te la fanno un po’ tutti. Hai un cognome importante. Ne senti la responsabilità?
“Direi che la mia è più una responsabilità psicologica, nel senso che si può sempre scegliere che cosa fare nella vita, ma non dove e in che contesto nascere. Sono orgoglioso del sangue che porto dentro di me, ma la mia strada è diversa. Sono e faccio tutt’altra cosa, che è sempre e comunque arte.”.
Un percorso che i tuoi genitori appoggiano in pieno…
“Certo. Mamma e papà sono felici se sono felice io. Ci confrontiamo e sosteniamo a vicenda”.
Avevi solo due anni quando è morto tuo nonno, il grande Vittorio Gassman. Come ci si sente ad essere il nipote di un personaggio di questo calibro? Come la vivi?
“Essendo così piccolo quando venne a mancare, purtroppo non ho ricordi chiari. Ho però la fortuna d’incontrare spesso persone che hanno apprezzato la sua carriera e lui come uomo. Parlandoci riesco in un certo qual modo a raccogliere determinati frammenti della sua anima, sparsi tutt’intorno, e a ricostruirlo come un puzzle”.
Tornando al tuo percorso artistico, quali sono i tuoi prossimi piani?
“Concluso l’attuale iter promozionale, ad aprile partirò per un tour in giro per l’Italia. L’estate mi vedrà anche sul palco dei vari festival. Spero di potermi poi fermare per qualche settimana e dedicarmi alla scrittura. In realtà i brani ce li ho già, perché scrivo moltissimo, ma avrei bisogno di un po’ di tempo per me, per poter ragionare e fare le cose con calma e per bene”.
Quanto spesso ti viene l’ispirazione giusta?
“Quando provo delle forti emozioni o incontro qualcuno d’interessante, quando viaggio. Sono vari gli spunti. Non riesco mai a sedermi e non avere nulla da raccontare. Diciamo che l’ispirazione è costante”.
Hai un sogno nel cassetto?
“In realtà ne ho tanti di sogni, ma quello vero lo sto già inseguendo. È bello poter portare al mondo i propri messaggi, emozionare la gente regalandole un po’ di serenità. Purtroppo viviamo in un mondo in cui viene troppo spesso valorizzato il brutto, il negativo, e si dimentica il resto, il positivo. Ci sono cose talmente belle in giro, persone con dei caratteri eccezionali alle quali si dovrebbe dare voce. Bisognerebbe essere più uniti per raggiungere determinati obiettivi e superare le difficoltà. Nel mio piccolo, con la mia musica, tento di farlo”.

Facebook Commenti