William Klinger genio e regolatezza

Storico e naturalista fiumano, ha indagato fatti e fenomeni legati all'Adriatico orientale e ai Balcani. Mente vigile e attenta, sempre fedele al metodo scientifico, ha saputo fornire letture non tradizionali e interpretazioni originali e ricche di spunti. La sua scomparsa prematura è una grave perdita per tutta la comunità intellettuale, ma soprattutto per la nostra "little Italy", che lo ha visto crescere.

Foto: Nel Pavletic/PIXSELL

Storico e naturalista fiumano, ha indagato fatti e fenomeni legati all’Adriatico orientale e ai Balcani. Mente vigile e attenta, sempre fedele al metodo scientifico, ha saputo fornire letture non tradizionali e interpretazioni originali e ricche di spunti. La sua scomparsa prematura è una grave perdita per tutta la comunità intellettuale, ma soprattutto per la nostra “little Italy”, che lo ha visto crescere.

“Se l’amico è scomparso, il suo esempio non andrà perduto”. Si conclude così una nota firmata da una lunga lista di storici, colleghi di William Klinger, istriani, triestini, goriziani, e più in generale provenienti da queste nostre zone di confine, che hanno voluto ricordare il ricercatore fiumano residente a Gradisca d’Isonzo, ucciso il 31 gennaio scorso mentre si trovava a New York per ragioni accademiche e con la “speranza “di continuare e approfondire la propria attività scientifica”. “Era uno storico di formazione veramente internazionale e nel pieno della propria giovane maturità intellettuale, grazie ai suoi studi in Italia, Croazia, Austria, Ungheria, Gran Bretagna, alla padronanza di diverse lingue e alla competenza di ricercatore in molti istituti in diversi Stati”, rilevano Amleto Ballarini e Marino Micich (Società di Studi Fiumani a Roma), Marina Cattaruzza (Università di Berna), Bruno Crevato-Selvaggi (direttore del progetto di ricerca Fida, Società Dalmata di Storia Patria a Roma), Giuseppe de Vergottini (Coordinamento Adriatico), Vanni D’Alessio (Università di Napoli e Università di Fiume), Egidio Ivetic (Università di Padova), Adriana Martini (Forum europeo delle associazioni per il patrimonio culturale), Giovanni Radossi e Orietta Moscarda (Centro di Ricerche Storiche di Rovigno), Raffaele Romanelli (La Sapienza Università di Roma), Paolo Sardos Albertini (Lega Nazionale), Donatella Schürzel, (Associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia – Comitato di Roma), Grazia Tatò, Silvano Cavazza e Roberto Spazzali (Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia), Lucio Toth (Federazione delle Associazioni degli esuli istriani fiumani dalmati), Marino Zorzi, Ester Capuzzo, Carlo Cetteo Cipriani e Rita Tolomeo (Società Dalmata di Storia Patria a Roma).
“I suoi interessi di ricerca si concentravano sull’Adriatico orientale e sui Balcani in età moderna e contemporanea; temi che egli affrontava senza adagiarsi negli aspetti locali ma inserendo le sue ricerche in quadri di riferimento di lungo periodo e di ampio spettro internazionale. Questa sua ampia prospettiva gli permetteva di giungere a sintesi interpretative di sorprendente freschezza e di rara efficacia – rimarcano gli studiosi-. William presentava i suoi risultati in convegni con maestria affabulatrice o discuteva con amici in conversazioni sempre intellettualmente vivaci – in italiano, in veneto, in croato, in inglese – sostenute con gioia, ironia, simpatia e sincera passione per la ricerca, per i temi affrontati, per la suggestione delle proprie intuizioni, per le conclusioni cui giungeva”. Diversi enti culturali e scientifici con cui collaborava e i suoi amici, colleghi, compagni di ricerca e di avventure intellettuali hanno dunque voluto salutarlo “con grande commozione”, assumendosi “solenne impegno di ricordarlo in un prossimo futuro con un’opera scientifica che ripercorra e proponga i suoi metodi, le sue opere, le sue idee, la sua figura”.
Una mente brillante, lucida e geniale, uno studioso poliedrico, di ampie vedute, con alle spalle diverse pubblicazioni di respiro internazionale, decine di saggi, interventi e articoli. È quanto invece ribadito in sede di commemorazione alla Comunità degli Italiani di Fiume, negli interventi della presidente del sodalizio di Palazzo Modello, Orietta Marot, della ricercatrice Orietta Moscarda Oblak, del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, dalla sottoscritta, giornalista e caporedattore del quindicinale “Panorama”, dal preside della Facoltà di Filosofia di Fiume, Predrag Šustar, dal direttore del Museo Civico di Fiume, Ervin Dubrović, dalla ricercatrice Carla Konta, della Società italiana per lo studio della storia contemporanea, da Corinna Gerbaz Giuliano, presidente del Comitato esecutivo della CI di Fiume, docente del Dipartimento di Italianistica dell’Ateneo fiumano, nonché caporedattore de “La battana”, da Marino Micich, a nome della Società di Studi Fiumani, da Grazia Tatò, della Deputazione di storia patria per la Venezia Giulia, e da collaboratori e amici di Klinger, tra cui Denis Kuljiš e Fulvio Varljen.
Anche in quell’occasione era stata ribadita la necessità di tributare la sua memoria con un’adeguata opera scientifica. Si stanno intanto già delineando diverse interessanti iniziative tese a raccogliere l’“eredità” storiografica di Klinger: oltre a pubblicazioni monografiche, contenenti suoi testi usciti in varie riviste ed edizioni, sta prendendo corpo, tra Fiume, Rovigno, Roma e Trieste, un convegno incentrato, nella fattispecie, sui suoi lavori sul passato del capoluogo del Quarnero e l’Adriatico orientale, ambito nel quale ha indubbiamente offerto alcuni dei contributi e delle interpretazioni tra i più originali e apprezzati. Parteciperà a questi hommage pure “La battana”, con la quale aveva negli ultimi tempi instaurato una collaborazione più assidua e articolata. In questa ottica, più che doverosa, quindi, la dedica in apertura che gli fa questo primo numero di quest’anno del trimestrale di cultura della Casa editrice EDIT di Fiume.
Del resto, sono riconducibili proprio a “La battana” uno degli ultimi scritti di Klinger che ha visto le stampe. È il saggio Tre secoli di guerre mondiali in Adriatico (1714-2014)(1), nel quale ha proposto una riflessione sulla memoria relativa al conflitto di cent’anni fa, che ancora oggi divide le opinioni e l’attenzione degli Europei, e soprattutto sulla periodizzazione intorno al concetto di scontri epocali che hanno fatto da spartiacque nel “mare nostrum”. Infatti, afferma Klinger, se la guerra del 1914-1918 segnò il declino del Vecchio Continente, determinato dalla “preminenza materiale del capitalismo americano ed ideologica del comunismo europeo”, l’evento decisivo per Mediterraneo ed Adriatico fu la guerra di successione di Spagna (1702-1714), in seguito alla quale l’Austria dovette forzosamente optare per i Balcani quale unica direttrice di espansione possibile. Ripercorrendo per sommi capi le strategie geopolitiche delle grandi potenze europee e le aspirazioni-tensioni nazionali, Klinger arriva al secondo Novecento, concludendo come all’impero multietnico degli Asburgo si sostituì quello jugoslavo, “frutto della penetrazione di Vienna nei Balcani, attuata con gli strumenti diplomatici, culturali, economici e infine ideologici nei due secoli precedenti”.(2)
Poche pagine, ma significative in quanto riflesso della sua personalità di storico, profondo conoscitore della questione fiumana e Adriatica, dell’irredentismo italiano, dei nazionalismi balcanici, del comunismo jugoslavo e dei suoi apparati repressivi, ma anche della sua capacità di individuare (anche nuove) fonti e inquadrarle in schemi e contesti più ampi. La notizia del suo assassinio, avvenuto nel Parco Astoria di New York, ha lasciato esterrefatti e increduli quanti ne hanno conosciuto e apprezzato le doti di studioso severo. William Klinger era nato a Fiume, da una famiglia originaria di Pakrac, il 24 settembre 1972. Compiute le elementari e la media superiore italiana – dove conseguì il diploma di maturità, svolgendo come tesi una ricerca sulla figura di Antonio Grossich -, si era laureato in storia all’Università degli Studi di Trieste nel 1997, con una tesi dal titolo “Leggi e spiegazione in storia: un approccio naturalistico”, mentre frequentava anche l’Università di Klagenfurt, grazie a una borsa di studio ottenuta dal governo austriaco. Specializzatosi alla Central European University di Budapest, nel 2007 aveva conseguito il dottorato all’European University Institute di Fiesole (Firenze), con una tesi intitolata “Negotiating the Nation. Fiume: from Autonomism to State Making (1848-1924)”. Poliglotta – oltre all’italiano parlava croato, tedesco, inglese, russo, ungherese, sloveno e friulano -, mostrava tutti i crismi del vero intellettuale mitteleuropeo, anche se per sbarcare il lunario era costretto a lavorare come casellante in autostrada. Presenza fissa al Festival di Storia di Gorizia, abitava con la famiglia a Gradisca d’Isonzo, era ricercatore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno (al quale prima di partire per gli Stati Uniti aveva da poco consegnato due nuovi saggi su Tito e sulle implicazioni politico-strategiche del suo impero), ma aveva instaurato collaborazioni con più enti e istituti, compresa quella con l’Università di Fiume. Come tanti suoi colleghi, ha convissuto con la difficoltà del lavoro scientifico da free-lance, ma non ha mai smesso di rincorrere la sua passione per l’indagine della storia e dei suoi fenomeni.
Eclettico, vulcanico, anticonformista, geniale ma con un’elevata dose di responsabilità, si era specializzato sulle vicende del confine fra le due guerre, ponendo particolare attenzione alla Jugoslavia di Tito, attirandosi il plauso e le simpatie di Giampaolo Pansa ma anche dello storico inglese Geoffrey Swain, dell’Università di Glasgow, esperto di Russia ed Europa orientale, che ha studiato le vicende del comunismo jugoslavo, lavorando come analista per il servizio informazioni della BBC, ma che ha scritto contributi di importanza fondamentale anche nel campo della storia del movimento operaio russo e sulla Lettonia durante il regime sovietico. Klinger lo intervistò e in seguito riconobbe che fu proprio la ricerca di Swain su Tito a permettergli un primo lavoro di sintesi su Tito(3). Klinger andrà a fondo nella vicenda dell’Ozna, mettendo in luce nuovi aspetti dell’organizzazione e del suo modo d’agire. Il suo libro sulla polizia segreta jugoslava rimane l’unico così esaustivo e in lingua italiana sull’argomento. “Il terrore del popolo. Storia dell’Ozna, la polizia politica di Tito” (Edizioni Italo Svevo, Trieste, 2012), è infatti la prima accurata indagine sui fini e i metodi dell’organizzazione repressiva del regime; un volume risultato di un interesse che si è sviluppato ed è maturato nel tempo. Il lavoro era confluito in un primo saggio, edito dalla Società di Studi Fiumani a Roma, nella sua rivista “Fiume”, dal titolo “Nascita ed evoluzione dell’apparato di sicurezza jugoslavo 1941-1948”(4). Il libro è basato sulla considerevole documentazione prodotta negli anni 1941-1945 dalle strutture del Partito comunista jugoslavo e, soprattutto, sui documenti della polizia politica costituita da Tito nel maggio 1944 allo scopo di perseguire ed eliminare qualunque forma di opposizione interna, ideologica, politica e nazionale. Benché gli archivi militari e dell’apparato jugoslavi non fossero nel 2012 ancora consultabili – scriveva l’autore nella sua Premessa – Klinger ha offerto alla storiografia del totalitarismo novecentesco apporti originali ed anche di rottura con la “tradizione” storico-narrativa precedente, distinguendosi per la speciale attitudine all’indagine su più fronti, così come gli consentivano un’origine e una sensibilità molto lontane dai provincialismi culturali.
“La strage di Vergarolla: fonti jugoslave” è la sua pubblicazione – presentata in forma di opuscolo allegato all’“Arena di Pola”, edito dall’Associazione Libero Comune di Pola in Esilio – sulla carneficina in spiaggia del 1946, che forse non ha portato a scoperte clamorose, ma è vero altrettanto che il ricercatore di origini fiumane ha per primo ispezionato gli archivi di Stato di Belgrado, riesumandovi documenti seppelliti che costituiscono un altro tassello di quel mosaico che un giorno ci permetterà di vedere, forse tutta intera, la verità. Il merito di Klinger è stato quello di aver decostruito e ricomposto tesi in aperto conflitto, ipotesi azzardate e costruzioni fantastiche dell’uno e dell’altro filone agiografico; di aver distinto nettamente tra fatti ed interpretazioni; di aver smascherato l’ideologia dietro la parvenza del giudizio oggettivo e soprattutto di aver fornito una “cornice al quadro”, e cioè descritto accuratamente il contesto storico, politico, demografico e ideologico che fu teatro di una delle maggiori carneficine dell’Italia del Dopoguerra. Klinger ha inoltre rintracciato la tomba al cimitero di Cosala. E dice: sarà poi anche vero che “il nome di Giuseppe Kovacich è comune quasi quanto quello di Mario Rossi”, ma il soggetto da noi rintracciato (partigiano, trentenne nel 1946 e fiumano) risulta essere l’unico, anche se resta vero che “un’informativa di per sé non costituisce una prova certa”.
Quello “jugoslavo” sarà uno dei filoni seguiti da Klinger, che comunque non trascurerà mai di scandagliare il patrimonio documentario della sua città e del suo territorio più vasto, ma anche sulla sua storiografia. Si vedano ad esempio, il saggio su Antonio Grossich e la nascita dei movimenti nazionali a Fiume, pubblicato nella rivista “Quaderni” del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno (vol. XII, Rovigno, 1999), oppure “La Carta del Carnaro: una costituzione per lo Stato libero di Fiume (1920)”, sempre nei “Quaderni” del CRS di Rovigno (vol. XIV, 2003), o “La storiografia di Fiume (1823-1924): una comunità immaginata?”, nei “Quaderni” (vol. XV, 2004). Ancora, per il Centro di Rovigno e le sue riviste, ha prodotto i saggi “Cesare Durando: frammenti della corrispondenza consolare (1887)” – “Atti”, vol. XXXII, 2002; “Emilio Caldara e Fiume” – “Quaderni, vol. XVII, 2006; “Quando è nazione? Una rivisitazione critica delle teorie sul nazionalismo” – “Quaderni”, vol. XVII, 2006; “Le macchinazioni ragusee da ripristinazione della loro Repubblica vanno sempre più realizzandosi: la tentata restaurazione della Repubblica di Ragusa nel 1814” – “Atti”, vol. XXXVIII, 2009; “Lussino, dicembre 1944: operazione “Antagonise” – “Quaderni”, vol. XX, 2009; “A. L. Adamich nei rapporti della Polizei-Hofstelle del 1810 – “Atti,”, vol. XXXIX, 2009; “Roberto Oros di Bartini (Fiume 1897-Mosca 1974)” – “La Ricerca”, n. 56, dicembre 2009; il citato “Josip Broz Tito (1892-1980): un’intervista con Geoffrey Swain”; “Note sulla presenza storica della Foca monaca nell’Adriatico” – “La Ricerca, n. 57, giugno 2010; “Nazionalismo civico ed etnico in Venezia Giulia” – “Ricerche sociali”, n. 18, 2011; “Le origini dei consigli nazionali: una prospettiva euroasiatica” – “Atti”, vol. XXXX, 2011; “La Cunard nel Quarnero: la linea Fiume-New York (1904-1914)” – “Quaderni”, vol. XXII, 2011; “Catture di Squalo Bianco (Carcharodon carcharias, Linnaeus, 1758) nel Quarnero 1872-1909” – “Atti”, vol. XVL, 2011 e “La Ricerca” n. 62, dicembre 2012; “Sulla caccia a Fiume nell’800” – “La Ricerca” n. 60, dicembre 2011; “Crepuscolo adriatico. Nazionalismo e socialismo italiano in Venezia Giulia 1896-1945” – “Quaderni”, vol XXIII, 2012; “Organizzazione del regime fascista nella Provincia del Carnaro (1934-1936) – “Quaderni”, vol. XXIV, 2013; in fase di stampa: “Jugoslavismo e nazionalismo nel carteggio Milovan Đilas – Mate Meštrović (1961-1981)” – “Ricerche sociali“ n. 2014 e “Un fronte unico da Trieste a Salonicco: la Venezia Giulia nella ‘Federazione Balcanica’ (1918-1928)” in “Quaderni, vol. XXV, 2014.
Di Fiume e della sua esperienza zanelliana si era occupato in “Dall’autonomismo alla costituzione dello Stato – Fiume 1848-1918” (“Forme del politico. Studi di storia per Raffaele Romanelli”, a cura di Emmanuel Betta, Daniela Luigia Caglioti, Elena Papadia, Viella, Roma 2012, pp. 45-60), mentre per conto della Società Dalmata di Storia Patria (Roma), rispettivamente la sua collana “Atti e memorie”, ha elaborato il tema. “L’irredentismo impossibile: Fiume e l’Italia (1823-1923)”. Tra gli altri suoi articoli, citiamo l’intervento del 2001 su “La genesi dei movimenti nazionali a Fiume”, edito negli atti del convegno “Fiume nel secolo dei grandi mutamenti” (EDIT, Fiume, 2003), il saggio (con Nenad Labus) “Dorotićeva policijska izvješća o Adamiću”, in AA:VV. “Adamićevo doba (1780-1830), a cura di Ervin Dubrović, vol. I, Muzej grada Rijeke, Fiume, 2005, pp. 223-231 e (sempre con Labus) “Adamić i Hudelist: Doba restauracije”, ibidem, pp. 233-239, quindi “Prva globalizacija: kolonijalna ekspanzija i privilegirane trgovačke kompanije”, in “Adamićevo doba (1780-1830)”, vol. II, Muzej grada Rijeke, Fiume, 2006, opere monografiche che hanno accompagnato l’omonima corposa mostra al Museo civico fiumano, nonché, nell’opera a corredo di un’altra ambiziosa esposizione dell’ente fiumano, allestita pure a Ellis Island, di AA.VV. (a cura di Ervin Dubrović) il saggio introduttivo “Počeci masovne migracije u Ameriku” in “Veliki val iseljavanja iz Srednje Europe u Ameriku 1880-1914”, Muzej grada Rijeke, Fiume, 2012, pp. 11-21.
Anche se il libro che più lo ha reso noto è stato senz’altro “Il terrore del popolo: storia dell’Ozna, la polizia politica di Tito”, e che ha avuto un’eco internazionale, ci soffermiamo invece su quello più “fiumano”, che è scaturito dall’esplorazione degli archivi europei e di alcuni fondi rimasti fino ad allora inediti, “Germania e Fiume. La questione fiumana nella diplomazia tedesca (1921-1924)”, pubblicato per conto della Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia (Trieste, 2011). Klinger ha pubblicato – fornendo la traduzione in italiano – e analizzato i documenti diplomatici del Consolato tedesco a Fiume recuperati alla fine della Seconda guerra mondiale in una miniera di salgemma a Berchtesgaden, che ha microfilmato a Londra e poi restituito (oggi le copie sono consultabili nei National Archives di Londra), schiudendo a scenari europei nei quali la questione fiumana era inserita, a dispetto di quanti l’hanno sempre relegata a una dimensione locale e marginale rispetto ai grandi eventi mondiali. L’originalità del libro sta appunto nell’esame del tema da un punto di vista finora trascurato: la diplomazia della Repubblica di Weimar nel triennio 1921-1924. William Klinger, con un pizzico di provocazione alla storiografia più consolidata, inserisce la prima soluzione data alla questione di Fiume in un’ampia cornice internazionale, dalla crisi austro-jugoslava sulla Carinzia (1920) a quella greco-albanese fino alle tensioni su Corfù tra Italia e Grecia, con l’intervento militare e diplomatico di Mussolini, in seguito al noto incidente di Giannina costata la vita agli uomini della colonna Tellini, inviata per definire i confini tra Albania e Grecia e culminata, appunto, con il bombardamento e la breve occupazione italiana dell’isola ionica (1923). Lo storico ricostruisce pure gli interessi jugoslavi lungo i suoi incerti e giovani confini, caratterizzati da una tendenza a sostenere comitati nazionali e strani movimenti autonomisti, che si palesarono pure a Fiume e nella Venezia Giulia, con lo scopo di porre le premesse per future rivendicazioni territoriali. Seguiamo le note e le osservazioni del console tedesco, Carl Hoffmann, che cerca di rendere al suo ministero degli Esteri, la complessità della situazione economica, le potenzialità di Fiume, gli interessi effettivi delle Potenze sul progetto del Libero Stato e non ultimo quelle intorno alla Raffineria petroli, una delle più grandi del Mediterraneo.
Dal titolo quasi sensazionalistico il lavoro a quattro mani con Denis Kuljiš, “Tito. Le storie sottaciute” (nell’originale “Tito. Neispričane priče”, edito da Nezavisne novine/Paragon, Zagabria 2013), volume che ha per sottotitolo “L’impero segreto di Josip Broz Tito”. A 33 anni dalla scomparsa del “presidente a vita”, ha voluto svelare alcuni tratti della vita del Maresciallo e dell’apparato politico-repressivo di cui si circondò e si servì. Le circa cinquecento pagine di questo suo libro, oltre a documenti d’archivio contengono i racconti di decine di generali e funzionari jugoslavi, britannici e sovietici. Sono confluiti nella pubblicazione materiali raccolti a suo tempo per la realizzazione di un ciclo di documentari televisivi – mai trasmessi – che avrebbe dovuto far luce sulla storia personale di Tito.
Il presidente stesso, in un’intervista registrata a più riprese negli anni Settanta, aveva dato istruzioni e direttrici precise per la raccolta delle testimonianze dei superstiti. Il tutto venne stenografato e inviato a Belgrado, posto sotto la vigilanza del servizio di controspionaggio militare jugoslavo, che all’epoca stava sorvegliando gli uomini dell’entourage più stretto di Tito. L’analisi critica di queste fonti ha consentito ai due autori di far luce sulle tante zone d’ombra e punti da chiarire nella carriera politica di Tito, nella sua “maturazione” da agente del Comintern a leader dell’insurrezione partigiana e a unico rivoluzionario che, dopo Lenin, riuscì a portare a termine con successo un “ribaltone” comunista sul Vecchio Continente. Infatti, nelle numerose opere finora pubblicate sulla guerra partigiana nei Balcani e nelle varie sintesi sulla storia del Partito comunista jugoslavo, non si era mai tentato di spiegare la specificità della “rivoluzione jugoslava”. Ed è appunto questo l’aspetto centrale che hanno voluto trattare Klinger e Kuljiš, mettendo a fuoco il decennio – per molti versi enigmatico – tra il 1934 e il 1944, senza pertanto trascurare i successivi sviluppi e centrare quella che in effetti fu l’autentica “specialità”, il talento di Tito: la tecnica della sopravvivenza.
Resta, invece, in parte quasi sconosciuta – perché è prevalso lo storico – la sua indole naturalista, la grande curiosità che animava Klinger per tutto ciò che riguarda biologia ed ecologia, che lo aveva portato a scoprire l’esistenza di un progetto di “re-wilding” esistente nel nord della Russia, e la rinnovata presenza della Foca monaca lungo le coste istriane e dalmate. È stato abilissimo nel riesumare ed assemblare una lunga serie di essenziali documenti sulla presenza storica, ma anche recente, di questa rarissima specie nell’Adriatico orientale. Scrive Fabio Perco sul sito di Co.Na.Associazione per la Conservazione della Natura “Autore di un notevole saggio su questa specie (Klinger, 2010) si era poi entusiasmato dalle recenti notizie, più o meno attendibili ma sempre comunque interessanti, relative al presunto avvistamento di esemplari di Monachus monachus nelle acque prospicienti la provincia di Trieste e, in particolare, la zona marina di Duino e dintorni. È stato così possibile, assieme, collegare le recenti notizie di più o meno sporadici avvistamenti con quelle indiscutibilmente vere, anche perché ampiamente documentate, relative ad almeno un soggetto che, a partire dalla fine del 2004, ha frequentato la costa istriana, grosso modo a sud del Canal di Leme (Limski Kanal) fino alle prospicienti zone occidentali dell’Isola di Cherso. Dopo qualche tempo di incertezza è apparso chiaro ed evidente che si trattava di un soggetto adulto, di sesso femminile, che frequentava con particolare frequenza la Grotta dei Colombi (Kolombarica) nell’ambito del Parco Nazionale di Promontore (Kamenjak – Premantura), appena a sud di Pola. L’ipotesi che non si trattasse di un singolo soggetto isolato ma che potesse essere in corso un processo, ancorché appena iniziale, di ricolonizzazione, sembrava confermato da una quantità di osservazioni e di pareri, non ultimi quelli autorevoli di Jasna Antolovič di Zagabria e di Emanuele Coppola di Roma, rispettivamente presidenti della Sremedonjevna Medvjedica Grupa e del Gruppo Foca Monaca italiano. È stato da queste fortunate circostanze che con William ho avuto modo di elaborare e pubblicare sul sito della Stazione Biologica Isola Cona (www.sbic.it) un articolo di sintesi, riportando anche, a futura memoria, le osservazioni di vari testimoni oculari (Klinger & Perco, 2011). Più di recente la foca di Promontore aveva dimostrato una sempre maggiore tendenza a farsi osservare, anche da vicino, da un pubblico via via sempre più folto e numeroso, specie nel periodo balneare. Lo stesso William che, grazie alla sua perfetta padronanza di varie lingue (tra le quali oltre al croato, lo sloveno e le altre, per così dire “obbligatorie”, persino l’ungherese) aveva avuto modo di intervistare numerosi osservatori, tra i quali turisti di diverse nazionalità, pescatori e villeggianti, direttamente sul posto, aveva recentissimamente avuto occasione di osservare la ormai “nostra” foca, da tempo nota a livello internazionale col nome di “Adriana”, sulle spiagge prospicienti Sissano (Šišan), lungo la costa meridionale istriana ed a pochi chilometri da Capo Promontore”, ricorda Perco, il quale cita pure le ricerche sullo Squalo bianco. “Il progetto comune era tuttavia di continuare ad indagare assieme sulla presenza della foca nell’Alto Adriatico e di porre le basi, anche collaborando con le autorità locali, per il suo vagheggiato ritorno non solamente con soggetti isolati e in difficoltà (la foca “Adriana” è poi deceduta per varie cause legate all’età avanzata il 25 agosto 2014) ma con una vera e propria popolazione riproduttiva. Per raggiungere questo traguardo sarebbe stato ovviamente necessario un gran lavoro di pubbliche relazioni, a tutti i livelli, cercando di rafforzare la preziosa opera sinora portata a termine dai numerosi colleghi di varie nazionalità. A tale proposito, con i massimi studiosi dell’argomento, William aveva infatti partecipato recentemente a un convegno organizzato a Trieste, dalla Lega Navale. Ricordo come sia stato fondamentale, in quella occasione, il suo contributo tanto in veste di relatore che di vigoroso ed efficacissimo interprete. Ricordo infine una importante conferenza promossa ed organizzata da Emanuele Coppola presso il Museo di Storia Naturale di Venezia, dove William ha potuto esporre con la sua consueta energia, ad un pubblico vasto ed assai interessato, alcuni tra i più notevoli risultati delle sue ricerche nel settore storico – naturalistico. La scomparsa di William – conclude -, segna dunque una battuta d’arresto lungo il corso di vari, ambiziosi, progetti che, senza poter contare sulla sua carica emotiva, la sua competenza ed il suo inarrestabile entusiasmo, faranno certo fatica a proseguire o ad essere portati a compimento”.
Considerati i tanti segni da lui lasciati nel breve, ma intenso tragitto che ha percorso in poco più di quarant’anni di vita, questo excursus non ambisce ad essere né completo né esaustivo. Klinger si è dato generosamente, scrivendo, “investigando” negli archivi, tenendo lezioni all’università e nelle scuole, presentando libri, scrivendo articoli da opinionista (da qualche tempo a questa parte rifletteva sul sito “Žurnalisti”), partecipando a mostre (come quella sull’Accademia di Marina e l’istruzione marittima a Fiume, Buccari e Lussinpiccolo”, da lui curata nel novembre 2013 al Museo civico di Fiume) e convegni (compreso l’ultimo a Ravenna su “Dante e l’irredentismo”, in cui aveva fatto un interessantissimo intervento incentrato sulla Fiume di cent’anni fa in cui l’aveva definita non “una città italiana”, bensì “uno stato italiano” in ragione della sua autonomia nell’ambito della corona ungherese che la metteva al riparo dalla pressione austro-slava che invece subivano le località istriane e dalmate). La sua inimmaginabile morte, a soli 42 anni, marca a lutto la comunità degli storici e degli italiani dell’Adriatico orientale.

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