Dedicato a Ignazio Apolloni. Assenza nel corpo. Vitalità del Pensiero

Dedicato a Ignazio Apolloni. Assenza nel corpo. Vitalità del Pensiero

Ignazio Apolloni (1932-2015)

I miei romanzi non appartengono al genere pop, in voga negli anni trascorsi influenzati dal talento di alcuni autori americani. Sono semmai pregni di ironia quale antidoto all’assuefazione, alla consuetudine inerte. Sul piano formale sono il frutto di una elaborazione attenta a non negare il senso ma anzi a porlo in luce per farne esaltare consistenza e valore.(1)

Cos’è la cultura se non una porta sempre aperta? Per certi versi la sua azione è pari alla resilienza che Ignazio Apolloni traduceva qualche tempo fa in Vorrei che dopo lo zero ci fosse l’uno.
Nel presente del tempo cronologico, ma agente in uno spazio illimitato da confini temporali, mi trovo a scrivere in una storicizzazione ultronea che avvinghia tutte le possibili dimensioni. Avremmo dovuto sentirci entro una decina di giorni per riprendere l’organizzazione della pubblicazione di un volume intenso, straordinario. Un salto del colto creatore di storie che carpivano i segreti del Come legare l’immaginazione fervida con la fisionomia del conoscere e dell’intelletto.
Quei dieci giorni son trascorsi e qualcuno in più. Poi se n’è andato. Il 26 febbraio, alle 23,30.
Incuriosito dal vivere e dal piacere che la vita offre di dinamizzare la conoscenza senza esclusioni, Ignazio Apolloni continua la sua strada. Sebbene il corpo lo abbia abbandonato, il pensiero vive. Ne parlavamo spesso. E se ci fosse il DNA del pensiero? Negli ultimi anni la sua sete di conoscere e creare nuove strutture di parole-cultura aveva toccato la scienza. L’uomo e la misurazione delle condizioni consentibili il passaggio alla grandezza.
Mai l’effimero però e semmai la ricerca del duraturo, del possibile eterno come valore del narrare ed esserci o esserci stati.(2)

Senza la pretesa di riscrivere l’enciclopedia del fare-pensare, Ignazio Apolloni segna il solco entro il quale far ruotare e avanzare ciò che esiste e che, talora, ancora fa esitare o retrocedere rispetto a potenzialità possedute, nel segno della persuasiva rotta intrapresa dalla scienza. E assestare, pertanto, lo scopo della vita; la transeunte fase verso l’avvicinamento al sapere (sono sue parole).
Per questo motivo non oserò trattare di lui traducendo la parola al passato. Ciò che passa è intinto nei colori del grigio; la sua opera, al contrario, è lui, è in lui; nel contempo, impregna l’atmosfera con le sue intuizioni, i suoi rimandi, i recuperi di una memoria che, proprio per questo tramite, riesce ad apparire nella sua vera natura: una ricchezza di variabilità. Il motivo è evidente: Ignazio Apolloni mantiene saldo il grado di comunicabilità con un carico di domande, nelle quali si concentra l’incessante stupore sulla richiesta di allargare la sperimentabilità del possibile e un’attenzione a un esistere di eccelsa qualità. In ciò è tutto il suo carattere esplorativo quale segno di unicità assoluta, nel quale congegnare meccanismi che comportino l’assestamento delle conoscenze, senza che a queste si arrivi in assuefazione: nell’esplorare egli innesca la scintilla per nuovi traguardi, decretando l’esser uomo mediante indagini arrovellate, conflittuali nelle deduzioni e nelle induzioni, ricorrenti come una pletora di esponenziali criteri intuitivi filo-antropologici che rasentano finanche la filo-somatologia.

(…) ciascuno di noi è Dio, già per avere pensato che possa esistere ma sopratutto per il potenziale di creatività che l’uomo di oggi, e quelli che verranno, hanno.

Basti pensare a Samantha Cristoforetti all’interno della sonda spaziale dove resterà sei mesi durante i quali compirà degli esperimenti; ed altresì alla sonda che partita dieci anni fa si è posata dolcemente su una cometa che procede ad una velocità di moltissimo superiore a quella della luce. Il tutto prodromico alle conquiste ulteriori cui è destinato l’uomo(…)(3)
Allora, cosa valutare ai fini di un compendio logico-tematico della traccia da lui segnata? Innanzitutto, la riappropriazione dei codici del libero arbitrio, esaminati sul versante degli scenari culturali nei loro presenti, in una simbiosi d’intuizione, memoria, procedimenti d’indagine a tema e, fondamentale, tutta la gamma di esperienze letterarie, stilistiche, cultural-esperienziali che danno consistenza all’itinerario di saggezza. Questa la natura dell’attività scrittoria di Ignazio Apolloni: impregnata di qualità manipolative per una curiosità che spinge a voler creare successivamente alla teoria, comporta la determinazione di una struttura (linguistico-comunicazionale) idopoietica. In tal senso egli mantiene la volontà attuativa di superare le limitatezze e accostarsi a ciò che fa la differenza tra uomo e Uomo. E non è parlar volatile: la promessa coinvolge implicitamente coloro i quali vogliano trarre beneficio (attuativo) dal conoscere quale attività auto-implementativa, perché non ristagni in un credo amorfo. In esame è la gestione della conoscenza nel suo onnicentrico saper conoscere e portarsi a conoscere, che lo stesso Apolloni traduceva qualche anno fa con un sintetico ed evocativo

Vorrei poter saltare da una costellazione all’altra senza cadere nel vuoto.

Risoluto nella facoltà umana di esplorare, è il timore del vuoto ad azionare la parola apolloniana. È lui stesso a puntualizzarlo nella lettera intitolata “La mia poetica”, nella quale spiega le caratteristiche innate dei suoi lavori di scrittura:

Parlano (il riferimento è ai suoi libri) piuttosto di desideri e ansie di ricerca sul possibile dopo, quando cioè l’uomo si sarà seduto sul trono dell’Universo epperò intanto cercano e coltivano la saggezza. Certamente nei miei libri ci sono le memorie, i miei ricordi, i miei viaggi ma mai soggettivizzati, lasciando perciò alla fantasia di riempire i vuoti.(4)

Nella sua intuibilità, il timore del vuoto può addirittura rendere più consistente l’incontro accidentale e proficuo tra la parola-esternazione di percorsi pensativi esperienziali e l’enorme spazio occupato dagli avanzamenti scientifici. Come si vede, la macro-area in cui si muove Apolloni acquisisce una caratteristica anamnesi tropica che rimanda al linguista Austin, per il quale le parole fanno le cose, in ciò manifestando una valorialità performativa. In tal senso Apolloni fertilizza la sua sete di sapere, quell’assillo quasi ergonomico con decisivo distacco dall’abuso auto-riflettente di un pregiudizio sull’esaurimento di ogni forma di logica, di razionalità (sono sue parole).
Anticipato da segnali incontrovertibili sul pensiero che ha fede nelle capacità dell’uomo di porgersi in un continuum fino a scalare le vette della probabilità che lo renderà grande, Ignazio Apolloni – in un incastro di ruoli intercambiabili – imbastisce la rotta verso un traguardo consolidato da ricerche, affidandosi alla capacità e al volume di memoria, sì che emergano anche le diverse angolature di centri nevralgici coniugati con l’evoluzione della civiltà, al fine di contrastare la banalizzazione del sapere con la concretizzazione del sapere. Si rinverdisce così la tensione dell’Uomo il quale, nell’interrogare-interrogarsi, costruisce costantemente se stesso.
In questa luce è l’incidenza accelerativa dei quesiti che muovono l’artista-autore Apolloni sin dall’esordio nella letteratura, anche in forma di poesia, sì che egli appaia nuovamente ribellarsi alla coltre entropica che, rasentando l’assurdo, sembra la carica dei sopravvissuti in un mondo a latere. Uscendo costantemente da se stesso, egli ascolta perché predisposto all’ascolto. La sua voce s’insedia negli angoli e trasforma la parola scritta. In tal caso mi sovviene il problematicismo di U. Spirito, al quale, ritengo si colleghi il carattere saliente nel processo del sapere e che tiene a distanza il nostro da qualsiasi definitività.
In questo modo si può ammettere che Apolloni si rivolga all’uomo nella fase di risveglio dalla lunga infanzia, nel corso della quale è finito nella trappola ambientale ridotta a specchio di sé. In essa, al fine di sfuggire, l’uomo ha favorito la forza fisica, dimenticando che la sua energia dipende dalla congiunzione di corpo e mente; che tramite il linguaggio si consolida il rapporto fisicità-ragione, sì da creare una sostanza di memoria. Ma qui l’appunto. Secondo E. Karnel la memoria ha andamento duplice: uno legato a elementi singoli, disponibili a tutti; l’altro legato a situazioni (fase verbale). È da questa seconda dimensione che il progredire dell’uomo è congegnato.
Per questo motivo il temporaneo – qualsiasi sia l’effetto, di natura psichica o fisica – prevede una sperequazione di giudizio tale da scavare un varco tra gli orizzonti che l’uomo pone per se stesso. Il che rientra a pieno titolo nel non-progetto di Leonardo, consistente nell’evitare di promulgare tante delle sue invenzioni, che pure avrebbero accelerato la corsa al progresso di almeno cinquecento anni – come Apolloni scrive nella pubblicazione dal titolo secco e sostanziale: “DNA”(5). In quest’opera sono riprese alcune tematiche tracciate fin dagli anni ‘60, anni in cui forte e quasi materico si avvertiva l’impegno con l’evoluzione scientifico-tecnologica.

Cosa farne di miliardi di esseri umani che si trascinano senza alcuna forma di volontà o decisionale?(6)

Un progetto acquisita valore enosigetico se riesce a scuotere dal torpore che inganna con le sue cromie, le false metamorfosi, lasciando solo un’oscillazione dall’apparente moto. È quanto Apolloni evidenzia in uno dei quesiti che riportano il tormento dell’originale “E dopo?” (1973):

Avendo vaticinato e conclamato il Dopo come termine ultimo della ricerca scientifica mi accorgo ora dell’inesattezza della formulazione (…). Mi sfuggiva infatti l’ipotesi dell’à rebours che renderebbe l’universo inconoscibile del tutto e ancor meno indistruttibile per volontà dell’uomo. In altri termini viviamo all’interno dell’eternità.
(…) apparentemente impossibile sembra già l’appropriazione del tutto quale finalità della conoscenza.(7)

Uomo del Rinascimento, dell’Illuminismo, del pragmatismo, Apolloni vive in uno spazio aperto post-moderno e ultra-temporale in una motion building(8) quale corposità che si muove con il carico delle fondamenta costruite da ciascun’esperienza d’ogni genere efficiente. Da perfetto ingegno futurista, egli dà vita ad un adattamento meditativo che confronta tutto ciò che viene cromatizzato dalla fantasia attiva, da un’immaginazione che molto deve ad una percentuale genetica, e che soddisfa un’educazione concepita attraverso l’ambiente che il soggetto costruisce di volta in volta per sé, inserendo meccanismi per accedere ad una mutua compensazione derivante dall’ambiente e fertile per l’ambiente stesso.
C’è da credere che al futuro saremmo arrivati prima. E quale futuro? Il futuro in cui assillante è l’oscillazione del quesito E dopo?

(…)
Confini più vasti si apriranno al suo sapere, al suo potere
al suo dominio del mondo, dopo il nulla.
Alla ricerca della felicità nella sapienza
l’uomo è lanciato nella corsa contro il tempo
per conoscerne le leggi, per modificarne il corso,
per sedersi su trono dell’Universo. E dopo? (9)

Qualsiasi ambito si consideri – artistico, ingegneristico, istruzionale, eccetera – l’intelletto agisce secondo una campionatura di funzionalità che non è secondaria a nulla, ma, anzi, agisce di pari passo alla maniera individuale, che sarà più o meno libera, disinvolta, impegnata, coinvolta, determinata, quanto più sarà compensata con la consapevolezza di sfruttare anche gli ostacoli, le intervenienze. È una maniera che riconosco a Ignazio Apolloni nel particolare modo di concepire soluzioni di pensiero costantemente modificato-modificante e potenziato-potenziante. Insomma, una cura per agevolare il progetto intorno alla strutturazione coesa della grandezza dell’uomo. Il suo impegno. Come già detto, dalle prime esperienze con l’Antigruppo (movimento culturale nato nel 1963 e del quale Ignazio Apolloni è uno dei padri) e, ancor prima, nella concitazione derivante dall’incontro con realtà nuove che hanno sedimentato in lui una vera e propria cultura della cultura (la sua lunga esperienza negli Stati Uniti e i numerosi viaggi nel mondo e intorno al ruolo dell’uomo) egli ricorre alla parola quale incessante e febbrile elicitazione alla competizione con se stesso, forte di un bagaglio sempre più provvido di facoltà.
Così, infatti, egli si esprime riguardo al dettagliato criterio che ha sedimentato una scrittura penetrante, unica, guizzante, profonda, in una dimensione collocabile solo fuori da canoni esclusivamente descrittivi e, ciò pertanto, tendenti alla conclusività:

Forse vi è riconoscibile l’uso del diario, la successione temporale, e invece molte scene sono completamente fuori del tempo, del Cronos. Manca pure l’autofiction, importante per se stesso non certo per il lettore, a meno che non cerchi un pilastro sul quale sedersi da stilita.(10)

Come uno scienziato, Ignazio Apolloni penetra, per il tramite della parola che oralizza la meditazione dopo averne assestato il segno scritto, le segrete stanze della natura, ne sente la voce. Ne ricompone il diagramma in un’inquietudine fertile, adducendo nuove complessità. Nuovi tormenti. Mai saturo.
(…) la letteratura è inesauribile. Continuerà a produrre miti nei quali identificarsi o ideologizzare i propri e gli altrui comportamenti. Non ci sarà da stupirsi se di tanto in tanto apparirà un nuovo astro all’orizzonte, così come continua ad avvenire in natura.(11)

Quando lo scrittore mette il punto all’ultima parola di un libro, per quanti leggono esclusivamente segnali di superficie la storia contenuta assume l’aspetto di una vicenda trascorsa.
Eppure, nell’immediato la mente organizza un nuovo viaggio con un’aspettativa nuova. Dalla chiusura a un nuovo inizio. L’infinente inizio di Ignazio Apolloni.

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