Scegli la tua carta… Ma che sia di qualità

La Modiano a 150 anni dalla fondazione: l’IRCI di via Torino a Trieste dedica una mostra alla cartellonistica e alle immagini pubblicitarie disegnando i contorni di una vicenda legata ad opere d’arte di grande valore e a nomi di chiara fama

Un continuo viavai di visitatori alla mostra allestita in via Torino a cura di Piero Delbello e con la consulenza della Modiano.

I Crechici a Zara vantano una presenza antica. A Trieste il loro nome si salda con quello dei Modiano per ragioni imprenditoriali molto più recenti ma non certo meno affascinanti della lunga storia della famiglia.
Incontriamo il presidente della famosa azienda di produzione di carte da gioco e giochi sociali, Stefano Crechici, alla mostra allestita dall’IRCI nel palazzo di via Torino, nel 150.esimo dalla fondazione dell’azienda. È grazie alla Modiano che è stato possibile esporre pezzi unici di un archivio vastissimo che riassume un percorso virtuoso.
Il pubblico ha avuto modo di ammirare i cartelloni pubblicitari d’inizio Novecento firmati da un gruppo di artisti di chiara fama, la bellezza senza mezzi termini che, in certi momenti si sostituisce al prodotto stesso vivendo di vita propria nel mondo dell’arte. Sarà Giuseppe Sigon, pittore e antesignano designer di manifesti promozionali, a creare il settore cromolitografico dello stabilimento Modiano, stabilitosi dal 1873 in via dei Leo. Da direttore responsabile chiamerà a collaborare in azienda gli amici dello storico Circolo Artistico: Scomparini, Lomza, Croatto, Cambon, Orell, Grimani, Wostry, Fiumani, Finetti, Timmel e altri giovani autori di quegli anni così gloriosi per Trieste.
Ma da dove nasce il connubio Modiano-Crechici e che cosa c’è a monte?
“Veramente vuole conoscere la storia della famiglia? – Sorride Stefano e spiega: – Il nonno di mio padre, nato a Scardona, era un politico in vista, si chiamava Natale Krekich, già suo padre e suo nonno avevano rivestito incarichi importanti, pretori a metà Ottocento. Natale divenne anche senatore della Dieta dalmata, uno dei rappresentanti della cultura italiana in Austria; nel 1933 divenne senatore del Regno, morì nel ’38 dopo aver partecipato attivamente alla firma del Trattato di Rapallo. Aveva sei figli: uno di questi, Vittore Crechici, padre di mio padre, mantenne il cognome nella forma italiana, un altro fratello nella forma con la K, mentre nella famiglia si conta anche un ramo austriaco, capostipite Hans von Krekich, nobile, entomologo. Ma non mancano legami con altre famiglie del territorio come quella dei Strassoldo…. Sono scampoli di storia captati in casa, nei discorsi dei parenti che si intrecciavano con quelli della famiglia materna di San Stino di Livenza, veneti de tera con oltremarini di Dalmazia”.

Stefano Crechici, al centro nella foto, con il presidente dell’Irci, Franco Degrassi mentre illustra i risvolti di una collaborazione

Il nonno Vittore naturalmente non l’hai conosciuto…
“È mancato negli anni Cinquanta, molto prima che io nascessi. Aveva sposato Olga de Portada, dell’isola di Pago, nata nel 1896 in Argentina, dove la famiglia era emigrata. Poi rientrarono nel 1910. Suo padre morì abbastanza giovane, prima della prima guerra mondiale”.
Storia che ha appreso anche durante le vacanze in Dalmazia?
“Certamente. Fino al 1988 scendevamo in barca per rimanere tra le isole e la costa tutta l’estate. Un rapporto che si è interrotto dopo la guerra degli anni Novanta, anche perché avevo ormai raggiunto l’età del viaggio da solo o in compagnia di coetanei. Ma quelle estati di mare totale rimangono come un ricordo importante e bello: un mese a veleggiare all’interno dell’arcipelago delle Incoronate. Ho ricordi dell’eleganza di Zara. Il concetto di mare per me è legato a quello della Dalmazia e a quei cieli stellati senza inquinamento luminoso. A terra si scendeva brevemente, rimanendo nelle baiette. A Zara era rimasta una sorella della nonna paterna, sposata Pivac. Si andava a casa loro: il marito che era stato proprietario di un’azienda di liquori, dopo la confisca da parte degli jugoslavi nel dopoguerra, s’era rassegnato a lavorare come dipendente”.
Chi incontravate durante le vostre peregrinazioni per mare e porti?
“Mio padre conosceva bene Ottavio Missoni che come noi puntava verso la Dalmazia in estate. Aveva appreso durante un colloquio di suo padre con il padre di Ottavio Missoni, sulle rive di Trieste, la notizia della cattura da parte degli inglesi del figlio Ottavio. Commento del padre di Ottavio: sarebbe stato meglio se avesse corso per sfuggire alla cattura degli inglesi in Africa, come corse alle Olimpiadi del ‘48: si sarebbe evitato la prigionia… Con mio padre da ragazzino andavo ai Raduni dei Dalmati, poi lui ha continuato senza di me”.

Carte da gioco, una varietà che permette di studiare la storia e la geografia attraverso gusti ed abitudini dei giocatori

Ma come è stato l’incontro con le carte da gioco?
“Erano gli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso. Mio padre, lasciata l’Università, iniziò a lavorare in una piccola azienda di carte da gioco del cognato, la Cambissa. Si occupava del settore commerciale. Ma nel 1964 la ditta venne acquistata dalla Modiano: di conseguenza, con i suoi colleghi giovani, rimase senza lavoro. Così ebbero l’idea di creare la Grafad, per produrre scatolette, imballaggi, astucci pieghevoli, anche per la Johnson&Johnson. Nel 1987 la Modiano era pronta a vendere, ma c’era l’ostacolo dei 138 dipendenti da sistemare. Prevalse l’idea di trovare una realtà che potesse continuare la loro opera, ovvero produrre carte da gioco di alta qualità nella loro splendida fabbrica di via Pascoli. Fu così che la scelta cadde sulla Grafad, che trasferì tutto nello stabilimento in zona industriale tra il 1987 e il 1988, sia le macchine che gli operai, cercando di non licenziare nessuno. Più tardi la produzione di carte da sigaretta venne ceduta a una multinazionale belga. Quindi si mantenne solo il reparto carte da gioco”.

Opera di Farkas Molnar, il contributo di Budapest alla storia della Modiano

Con quale spirito, quale era la filosofia di base?
“Era una sfida per il mantenimento della qualità. Le carte da gioco godevano di tutti gli impianti all’altezza del compito, con i profili giusti e la capacità di una stampa d’alta precisione. Così fino al 2000, quando un socio è mancato, gli altri maturarono la pensione: a quel punto sono entrato io, lasciando lo studio di avvocato dopo aver fatto un Erasmus in Germania, una tesi sul diritto tedesco a Monaco di Baviera, e aver lavorato a Francoforte per un anno. L’export in azienda era del 15 %, l’ho portato al 65 % di oggi. Alle carte da gioco abbiamo aggiunto i tarocchi e i giochi di società. Abbiamo 65 dipendenti, di cui 45 operai e 20 impiegati”.
Nel vostro campo siete un’eccellenza: che cosa ci vuole per mantenerla?
“Non basta fare bene il nostro lavoro: ciò che conta è la garanzia che può dare il marchio al quale il giocatore si affida per cui deve esprimere la perfezione. Oggi possiamo contare su strumenti ottici che controllano lo stampato, i fogli che hanno anche il minimo difetto vengono scartati”.
Covid, globalizzazione, come sta cambiando il vostro mondo?
“Dagli anni Novanta a oggi un’azienda belga ha cominciato a comprare tutte le realtà simili alla nostra. Siamo solo in quattro a mantenere l’indipendenza: la Modiano, la veneta Dal Negro, un’azienda di Vienna e una polacca. Tutti gli altri sono stati fagocitati. Il Covid ha compattato le famiglie, abbiamo avuto un’incredibile richiesta di carte e giochi di società mentre svanivano le forniture nei casinò e altri luoghi pubblici. Alla fine è stato raggiunto un equilibrio”.
Ma quali saranno le battaglie nel futuro?
“Sarà necessario individuare nicchie di mercato dove imporci con la qualità e l’eccellenza. Grazie alla qualità oggi raggiungiamo 8/9 milioni di fatturato. Nonostante il mercato sia diminuito negli ultimi anni, in Italia continua a mantenersi buono. Il coronavirus ci ha imposto un aumento di produzione e si prospetta un ulteriore incremento. Lavoriamo 24 ore su 24, pur avendo portato le linee da taglio da tre a sei”.

L’inconfondibile marchio Modiano

Ma alle mostre che abbiamo visto a Trieste e a Fiume, che vi hanno portati in Italia e all’estero, vedi Budapest, contribuisce un altro settore dell’azienda, l’archivio storico della Modiano…
“Tra le nostre responsabilità, nonché fiore all’occhiello, i 120 anni di storia della famiglia Modiano. Abbiamo acquisito un archivio pieno di storia, che ha sopportato due guerre mondiali e un bombardamento in via Pascoli, purtroppo con diversi morti. Un archivio che va curato e preservato. Negli anni Novanta abbiamo fatto una ricerca a Budapest per capire se fossero rimasti gli archivi, ma non è stato possibile approfondire. Forse un giorno… Anche a Fiume c’era una filiale della Modiano per la produzione di carte da gioco e di cartine da sigaretta. L’archivio è stato sistemato e oggi è sotto vincolo della Soprintendenza e quindi non può essere né venduto né disperso nei singoli pezzi, perché patrimonio di tutti. In compenso siamo a disposizione per prestiti in caso di mostre, per farli conoscere al mondo. Attualmente alcuni capolavori sono visibili in via Torino alla mostra allestita dall’IRCI”.
Chi se ne occupa materialmente?
“Per anni, anima dell’archivio, è stato il fiumano Claudio Dubs. Mi piaceva sentirlo raccontare di suo padre che era uno degli orchestrali del Teatro Verdi di Fiume. Poi l’esodo aveva portato la famiglia a Chiavari, Milano, ma il signor Dubs tornava durante le vacanze, per rivedere la sua città e, a Fiume, finì per innamorarsi della futura moglie. Dopo la pensione si è trasferito a Varaždin, dove la moglie ha una casa di famiglia. Alla Modiano si occupava di produzione e di qualità e poi per passione iniziò a occuparsi dell’archivio, per cui le due mostre organizzate a Fiume durante le Giornate della Cultura italiana del Consolato, le aveva curate lui. Poi ci sono state esposizioni a Bruxelles, Berlino, Gorizia, Romans d’Isonzo, Monfalcone… e ci piacerebbe, portare la mostra a Zagabria”.
Un sogno?
“Vorrei poter realizzare un grande museo dell’azienda, magari con un progetto europeo, nel quale esporre queste opere di grande valore e qualità, ma anche tutti i cataloghi, con altri da realizzarne, magari dedicandone uno a ciascun autore. C’è un quadro, che abbiamo esposto a Gorizia, di Cambon, dedicato alla Venere che esce dalle acque, che ha misure particolari: 4,5 metri per 2,5: ha bisogno di uno spazio adeguato. Certo il museo verrebbe seguito da professionisti, bisogna avere grande conoscenza e sensibilità. Perché è giusto sapere che nelle carte da gioco sono racchiuse sia cultura che tradizione. Pochi sanno che lungo le coste del Mare Adriatico si gioca con un tipo di carte, le Triestine. Sul Lago di Garda si differenziano da una sponda all’altra, mentre un veneziano e un dalmato usano il medesimo tipo di carte. Il che rende un torneo mondiale praticamente impossibile. È curioso, ma storicamente plausibile che Turchia e Genova usino le medesime carte. Mentre con le piacentine si gioca a Roma e in tutti i territori all’interno dei confini papali. Con le magiare si gioca in Ungheria, a Fiume e in Montenegro. Studiando le carte si può studiare la storia”.
La famiglia Modiano proviene da Salonicco.
“Saul David Modiano era nato a Salonicco in una famiglia di commercianti, approdata a Trieste nel 1868 con lo scopo di sviluppare il traffico commerciale con l’Oriente. Considerata la forte richiesta di cartine da sigarette in Italia, decise di avviare una nuova attività industriale nella città giuliana in questo ramo. Nel 1884 ampliò la gamma dei suoi prodotti, avviando una litografia che fece scuola per le riproduzioni artistiche e per la produzione di carte da gioco. Modiano oggi è la sintesi di una grande tradizione secolare. Non è strano che ci sia addirittura un mercato Modiano a Salonicco che stanno ristrutturando. C’è addirittura un premio Nobel nella famiglia Modiano… come nella nostra c’è un famoso professore medievalista a Los Angeles. Ma il nostro è anche un lavoro di continuo rinnovamento, quindi tradizione ma anche spirito giovane”.
E in lei cosa c’è di dalmato?
“La stazza” – risponde divertito, consapevole delle mille strade adriatico-europee di una famiglia che continua a contare.

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