Il violoncellista Massimo Favento ci racconta la vicenda di Eugenio Visnoviz

È possibile far parlare un musicista di sé stesso se non attraverso i compositori ai quali si sente profondamente legato, intimamente, in modo forte, totale? La risposta è no, almeno che non si ragioni di radici, legami familiari e quelli con la terra d’origine in questo nostro mondo di storia travagliata, in cui il confine non smette di metterci lo zampino, sempre e comunque.

Per Massimo Favento, violoncellista nato a Trieste, sotto questo cielo d’Europa che s’apre a est alle origine della sua famiglia capodistriana, uno dei riferimenti è Eugenio Visnoviz. Già il fatto che il cognome del compositore e pianista abbia grafie diverse, a seconda dei momenti e dei periodi storici, la dice lunga sui percorsi di una vicenda umana oltre che artistica che ne fanno un esempio tragico e molto indicativo.
Favento è una fucina di progetti artistici, per i quali scrive testi, riesumando fatti storici e personaggi sempre di grande attualità e ai quali partecipa con il suo gruppo di ricerca ed esecuzione musicale. Solo qualche settimana fa l’abbiamo seguito in “La felicità di Trieste. Giacomo Casanova nella città della Sovrana”, spettacolo che racconta l’imperatrice Maria Teresa alla quale Trieste ha dedicato una grande mostra. E domani, domenica 18 marzo, Favento ritorna in scena con alcuni suoi collaboratori nella Sala del Parlamento del Castello di Udine per presentare “Una musica per la… Vittoria?” prodotto dall’Associazione Culturale Mamarogi e dal Gruppo Strumentale Lumen Harmonicum per la Rassegna “Note in Castello” organizzata dall’Ente Regionale Teatrale dell’FVG in collaborazione con il Comune di Udine e i Civici Musei di Udine. L’occasione è chiara: i cent’anni della fine della Grande Guerra.
“Proprio nella primavera del 1918 – spiega Favento – ricominciarono i combattimenti sul fronte del Piave, quei combattimenti sanguinosi ed estenuanti che per l’Austria-Ungheria erano gli ultimi sforzi per vincere e mantenere in vita un Impero sempre più malridotto, per l’Italia l’occasione per la grande rivincita dopo Caporetto, rivincita che nell’autunno successivo, con la conclusiva battaglia di Vittorio Veneto, vide l’arrivo dei fanti italiani a Trento e Trieste”.

Che cosa coglie il musicista di questi momenti fondanti?

“Fu un momento epocale per le nostre terre, un momento di svolta come pochi nella storia. Spesso capita che gli artisti siano chiamati a immortalare questi fatti con opere letterarie, poesie, monumenti, statue, quadri e anche composizioni musicali. In queste occasioni il compito dell’artista è semplice soltanto se la sua opinione è ben chiara e definita: chi per la Vittoria, chi per la Sconfitta… Molto difficile è invece la posizione di quegli artisti che vivendo proprio sul confine possono gioire e soffrire per la Vittoria e la Sconfitta allo stesso tempo, affrontando un tormentato conflitto di coscienza”.

È questa la sua vicenda, l’eterna dicotomia, è questo il legame con la storia familiare?

“Noi gente di confine siamo figli di racconti infiniti, succhiati col latte materno. Provengo da famiglie capodistriane quali Favento e Depangher, ma anche Rossetti di Chioggia e Venezia trapiantanti a Pirano e incrociati ai Petronio. Da una parte il legame con le attività saldate alla terra e dall’altra a quelle del mare. Facile per i nostri nonni parlare di arrivi e partenze da Trieste verso New York o Buenos Aires, in una visione del mondo aperta, ricca, densa di aneddoti che da ragazzino e adolescente succhiavo come una spugna, sempre curioso, sempre affascinato da questa saga immensa. Immaginavo il capitano Depangher che dopo aver navigato per una vita decide di fare il grande passo, molla il mare e investe tutti i suoi averi in un’attività in America. Ma è il 1929 con tutto ciò che ne consegue. El perde tuto e el torna a Capodistria, a remenarse vizin ala Porporela!”.

Cosa le ha insegnato tutto ciò?

“A sviluppare una coscienza antimilitarista e pacifista. La nonna Depangher era parente della mamma di Nazario Sauro, sapeva bene cosa aveva comportato l’irredentismo, nel bene e nel male. Dalle nostre parti era facile diventare un alleato o un nemico. Un colpo di fucile, da qualche parte in Europa e le sorti diventavano altalenanti. Ecco perché siamo così diversi”.

Come Eugenio Visnoviz. Perché si è appassionato tanto alla sua storia?

“Perché ha reso Trieste, con i suoi colleghi e maestri, la ‘Città Musicalissima’, città dei 10.000 pianoforti agli inizi del ‘900, una città più di esecutori che di compositori, tutti comunque dei Grandi Maestri come Skolek, Curellich, Jancovich, Illersberg, Zuccoli e Kessissoglù. Sono laureato in legge, ma anche diplomato al Conservatorio Tartini in Bibliografia musicale, svolgo la libera professione come violoncellista. La ricerca storica è una passione che, abbinata alla musica, mi ha portato a scavare nella vita e nelle opere di autori come Visnoviz”.

Che cosa ha scoperto su di lui? Chi era Eugenio Visnoviz?

“Viozzi lo definì: “Angelica figura” della musica. Era nato nel 1906, autentico talento componeva a quindici anni, era stimato da Smareglia, Illersberg e Barison ma morì nel 1931 a soli 25 anni. Incidente? Molti definirono così la sua prematura scomparsa. Non fu così. Suicidio? Non lo definirei neanche in questo modo. Si lasciò morire per una vera e propria intossicazione musicale in una città controversa. In una recensione al mio libro sugli aspetti della sua musica, il noto critico Kanzian volle parlare di contestualizzazione temporale, ovvero, mentre l’aspetto creativo primario annaspava nel difficile problema dei riferimenti editoriali e stilistici tra ambiente italiano, a cui sempre più Visnoviz apparteneva, e ambito mitteleuropeo, da dove proveniva e si stava sempre più allontanando, l’aspetto creativo secondario, quello degli esecutori, stava esplodendo, travolgendolo. I musicisti triestini erano sempre più pronti a proporsi nel mercato internazionale della musica anche a livello mondiale. Sedicenne, Visnoviz, si sarebbe esibito all’Aeolian Hall di New York con il Quartetto Triestino di Augusto Jancovich, ma non bastò. La Grande Guerra aveva portato morte e sconvolgimenti. Cosciente di un clima nazionalistico intollerante, avrebbe scritto nei suoi ‘taccuini’, cioé tra le note dei suoi ultimi Lieder, che il cuore della città ‘è malato’”.

Che cosa vuole restituire a Visnoviz?

“Un futuro possibile… almeno con le sue musiche! È Visnoviz stesso che ci guida a svelare un mondo di grandezza, ma fondamentalmente ingiusto. La storia è fatta di muri di pietra, di ferro, di guerre. ‘Genio’, come lo chiamavano gli amici, era dotato di forte ironia, con una propensione a una visione drammatica della vita in una terra di sensazioni forti. Non è facile documentare la storia culturale delle nostre terre. Per non essere di parte, lo si può fare attraverso la cultura, quella musicale in particolare. Nel campo musicale c’è un vuoto da colmare, se si escludono alcune opere e soprattutto il libro scritto da Vito Levi nel ‘68, una pietra miliare che ben descrive la situazione. A Trieste c’è ancora tantissimo materiale da studiare. Basta scavare ed emerge un mondo inedito e affascinante che oggi può essere finalmente raccontato, uscendo dalle spire del politically correct. Per contrapposizioni politiche infatti per tanto tempo ha convissuto in città il doppio, se non il triplo, di tutto: istituzioni, circoli, progetti, spazi concessi e spazi proibiti. Gli uomini di cultura della nostra terra trasudavano di un necessario destreggiarsi tra diverse committenze. Mettere in evidenza la nostra storia musicale può essere il modo migliore per far capire lo spirito della città. Il musicista assiste alle cose più equivoche, simpatiche viste con gli occhi di oggi ma che nel passato hanno pesato e che qualche volta ritornano e non sono più simpatiche”.

Perché è così difficile vivere di musica, senza farsi la guerra, senza dover subire torti e cattiverie, come è successo a Visnoviz o ad altri, come ad esempio Smareglia?

“Ci vorrebbe maggiore rispetto per gli intellettuali. Questo clima difficile, ieri come oggi, fa sì che ognuno per poter sopravvivere debba non solo migliorare la propria preparazione, ma anche misurarsi con la mancanza di un progetto che dia serenità a chi vive d’arte. La precarietà è nostra compagna di vita. L’editoria non riesce ad aiutare a sufficienza, non c’è una distribuzione adeguata che crei l’evento, l’attesa, la curiosità e quindi il pubblico viene raggiunto poco e male. La prima volta che ho suonato Visnoviz mi si è aperto un mondo e non mollo. La musica succhia linfa. Uno degli aspetti del mio lavoro è di documentare ed è ciò che intendo continuare a fare, registrando e pubblicando la musica di Visnoviz e di altri come lui che sono una ricchezza per noi tutti, qui e dappertutto. Non a caso anni fa, nel 1995, abbiamo deciso di chiamare Lumen Harmonicum il nostro gruppo di ricerca musicale. Nella nostra attività lavoriamo con il motto ‘portare luce nel Mondo dei Suoni anche per i poco noti e/o i dimenticati…’”

In scena a Udine saranno con voi?

“Due musicisti che discutono animatamente: Augusto J., un vecchio leone del concertismo interpretato da Maurizio Zacchigna, e il compositore Eugenio V. (l’attore Adriano Giraldi), musicista geniale, quanto istintivo, chiamato dal primo a scrivere ‘Una Musica per la Vittoria!’ per una celebrazione della Grande Guerra negli anni Venti del ‘900, epoca in cui il concetto di ‘Vittoria’ non poteva certo essere messo in discussione. Il dramma si svolge nell’ambito di un ‘dietro le quinte’, un back-stage musicale in cui la composizione di Eugenio V., eseguita in scena dai suoi collaboratori (il Quartetto d’archi del Lumen Harmonicum, Valentino Dentesani, David Briatore, Marco e il sottoscritto), viene proposta dal compositore e analizzata assieme al committente… Lo scontro sarà inevitabile: celebrare musicalmente la Vittoria oppure la Sconfitta?”.

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