Giorno del ricordo: un riconoscimeno morale

La cerimonia alla Foiba di Basovizza

Riunione congiunta oggi, 10 febbraio a Palazzo Manzioli della CAN Costiera e delle CAN comunali per celebrare la Giornata del ricordo. Nel suo saluto introduttivo il Presidente della CAN Costiera ha ringraziato la CAN Isolana per l’ospitalità, ha porto i saluti del suo presidente, Marko Gregorič, trattenuto altrove da altri inderogabili impegni e del deputato Felice Žiža, a Roma per le celebrazioni nazionali della Giornata del ricordo. Parlando dell’iniziativa di riunire le CAN congiuntamente in questa occasione, Scheriani ha rilevato la necessità di ricordare i profondi cambiamenti subiti dalle nostre terre, che hanno investito le popolazioni autoctone e principalmente la componente italiana. Ha citato le difficoltà che la Comunità nazionale italiana ha dovuto affrontare, il dolore per la lacerazione del tessuto sociale causata dall’esodo, con intere famiglie divise e i loro membri disseminati un po’ in tutto il mondo. Non esiste l’intenzione di giustificare i crimini commessi da una parte con i crimini dell’altra parte, ma soltanto di ricordare quanto accaduto, rivolgendo lo sguardo al futuro in un’ottica europea- ha detto ancora Scheriani. Gli organizzatori hanno incaricato lo storico Kristjan Knez, anch’egli consigliere della CAN Costiera, apprezzato ricercatore ed esperto di questioni che riguardano la Comunità nazionale italiana, di fare un quadro storico in cui poter inserire la Giornata del ricordo.
Un risarcimento morale
Nel suo intervento Kristjan Knez ha sottolineato che La legge che istituì il Giorno del ricordo, è “un riconoscimento molto tardo e una sorta di risarcimento morale dopo gli sconquassamenti che interessarono l’Adriatico orientale nella prima metà del Novecento, che terminarono con la scomparsa quasi integrale della componente italiana autoctona dal suo territorio d’insediamento storico. La scomposizione della società italiana, avvenuta gradualmente e in uno spazio temporale decennale, a seconda delle zone coinvolte, investì l’intera area geografica. Le partenze non erano dovute all’insediamento di un potere jugoslavo bensì alla certezza che il medesimo non era più provvisorio. Il ridimensionamento della popolazione italiana, dovuto allo stillicidio dell’esodo, trasformò la stessa in una componente residuale e minoritaria, disarticolata, sottoposta a pressioni ed ingerenze della dominanza jugoslava comunista. Si ritrovò stretta tra l’incudine e il martello, cioè tra l’assimilazione, spesso coatta, e la caparbia volontà di salvaguardare l’identità, sebbene entro il preciso ed angusto perimetro previsto e concesso dal regime, perché una minoranza innocua era tollerata”. La CNI, ha proseguito Knez, “è la testimonianza viva della presenza radicata lungo l’Adriatico orientale e al tempo stesso conferma il risultato funesto del cataclisma avvenuto. Il Giorno del ricordo offre un’occasione di riflessione sulla tragica eredità del Novecento, secolo di sviluppi e di tragedie senza precedenti, nel cui spazio temporale si consumarono due conflitti di portata globale, ma anche massacri, persecuzioni, discriminazioni, alimentati dalle accese contrapposizioni nazionaliste e ideologiche che lacerarono il vecchio continente. All’interno di siffatta tragedia planetaria si colloca anche la catastrofe dell’italianità adriatica, la cui vicenda non può considerarsi un unicum, bensì un tassello dello stravolgimento generale registrato allo zittire delle armi”.
La prima domanda che sorge spontanea, ha rilevato Knez, è “se possiamo considerare gli infoibamenti e l’esodo solo una conseguenza del fascismo, specie quello di frontiera e della guerra. Accanto al progetto politico che rispondeva ad uno schema, per cogliere le vicende nell’Alto Adriatico bisogna tenere conto del cruento scontro nei Balcani in cui la guerra sostenuta dal movimento partigiano guidato da Tito era di liberazione, di affermazione nazionale, civile, per la conquista del potere e rivoluzionaria. Le uccisioni e le foibe rappresentano il riflesso di quello scontro per il controllo del territorio nella lotta senza quartiere nella Jugoslavia smembrata e dilaniata. Questa osservazione è valida anche per le liquidazioni avvenute in area adriatica”.
Motivi ideologici e nazionali
L’ondata di violenza e le pressioni, ha puntualizzato, “furono dettate da motivazioni ideologiche, di classe e nazionali. Gran parte delle vittime era italiana, perché fu soprattutto nelle città che si consumò la lotta per la conquista del potere e tra gli italiani la maggioranza era avversa al disegno annessionista jugoslavo e all’inserimento in uno stato comunista staliniano. Per gli italiani vi sarebbe stato spazio in Jugoslavia solo se avessero rotto i ponti con l’Italia, con la tradizione storica e culturale, si doveva cioè modellare una società nuova. Le premesse non erano confortanti, perché la finalità era la distruzione dell’italianità culturale e politica che affondava le radici nel Risorgimento nazionale e nell’ideale unitario e più in generale era prevista la disgregazione della comunità italiana”. Sottoposta a non poche sferzate, ha concluso Knez, “la Comunità Nazionale Italiana rappresenta oggi i resti dei resti ma è ancora una presenza viva e attiva sul territorio del suo insediamento storico. Malgrado le numerose traversie rappresenta l’antica identità romanza ed italiana, parte integrante di questo spazio geografico, frantumata e dispersa dall’inclemenza della storia”.
Al termine i presenti all’incontro, su proposta della Consigliere comunale capodistriana, Ondina Gregorich Diabatè, hanno osservato un minuto di raccoglimento in omaggio a tutte le vittime causate dai tragici fatti bellici e dal periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale.

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