SECONDO ME: Volontari? Meglio i professionisti

L’Ospedale di Pola

Volontari di tutto il mondo, unitevi! No, grazie. Non è egoismo. Piuttosto confusione.
La direttrice dell’Ospedale polese ha rivolto un accorato appello urbi et orbi chiedendo ai volontari di farsi avanti per dare una mano in struttura.

 

“Ci servono volontari – ha ammesso la direttrice –. Certo, nessuno sarà impiegato a contatto con i pazienti Covid e nessuno avrà compiti di carattere medico, ma possono aiutare eccome”. Chi avesse tempo e volontà potrà aiutare nelle mansioni amministrative, rispondere al telefono, dare una mano alle infermiere in reparti non Covid, assistere i pazienti che non si possono cibare da soli, fornire informazioni… cose così, insomma.

Le emergenze, è risaputo, aprono le cateratte delle emozioni. Forse in ciascuno di noi dorme (magari della grossa) un buon samaritano in attesa della chiamata. E allora, come non sentirsi proprio chiamati in causa e in dovere di dare una mano? Di svegliare, magari a scrolloni, il samaritano di cui si diceva e dirgli “è il tuo momento”? È vero che è meglio essere in condizione di poter aiutare che in quella di dover chiedere aiuto, ma c’è, in questo caso, un tarlo che mi rode e non mi dà pace.

La situazione con questo virus – di pipistrelliana o scientifica origine che sia – è seria. Roba da red allert, allarme rosso; fin da subito. Nel tempo è cambiata la tonalità del rosso, che si fa sempre più cupo e non è certo un buon segno e segnale. Da un anno e oltre viviamo condizioni in libero volo tra semi eremitaggio e semi ascetismo (la maggior parte; c’è sempre chi… assembra), il bilancio domestico ha registrato una vertiginosa crescita delle uscite per l’acquisto di articoli per l’igiene-disinfettanti-mascherine, il lavoro smart ci fa diventare quasi stupid, stiamo chiamando a raccolta gli ultimi atomi di ratio per non soccombere all’ansia che diventa depressione in un amen, qualcuno ha perso qualche amico o parente senza un momento di commiato che avesse un alcunché di empatico e umano, qualcuno ha avuto qualche parente o amico ricoverato senza potergli regalare un po’ di compagnia in una mezz’ora di visita ospedaliera e adesso…

Ecco, adesso, volendo, chi non ha potuto stringere la mano a un parente o amico ricoverato e dirgli “dai, passerà anche questa!”, o un futuro padre che non ha potuto mettere piede in sala parto per stare vicino alla moglie o compagna che sia in procinto di partorire, può arruolarsi nella brigata volontaria per entrare in quello stesso ospedale. A imboccare i pazienti magari in quello stesso reparto nel quale non ha avuto accesso per confortare i cari.

Al di là di questi che potrebbero essere ragionamenti di getto, un semplice e forse semplicistico bianco e nero, mi sembra che il tarlo a volte mi sussurri GDPR-GDPR… sì, insomma, quella faccenda della tutela della privacy. Probabilmente l’ospedale è la struttura dove la tutela del privato è più che mai un imperativo. Forse avere un nugolo di persone non addette ai lavori all’interno, non è una gran buona cosa. Non che siano là per ficcanasare, però… Per non dire, sussurra con impertinenza una vocina, che la buona volontà non basta. Per entrare in qualsiasi forma che non sia quella del paziente (la condizione non dà scelta) in una struttura così terribilmente delicata, bisognerebbe radiografare chi ci entra a fare volontariato. Non solo dal punto di vista epidemiologico, adesso il più pressante: non tutti sono in grado, al di là della buona volontà di fare il volontario e assumersi compiti e mansioni varie. Ci sarà uno screening? Chi valuterà le qualità del volontario? O vanno bene tutti? Chi risponderà per il loro lavoro? Chi li supervisionerà? Perché comunque sono azioni da dover intraprendere, mi sembra. Eppoi, in questa precisa situazione epidemica, è possibile aprire le porte in questo modo? Sembra che già si sia fatta avanti molta gente.

Se memoria non inganna (non inganna: è solo un modo di dire. Ne ho la certezza), è stata prorogata la misura che sospende la pratica professionale per gli studenti delle medie superiori e universitari nelle istituzioni prescolari, scolari, sanitarie e assistenziali. No a chi già è un po’ inserito nel sanitario (studenti di Media superiore di medicina, ad esempio) e sì ad altri?

Sì, la situazione è seria. Il sistema sanitario – oggetto di tante critiche in momenti di ordinaria amministrazione – sta già facendo miracoli che a pieno titolo potrebbero trovare posto nella Bibbia. Medici, tecnici, infermieri, tutti i quadri sanitari meritano il massimo rispetto, la massima comprensione, l’immensa ammirazione. Comprensibile che un anno di continuata emergenza lasci il segno. In fin dei conti, sotto il camice, sono solo… uomini umani, direbbe il grande Totò. Vivono condizioni professionali (e probabilmente anche umane) che richiedono soluzioni strutturali. Il ministro della Sanità, a suo tempo aveva disposto la mobilitazione dei medici, infermiere e via discorrendo. Misura che, se memoria non inganna (ancora una volta, non inganna), non è rientrata. A fine anno, per quanto non buona fosse stata la situazione all’Ospedale polese, alcuni medici e infermiere erano stati dirottati all’Ospedale di Varaždin, capoluogo della Regione che più di altre stava male e non ce la faceva a reggere di suo la contingenza. Resta un esercito di professionisti privati che, in caso di necessità, possono venire impiegati nel sociale. Ci sono medici, infermiere e altri profili professionali disperatamente piazzati nelle liste dell’Ufficio di collocamento al lavoro. L’Ospedale non può impiegare nessuno. Indubbiamente, il ministro potrebbe disporre diversamente. Si è detto che siamo in guerra. Non si può pretendere di combattere un nemico armati solo con la buona volontà.

Forse, quello della direttrice ospedaliera sarà stato un momento di comprensibile sconforto. O forse proprio una misura pensata con tutte le questioni organizzativo-epidemiche-professionali già risolte. Sarà problema anche di altri ospedali, credo, visti i numeri e quanto si sente dire dai vari direttori di varie strutture nei tiggì della sera: nessuno ha detto “stiamo bene che meglio di così neanche a vincere al lotto”. Lamentano tutti troppi pazienti, pochi medici e personale sanitario in genere. Signor ministro, faccia qualcosa. È lei che deve trovare la risposta giusta. Individuare gli strumenti che consentano al meccanismo di girare nella direzione giusta. Io so solo che, nella malaugurata ipotesi di finire in corsia o di avere qualcuno in corsia, mi piacerebbe avere la certezza di un sistema che funziona, della presenza di personale qualificato. Sì, anche se si tratta di rispondere al telefono e di dare informazioni.

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