Addio ai nonni

Foto Davor Puklavec/PIXSELL

Nel passaggio alla seconda fase dell’emergenza, ora che le guarigioni superano i decessi, le testimonianze segnano il sopraggiungere di un nuovo momento: quello dei bilanci, della presa di coscienza di ciò che sta ancora accadendo. “Non allentate la presa”, raccomandano da più parti “rimanete in casa, facciamo che il contagio arrivi a zero”… “Ce la faremo”. Ma è forte anche la consapevolezza dei tanti che non ce l’hanno fatta.
“Se ne vanno”, è il titolo del racconto scritto da Fulvio Marcellitti e diventato quasi virale, non sui social, per una sorta di pietas, di discrezione, ma sui canali di comunicazione privata, da amico ad amico.
“Cerchiamo di divulgarlo”, ci chiede Sergio de Luyk, medico lussignano. Lo facciamo.
Ciò che scrive e ciò che sappiamo ma di cui non abbiamo preso ancora completa coscienza: “Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringa la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio della intera umanità. L’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni di carezze…”
Qualche tempo fa alla Casa delle donne di Trieste, dove si riuniscono donne immigrate provenienti da tutto il mondo, principalmente dall’Africa, alla richiesta di raccontare dei propri nonni, c’era stato un attimo di imbarazzo. A causa di epidemie e guerre, la totalità delle persone presenti non aveva mai conosciuto i propri nonni, qualcuna neanche i genitori. La reazione, allora, era stata di perplessità, e mai avremmo immaginato di assistere ad un processo del genere, di scontrarci con un virus che priva la società della propria memoria immediata, quella demandata agli anziani.
Succede spesso nei giornali degli esuli di ricevere lettere di persone di seconda o terza generazione che chiedono di assembleare con testimonianze dei sopravvissuti, brandelli di storia famigliare rimasta impigliata nelle maglie della storia e ad ogni “grande vecchio” che se ne va, rimane sempre il rammarico di non avergli fatto altre mille domande.
Il Coronavirus colpendo gli anziani tocca sentimenti profondi, nervi scoperti, sensi di colpa in quella persistente follìa della generazione che non ha vissuto la guerra, di volere trattenere in vita, il più a lungo possibile, gli anziani genitori. Per una sorta di catarsi, per ripagarli di ciò che hanno visto e subìto, per non perdere quella continuità che anche il mondo virtuale, ha reso quasi reale.
Lontano dai decenni in cui imperava quel motivetto popolare-politically scorretto “il vecchietto dove lo metto”…o del film “Parenti serpenti” di Mario Monicelli. Gli anziani “scomodi” che nessun figlio voleva con sé esplodevano nella loro casa a causa della bombola del gas “rimasta” aperta…
Scherzavamo su un problema sociale che era reale, risolto solo in parte dal fiorire di tante case di riposo, templi del profitto, un po’ ovunque, non più solo comunali, ma private e privatissime, di categorie diverse, da quelle più banali alle super lusso. Proprio quelle strutture che praticavano, fino a pochi mesi fa, la socialità al momento dei pasti, delle recite dei bambini a Natale, della torta per tutti ai compleanni, all’improvviso sono diventate centri di contagio, per i degenti e per chi li assiste, e si stanno svuotando. La disorganizzazione dei primi momenti, il non aver reagito per tempo, l’aver sottovalutato la potenza del virus, le ragioni sono molteplici, le conseguenze disastrose. Quando si riesce a portarli negli ospedali, medici convinti ma spesso disarmati, cercano ostinatamente di salvarli e se non possono farlo scrivono appelli, chiedono pietas ed anche sostegno, quando la malattia vince.

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