Caro amico ti scrivo…

Foto Željko Jerneić

Nella retorica politica contemporanea le minoranze nazionali sono sempre una ricchezza per i Paesi in cui vivono, una specie di trait d’union tra lo Stato domiciliare e quello d’appartenenza ideale. Tutti d’accordo che vanno preservate, tutelate, sostenute. Lo dicono anche i documenti fondamentali sui loro diritti, adottati a livello internazionale. In un mondo civile, democratico, pluralistico, tollerante, agli Stati si chiedono interesse costante e misure particolari perché questi soggetti, a rischio, non scompaiano, non si sentano emarginati, cittadini di serie B. Dunque, le istituzioni hanno precisi obblighi.
E i membri di queste comunità? Hanno dei doveri, se non altro morali, nei confronti della loro collettività? Diciamo, delle responsabilità? O basta e avanza “fare numero”, ossia dichiarare la propria nazionalità all’anagrafe? Come si palesa, come dimostra di essere ancora viva e attiva una minoranza? Esprimendo pubblicamente, con eventi e strumenti vari, la propria peculiarità, la propria lingua e cultura? Impegnandosi politicamente o facendosi carico di portare avanti le associazioni di questa stessa minoranza? Usufruendo quotidianamente dei benefici che le sono stati riconosciuti? Oppure? Ci sono altri modi, altre vie? E quali sono?
Emblematico il botta e risposta avuto all’ultimo Attivo consultivo delle Comunità degli Italiani. Si parlava dei progetti finanziati dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Riccardo Staraj, presidente giovane di una CI giovane, quella di Draga di Moschiena, che s’è vista approvare due iniziative, si è “giustificato” dell’adesione al bando, spiegando che non era aggiornato sulle scelte strategiche concordate in seno all’Unione Italiana, ossia di non concorrere con iniziative che non sono state messe a bilancio dall’UI. Staraj ha fatto presente che non aveva potuto partecipare alla riunione in cui era stata adottata questa linea e, in seconda battuta che non ne era informato perché lui – come dichiarato di fronte al silenzio strano e preoccupante di tutti i presenti – non legge “La Voce del popolo” – che ne aveva scritto con dovizia di particolari –, ma altri giornali. Un vero peccato che non abbia potuto leggere nemmeno l’intervista da lui rilasciata alla “Voce” e uscita proprio quello stesso giorno.
Ora, padronissimo di scegliere le testate che preferisce, ma se applicassimo questa stessa logica a tutto l’universo della minoranza? Se, ad esempio, mandassimo i nostri figli a studiare nelle scuole della maggioranza o in quelle “internazionali”, che sono più “fighe”, meglio attrezzate e non hanno tutti i problemi (libri di testo, spazi e altro) che incontrano le nostre scuole? Se, ad esempio, ignorassimo l’esistenza delle emittenti tv e radiofoniche italiane del territorio, che i programmi Rai-Mediaset sono una goduria? Se, ad esempio, invece che al Dramma Italiano facessimo l’abbonamento alla Contrada di Trieste (cito a caso), che ha spettacoli più spassosi e andare a Trieste è sempre un piacere (e già che ci siamo facciamo anche la spesa, spendendo meno)? Se, ad esempio, smettessimo di frequentare le Comunità degli Italiani, tanto chi me lo fa fare, ci sono in giro mostre, concerti, rassegne, serate letterarie, gastro show e altri happening ben più stimolati? Se, ad esempio, snobbassimo il bilinguismo, anzi lo rifiutassimo proprio, per non irritare l’ambiente maggioritario e perché, in fin dei conti, a che cosa ci serve se il croato o lo sloveno lo parliamo ormai correntemente, anzi spesso molto più fluentemente dell’italiano? Se ad esempio, disertassimo le elezioni per i nostri rappresentanti, perché finiscono col diventare dei “privilegiati”, o perché contano come il due di briscola, mentre ci sono i partiti che pensano ai nostri interessi? Se ad esempio, rinunciassimo a dichiararci italiani, che all’atto pratico non serve a nulla ed è una realtà ormai destinata a estinguersi? Ecco, se così avessero pensato i nostri padri e nonni, se non avessero “fatto sistema” (comprando il giornale, iscrivendo i figli nelle scuole italiane, seguendo RTV Capodistria, il Dramma Italiano, facendo attività o pubblico nelle CI, parlando in italiano nei negozi, nei bar, nei rapporti con l’amministrazione, votando per i propri esponenti….) e ciò fin dai primi giorni in cui siamo diventati minoranza, consapevoli della missione che nel loro piccolo erano chiamati a portare avanti – il mantenimento di una presenza secolare –, oggi esisterebbe una minoranza italiana in Croazia e Slovenia? Gli insegnamenti che ci sono stati trasmessi in famiglia, a scuola, nelle CI, nei posti di lavoro (pochi) rimasti in lingua italiana, ci hanno consentito di sopravvivere fino a oggi. Non temete, cari connazionali, riusciremo ad andare avanti anche senza Riccardi di questo tipo.

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