ROBE DE MATTEONI Istra-Rijeka: i bei tempi passati

Siamo in pratica vicini di casa. Pola e Fiume, o viceversa. È da una vita la storia dei 100 chilometri, la distanza che più o meno separa le due città più grandi delle Regioni istriana e Litoraneo-montana. Quei 100 chilometri che una volta non erano quelli odierni. Mi spiego meglio. Oggi, con l’autostrada dell’Ipsilon, andare a Fiume è un po’ come andare a prendere un caffè a Medolino. Un salto… Quando ero adolescente, mentre con la mamma mi preparavo per andare a visitare i cugini a Fiume, mi sembrava un’eternità, un po’ come se oggi mi mettessi in viaggio per Londra. Per i panorami che offriva la vecchia costiera era uno spettacolo, ma come viaggio, comodità e tornanti, con annesso voltastomaco, un vero disastro. I miei parenti erano a quei tempi dentro il mondo del calcio e del giornalismo. Giusto per dire che la mia carriera non è soltanto frutto di coincidenze. Lontani parenti la famiglia Mihovilović, con Mladen giornalista. Ecco, fu proprio lui che, intuendo quanto ami il calcio, mi portò a Cantrida per vedere dal vivo la prima partita dell’ex campionato jugoslavo. Rijeka contro Vardar: era il 23 novembre 1975, con sotto le rocce 7.000 spettatori. Ricordo benissimo alcune cose. Il “viaggio” da via Aldo Colonello fino a Cantrida mi pareva durasse ore. Ero emozionatissimo. Vedendo tantissima gente che in massa si dirigeva verso lo stadio capii l’importanza di quella Prima Lega. Faceva freddo, con la bora che ha i suoi ritmi, ma io ero al calduccio dentro la “cabina giornalistica” con Mladen e qualche altro collega. La qualità del gioco era quella che era: troppo chiusi gli ospiti, con il Rijeka senza idee e occasioni. Due giocatori però mi rimasero impressi nella memoria. Uno, logicamente, lo seguivo con un occhio particolare perché era il primo big che ebbi l’occasione di vedere dal vivo, ovvero Josip Skoblar. Con la fama del miglior marcatore d’Europa e leggenda dell’Olympique Marsiglia, mi faceva impressione vederlo lì, così vicino. Chi avrebbe potuto pensare che sette anni dopo Joško sarebbe diventato allenatore dell’Istra, con il sottoscritto “collaboratore” prima come giocatore e poi anche come giornalista. Il secondo calciatore che notai a Cantrida era il numero 9, che dal mio punto (modesto) di vista di intendere il calcio a 12-13 anni era un po’ piccolino per quel ruolo. Infatti, il suo soprannome era Žabac, rana. Parlo di Tihomir Silić, che un anno dopo arrivò all’Istra come rinforzo nella scalata verso l’ex Seconda Lega jugoslava. In campo i raccattapalle eravamo sempre noi giovani e così conobbi Silić, che mi divenne subito simpaticissimo. Era un ragazzo modesto, tutta grinta e temperamento in campo, ma pacato e rilassato fuori. Sono oltre 40 anni che lo incrocio a Pola. Sempre lo stesso comportamento educato e sempre molto simpatico. Con Skoblar invece tanti alti e bassi. Grande personaggio, forse un po’ troppo permaloso e difficile nel rapporto, ma che resta un grande del calcio. Quando ero a Marsiglia per i Mondiali del 1998 compresi che da quelle parti era una leggenda. Gli episodi che mi legano alla linea calcistica Fiume-Pola sono moltissimi…
Sabato 2 ottobre al Drosina si gioca la 50ª partita tra l’Istra 1961 e il Rijeka. Netta la differenza di qualità tra i club, non solo per la statistica (32 vittorie e 13 pareggi per i fiumani). Anche se il vecchio Istra, negli anni Novanta, fece meglio (17 partite con 6 vittorie, 3 pareggi e 8 sconfitte), resta il fatto che i quarnerini sono di un’altra dimensione. E quindi è più facile interpretare il derby. Il Rijeka è (quasi) sempre favorito, poi l’Istra 1961 può (quasi) sempre puntare al colpaccio. Come fece in primavera, eliminando il Rijeka nella semifinale di Coppa. Anche se Kek era la bestia nera dei gialloverdi (16 vittorie in 22 partite), il Rijeka di Tomić, ex tecnico dell’Istra 1961, propone un calcio più spettacolare. Dal mio punto di vista, l’attacco è formidabile. Con gli innesti di Ampem e Abass accanto a Drmić e con Murić, a mio avviso giocatore dal potenziale enorme. Per l’Istra 1961, che pecca in difesa, sarà difficile fermare questi velocisti. Ma come dicevo, il calcio è bello perché c’è sempre la speranza che si possa fare qualcosa. Una speranza che vive prima, durante e alla fine della partita. E se perdi nasce subito il sogno che la prossima volta andrà meglio…

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