PERCORSI EUROPEI L’Europa entra finalmente in Croazia

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PERCORSI EUROPEI L’Europa entra finalmente in Croazia
Foto Roni Brmalj

La Croazia è entrata in Europa nel 2013. Mi ricordo che allora si fece una grande festa all’Ambasciata croata a Roma, con circa 400 invitati, tra gli altri le più alte cariche dello Stato italiano e della diplomazia dell’Urbe. Fu un avvenimento importante, pieno di ottimismo per il futuro europeo della Croazia, ma anche per le relazioni tra i due Stati, la Croazia e l’Italia.
Infatti, uno dei presupposti dell’unificazione europea, iniziata nel 1957 con i Trattati di Roma, ma anticipata con la fondazione della Comunità del carbone e dell’acciaio nel 1950, era proprio l’abbattimento delle frontiere tra gli Stati del Vecchio continente, per la creazione di una casa europea comune. Ebbene, da allora il percorso europeo non è stato così liscio come lo prospettavano i padri fondatori dell’unità europea Altiero Spinelli,
Jean Monnet, Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer. L’eliminazione dei confini non è stata così facile e si è dovuti ricorrere a vari mezzi, con tappe intermedie. Una di queste è stata la formulazione dell’Accordo di Schengen relativo all’eliminazione graduale dei controlli alle frontiere comuni, firmato il 14 giugno del 1985 tra il Benelux, la Germania Ovest e la Francia. Soltanto il 27 novembre del 1990 l’Italia si è unità alla Convenzione di Schengen. L’accordo è stato il primo passo del cosiddetto acquis di Schengen, che dal 1999 è stato integrato nel quadro istituzionale e giuridico dell’Unione europea. Oggi sono 26 i Paesi aderenti alla Convenzione di Schengen, tra i quali anche quattro Stati che non fanno parte dell’Unione europea – l’Islanda, il Liechtenstein, la Norvegia e la Svizzera; tre di loro hanno voluto far parte anche dell’UE, ma i cittadini hanno respinto la proposta fatta dai rispettivi governi nei referendum popolari. Ora, dieci anni dopo l’entrata nell’Unione, la Croazia è diventata il ventiseiesimo Paese dell’area Schengen. E con l’introduzione dell’euro, la Croazia ormai può veramente sentirsi appartenere alla casa comune europea. Ma c’è ancora qualcosa da fare: se sono stati superati i confini e la Croazia è stata ammessa senza alcuna opposizione dagli altri firmatari della Convenzione Schengen, mentre la Romania è stata bloccata dal veto dell’Olanda e la Bulgaria è stata bloccata dall’Austria, ciò vuol dire che la Slovenia non ha usufruito del suo potere di porre un veto all’entrata della Croazia, nonostante il confine, quello sul mare e quello sul continente, non siano ancora stati risolti. Nonostante l’arbitrato internazionale del 2017, non riconosciuto dalla Croazia anche se vincolante dall’aspetto del diritto internazionale, perché Zagabria ritiene che il processo sia stato corrotto. Ma la Slovenia qui si è comportata da gentiluomo, grazie anche alla politica dell’ex Presidente Borut Pahor e della diplomazia di Lubiana che ha reagito con vero spirito europeo e non ha intralciato il percorso della Croazia verso l’area Schengen.
Ed ora la Croazia dovrebbe ricambiare con la stessa nobiltà di spirito. E se non vuole proprio riconoscere l’arbitrato della Corte permanente dell’Aia, potrebbe semplicemente aggirare quest’ostacolo e proporre alla Slovenia di concludere un accordo bilaterale sul confine, ormai solo amministrativo, tra i due Stati nel Golfo di Pirano, con una soluzione che segua pedissequamente la formulazione dell’Aia, cioè riconoscendo il confine amministrativo proprio nei termini dell’arbitrato internazionale. Proprio nel contesto del superamento dei confini e della libera circolazione senza controlli alla frontiera. Naturalmente, quest’accordo di buona volontà vorrebbe essere un ringraziamento simbolico per l’atteggiamento costruttivo del governo sloveno, ma anche il riconoscimento del diritto internazionale nonostante le sviste commesse dalla parte slovena durante il processo arbitrale, e cioè la comunicazione illecita tra il rappresentante del governo di Lubiana e il membro della Corte arbitrale, che la Croazia ha interpretato come una violazione della procedura, ma che la Corte stessa ha reputato sia stato, sì, una violazione del regolamento di fatto, ma non tale da compromettere il risultato finale, avendo escluso dal processo i coinvolti nel misfatto e avendoli rimpiazzati. E naturalmente, con un accordo di questo tipo si potrebbe anche regolare il diritto alla pesca in queste acque ormai comunitarie, attenendosi alla strategia comunitaria della pesca e ai contingenti ittici a disposizione e sotto controllo della politica comune della pesca europea.
Dunque, ci vuole ancora poco, per poter veramente dire che ci siamo, completamente, in Europa, anche con la mente e lo spirito. Perché i confini li hanno creato gli uomini, come disse il filosofo ginevrino Jean-Jacques Rousseau, ma dopo i confini hanno formato l’uomo. Ed ora, dopo averli abbattuti sul territorio, bisogna ancora lavorarci per abbatterli nella mente e nello spirito degli uomini.

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