L’INTERVENTO La democrazia s’impara

Foto: Dubravka Petric/PIXSELL

Le elezioni locali in Croazia saranno una conferma della “festa della democrazia”, come si usa dire attribuendo alle elezioni l’importanza preponderante del processo democratico? Ne dubito, devo dirlo subito, anche perché la democrazia, nei Paesi postcomunisti, e la Croazia è uno di questi, si trova su un percorso abbastanza tortuoso. Lasciando da parte il dibattito sui Paesi con una “democrazia illiberale”, dei quali l’Ungheria e la Polonia sono gli esempi più tipici, basta dare uno sguardo al processo elettorale in Croazia per esprimere un cauto scetticismo sull’efficienza del processo democratico conseguito attraverso le elezioni.
E qui mi appello a un grande maestro della scienza politica mondiale, Giovanni Sartori, un grande italiano che della democrazia, di quella degli antichi e quella dei moderni, ha scritto numerosi saggi e critiche e che ha insegnato in tutto il mondo, incominciando da Firenze fino alla prestigiosa Columbia University di New York, impartendo lezioni proprio sul processo elettorale, punto cardine della democrazia moderna. Il suo libro che ha fatto epoca – “Ingegneria costituzionale comparata” – è un manuale sulle elezioni, su quello che sono e su quello che possono diventare: la fotocopia in negativo della “democrazia effettuale”, una farsa pseudo-democratica, oppure una maschera che cela la “verità effettuale delle cose”, come direbbe Machiavelli.
Ebbene, il nodo critico delle elezioni per Sartori è un fattore che in queste elezioni locali del 2021, in Croazia, giocherà un ruolo principale. Il nocciolo della questione si chiama “affluenza elettorale”, che in questa era della pandemia da Covid potrebbe giocare un brutto colpo alla democrazia in Croazia. È prevedibile che l’affluenza alle elezioni subirà un ribasso per via del Covid, dell’atmosfera che ha ridotto non solo i contatti sociali e umani, ma anche la partecipazione dei cittadini in forme di “sociabilità”, cioè in forme di espressioni collettive di vita cittadina, di partecipazione sociale e alla vita pubblica in generale.
Anche senza questa minaccia, la storia recente non c’incoraggia a essere ottimisti. Basta guardare ai risultati dell’affluenza elettorale alle ultime elezioni locali in Croazia. Qui, purtroppo, proprio Fiume mostra un dato preoccupante: nel 2017, infatti, l’affluenza alle urne era stata soltanto del 36,63 p.c. degli aventi diritto al voto. Ciò vuol dire, che poco più di un terzo dei cittadini fiumani ha espresso la propria volontà politica, che è il presupposto base della democrazia. Al secondo turno, questa percentuale si è ridotta al 28,42 e il sindaco uscente, Vojko Obersnel, è riuscito a vincere con una maggioranza del 55,59 p.c., che equivale, in numeri assoluti, a 17.410 votanti. Dunque, di 110.187 aventi il diritto di voto nella città di Fiume, il sindaco veniva eletto con soli 17.410 voti – che sarebbe solo il 15 p.c. di tutti gli aventi diritto al voto! Un numero esiguo, che mette in dubbio non la legalità del voto, ma il consenso con il quale il sindaco ha dovuto, infatti, barcamenarsi durante il suo mandato.
In codesti casi di mancata partecipazione elettorale, Sartori e la teoria politica suggeriscono un atto di “ingegneria costituzionale” che ha una lunga tradizione, almeno dalle nostre parti. Infatti, nelle Repubbliche di Venezia e di Ragusa (Dubrovnik) il voto era obbligatorio, almeno per i “cittadini”, quelli che possedevano un mestiere, una proprietà in città e che pagavano le tasse. E perciò queste Repubbliche, come anche la Repubblica di Firenze, hanno sviluppato il concetto di cittadino opposto al concetto di suddito, molto prima della Rivoluzione francese. La prassi del voto obbligatorio nell’Europa moderna oggi è circoscritta solo a pochi Paesi – il Belgio, il Lussemburgo, il Lichtenstein e la Bulgaria, mentre sussiste ancora in certi Cantoni svizzeri, ma sta guadagnando terreno in altri continenti. Il concetto di voto obbligatorio viene interpretato, dalla teoria politica del repubblicanesimo civile, come un elemento di stimolo della partecipazione attiva del cittadino alla vita politica. Naturalmente, non è il solo mezzo di ingegneria politica per sviluppare la democrazia. Il voto obbligatorio deve essere corredato da un’educazione e un’istruzione civile, che rendono il cittadino consapevole dei suoi diritti di partecipazione alla gestione della società in cui vive. Proprio ciò che la Città di Fiume ha fatto in questo periodo che va dalle elezioni locali del 2017 ad oggi. Encomiabile, ma non abbastanza sufficiente per formare del fiumano un cittadino proattivo e partecipativo. Il risultato lo vedremo il 16 maggio e al secondo turno. Ad ogni modo, come ripetono oggi gli allievi di Sartori, l’ingegneria politica della democrazia moderna richiede ancora molti interventi atti a sollecitare la partecipazione attiva, e cosi trasformare il suddito (dello Stato-nazione) in cittadino.

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