Andrea Tich e la «Sana malattia del teatro»

L’attore fiumano, che collabora con il Dramma Italiano da più di un anno, è entrato a far parte della compagnia in pianta stabile

L’attore Andrea Tich

Quella teatrale è un’arte che contempla l’esecuzione di un evento dal vivo, ma dal punto di vista formale il teatro è un ente culturale e artistico composto da tante persone che lavorano a dei progetti proposti regolarmente al pubblico. Ogni singolo tecnico, attore, regista, costumista, sceneggiatore o altro, contribuisce a rendere vivo quest’organismo in continuo movimento e crescita. In questi giorni il TNC “Ivan de Zajc” e il Dramma Italiano sono cresciuti e hanno acquisito una nuova prospettiva di maturazione e sviluppo creativo. A essere entrato ufficialmente a far parte della compagnia è Andrea Tich, che recentemente ha firmato un contratto biennale con il Dramma Italiano e che ora è un attore a pieno titolo dello “Zajc”.

 

Abbiamo parlato con lui per scoprire non solo da dove scaturisce l’amore per la recitazione e gli altri generi artistici, ma anche per capire quali strade ha percorso e quando ha intrapreso quella che poi l’ha (ri)portato a Fiume.

Com’è nato l’amore per il teatro?
“È iniziato in età adolescenziale a scuola, al Liceo d’arte in Veneto. Una professoressa ha proposto un corso di teatro che non c’era e ho deciso di provare, anche per un mio bisogno di comunicare e aprirmi. Da lì è nata la ‘sana malattia del teatro’, nel senso che mi ha accompagnato negli anni a venire, quindi parliamo di quasi vent’anni, ovvero dal 2003 circa. Dopo quest’esperienza ho continuato a seguire corsi e a partecipare a laboratori e gruppi amatoriali. Dopo tre anni di università a Venezia in Arti visive e spettacolo ho fatto tre anni all’Accademia della Contrada di Trieste, dove mi sono diplomato in recitazione”.

Dopo gli studi sei entrato subito nel mondo del lavoro?
“Ho iniziato a collaborare con la Contrada, con il Teatro ragazzi, sia come attore che come illustratore. Dopo qualche anno di tournée con la Contrada, nel 2013 sono entrato a far parte del ‘Kafka Project’ e da lì è iniziata la mia collaborazione con la mia città natale”.

Sei nato a Fiume?
“Sì, sono nato e ci sono ritornato dopo tanti anni. Ho vissuto a Fiume da piccolissimo, ma la maggior parte della mia vita l’ho trascorsa in Italia. Sono fiumano d’origine in quanto i miei nonni paterni erano esuli che se ne sono andati nel 1947 e mio papà è nato a Roma, mentre mia mamma è croata. A un anno di vita abbiamo raggiunto i miei nonni a Mestre e quindi i miei primi anni li ho trascorsi tra Laurana, dove stavano i miei nonni materni, e Mestre. I miei genitori si sono conosciuti perché mio padre seguiva mio nonno quando tornava, spesso, in queste parti e i miei nonni paterno e materno erano amici. Quindi facciamo anche noi parte di questo meltin’ pot europeo. Mia nonna, ad esempio, era di Budapest. Io, comunque, sono vissuto e ho fatto tutte le scuole in Italia, ma mia mamma ha sempre parlato con me in croato, quindi sono bilingue. Abbiamo ancora parenti in Croazia e siamo sempre venuti qui, mantenendo vivi i rapporti, però la collaborazione con il Teatro fiumano mi ha dato la possibilità di venire non più come visitatore, turista o parente, ma come cittadino e lavoratore. Vivendo la città ho potuto assaporarla meglio e guardarla con occhio diverso. Si tratta di una città che ho da subito avvertito non come estranea ma come parte di me, ma che fino a quel momento non avevo sentito nella sua pienezza. Dopo aver recuperato in questi ultimi anni devo dire che ora mi sento a casa”.

Dopo il «Kafka Project» com’è proseguita la collaborazione con lo «Zajc»?
“Tra il 2013 e il 2014 ho partecipato a due progetti con lo ‘Zajc’, ovvero il ‘Kafka Project’, con regia di Karina Holla e il ‘Barone rampante’, con regia di Paola Galassi, dove mi hanno dato il ruolo da protagonista, il che è stato un battesimo del fuoco fiumano in grande stile. Da lì ho risposto a un’audizione a Genova con la ‘The Kitchen Company’ (TKC) e per sei anni ho fatto parte di questa compagnia di Massimo Chiesa ed Eleonora d’Urso. Da Venezia sono andato a Trieste, poi a Fiume e poi a Genova, quindi la mia carriera è stata un po’ all’insegna dei porti di mare. Sono ritornato a Fiume poco prima del Covid-19 ed è stata una fortuna, soprattutto per il fatto che in Italia tutti i teatri sono stati chiusi per più di un anno. Una delle prime collaborazioni da esterno con Fiume è stato ‘Gli imbianchini non hanno ricordi’, una commedia con regia di Mario Kovač, del 2019. Negli ultimi tempi abbiamo fatto ‘Adriatico’, il ‘Decamerone’ e l’’Alfa Romeo Jankovits’ e ora è in preparazione il musical ‘Kiss me, Kate’, il cui debutto è previsto per fine luglio. Da affiancare a questi c’è pure il progetto multimediale per le scuole. L’audizione ufficiale dopo questo periodo di prova di diversi mesi si è tenuta a fine marzo e ora entro a far parte della compagnia stabile a tutti gli effetti e la cosa mi rende molto felice in quanto è il coronamento di un lungo percorso di ritorno alle origini. Da qui inizia un nuovo percorso di crescita, sviluppo e scoperta”.

Al di là della recitazione, ti occupi anche d’illustrazione?
“Sì, ho curato diverse locandine per il Dramma Croato e l’ultima per Adriatico, ma anche alcune illustrazioni di accompagnamento agli articoli, come ad esempio quella che è uscita nella ‘Voce del Popolo’, abbinata a un articolo di Mirko Soldano. Le arti visive e lo spettacolo sono i miei due interessi. È difficile coniugare questi due interessi, che non definirei due professioni distinte, perché credo che si integrino a vicenda ed è quello che cerco sempre di fare anche attraverso l’Associazione Culturale Architeatro. L’illustrazione è di supporto all’attività principale, che è quella recitativa-attoriale. C’è bisogno di tanto tempo per coltivarle entrambe, ma sono contento e non farei altrimenti”.

Quali tecniche usi?
“Uso per lo più tecniche tradizionali, però uso anche il digitale, più che altro per rifinire. Non sono un grande amante del digitale, che apprezzo moltissimo, però il prodotto su carta con la grana della carta e le variazioni di colore, sia di acquerelli che chine, pennarelli grafici o altro, è incomparabile a quello su schermo. Il desiderio è di riuscire a realizzare diversi prodotti anche in questo campo, a fianco delle commissioni private. Ho molti progetti nel cassetto, tra cui la graphic novel (romanzo grafico, nda), una specie di fumetto ma non propriamente, su tematiche che ho sempre care, come ad esempio la storia del Mediterraneo e di questi luoghi”.

Com’è stato fare il libretto per «Adriatico»?
“È stata un’esperienza interessante e divertente. Ho utilizzato i personaggi scherzosi dello spettacolo, la fauna adriatica tra cui la Foca monaca, la Seppia, il Gabbiano e tanti altri, anche specie non protette. Ho fatto una storia dell’Adriatico partendo dalla preistoria, ma fatta in modo molto ironico e scherzoso. Ho cercato di dare anche qualche informazione nel divertimento della lettura”.

C’è uno spettacolo che hai particolarmente a cuore?
“Il ‘Decamerone’, per tanti motivi. È uno spettacolo che per regia, organizzazione ed esperienza umana ha visto coinvolti sia Dramma Italiano che Dramma Croato. C’è stata una sinergia di ensémble con la guida di Luciano Delprato, un professionista di respiro internazionale il quale si è ispirato a uno dei classici della letteratura italiana, stravolgendolo in maniera cosciente e creativa. Il risultato è stato divertente, ma anche godibile da fare per noi attori e ci ha dato tante soddisfazioni, sia umane che professionali. Una grande soddisfazione è stata poter vivere questa esperienza nel Teatro fiumano, un vero gioiellino. Vedere gli interni del palazzo, i palchi e le decorazioni mi fa capire che stiamo facendo teatro con la ‘T’ maiuscola”.

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